Il disturbo da desiderio ipoattivo femminile: quale futuro dopo l’uscita dal DSM-5?

Citazione Consigliata: Enzo (2017). Il disturbo da desiderio ipoattivo femminile: quale futuro dopo l’uscita dal DSM-5? [Blog Post]. Retrieved from: http://www.tagesonlus.org/2018/01/09/desiderio-sessuale-ipoattivo

Nell’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5; APA, 2013) il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo femminile è stato eliminato.

Infatti, tale categoria diagnostica non viene più considerata come entità nosologica a sé stante ed è stata così inserita all’interno della macrocategoria “Disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale femminile” in cui sono state fuse la diagnosi di HSDD (desiderio sessuale ipoattivo femminile) derivata dal DSM-IV, ed il disturbo dell’eccitazione sessuale femminile.

I principali sintomi di questa categoria riguardano la mancanza o la significativa riduzione del desiderio e/o dell’eccitazione sessuale, come manifestato da almeno 3 dei seguenti problemi:
• Assente o ridotto interesse per l’attività sessuale;
• Assenti o ridotti pensieri o fantasie sessuali/erotiche;
• Nessuna iniziativa di attività sessuale e nessuna risposta ai tentativi da parte del partner;
• Assente o ridotto piacere ed eccitazione sessuale durante l’attività sessuale;
• Il desiderio non è scatenato da alcuno stimolo sessuale;
• Assenti o ridotti cambiamenti genitali e/o non-genitali durante l’attività sessuale.
Per poter fare diagnosi di questo disturbo è inoltre necessario che i sintomi si protraggano per almeno 6 mesi.

Fra i vari cambiamenti apportati nell’ultima edizione del DSM, sono state differenziate le disfunzioni sessuali in base al genere (maschili e femminili).

Inoltre, la vecchia distinzione in fasi del ciclo della risposta sessuale sembra risultare poco idonea nel cogliere la complessità di tale esperienza, che non può essere suddivisa in maniera rigida secondo stadi predeterminati.

Attualmente vi è un dibattito in ambito sessuologico sulla scelta operata nel DSM-5 in merito al disturbo da desiderio sessuale ipoattivo femminile. Infatti, secondo alcune ricerche (Clayton, De Rogatis, Rosen & Pyke, 2012) la nuova suddivisione diagnostica non riceverebbe un sufficiente supporto empirico.

Nel 2016 la “Società Internazionale per lo studio della salute sessuale femminile” (ISSWSH), ha messo a punto una serie di ricerche per indagare lo stato dell’arte di questa condizione.

Sia tale società che l’ “International Consultation in Sexual Medicine” considerano il disturbo da desiderio ipoattivo femminile come un’entità nosologica a sé stante (Parish et al., 2016; Mc Cabe et al., 2015), coerentemente con quanto riportato nella classificazione ICD-10 (Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Correlati) che considera tale disturbo come una categoria indipendente.

Di seguito si riassume ciò che è emerso secondo la review commissionata dall’ISWWH (Goldstein et al., 2017).

ll disturbo da desiderio sessuale ipoattivo riguarda circa il 10% della popolazione femminile adulta, rappresentando dunque una condizione molto diffusa anche se sottodiagnosticata. Le donne che ricevono tale diagnosi spesso riportano un’alterazione della propria immagine corporea, una minore fiducia in se stesse e si sentono meno legate ai propri partner (Kingsberg, 2014). Le comorbidità più comunemente associate sono la depressione e la fatigue, in maniera similare alle condizioni croniche come il diabete e il dolore cronico (Biddle et al., 2009). La patogenesi del disturbo è attribuita ad un disequilibrio tra il sistema eccitatorio sessuale centrale (dopamina, norepinefrina, ossitocina) e quello inibitorio (serotonina, oppioidi, endocannabinoidi e prolattina).

Coerentemente con quanto affermato nel DSM-5, vi sono molteplici variabili da considerare nell’assessment, quali le condizioni psicologiche, la qualità della relazione sentimentale, le condizioni mediche e l’eventuale presenza della menopausa.

L’assessment di tale disturbo richiede un approccio biopsicosociale e deve prevalentemente essere basato sulla storia della paziente. Il Decreased Sexual Desire Screener rappresenta un breve e agevole strumento, validato negli USA, utile come aiuto nella diagnosi.

Il trattamento prevede l’utilizzo di interventi psicologici e farmacoterapia. Un approccio clinico dovrebbe primariamente focalizzarsi su ciò che rappresenta l’aspetto di maggior disagio per la paziente, per cui risulta necessaria una formulazione caso-specifica.

La terapia sessuale rappresenta il “gold standard”, nonostante la pauperità degli studi di efficacia (Mc Cabe, 2001; Trudel et al., 2001), eccetto che per la terapia cognitivo-comportamentale basata sulla mindfulness.

L’obiettivo degli interventi basati sulla mindfulness è incoraggiare le pazienti a connettersi con il “qui e ora” dell’esperienza, lavorando sull’accettazione e sulla self-compassion. La terapia include anche una parte psicoeducativa riguardo alla sessualità femminile.

Vi sono alcune sessioni dedicate ad aiutare le donne a scoprire le varie modalità con cui il desiderio sessuale può essere influenzato da pensieri, emozioni, comportamenti e relazioni sentimentali. Un altro scopo è quello di aumentare la consapevolezza e conseguentemente l’effetto che le funzioni sessuali hanno sull’umore e sull’autostima.

Per quanto riguarda la farmacoterapia, il Flibanserin è attualmente l’unico farmaco approvato dalla FDA per il trattamento delle donne in pre-menopausa.

Le donne già in menopausa possono beneficiare di una terapia a base di testosterone, seppur considerata “off-label”, cioè utilizzata in una situazione clinica non prevista dalla scheda tecnica del farmaco. Secondo lo stesso principio, anche il bupropione e il buspirone possono essere utilizzati come trattamenti di questo disturbo.

 

Dott.ssa Consuelo Enzo

Psicologa Psicoterapeuta

(Iscrizione all’Ordine degli Psicologi della Toscana n° 6691 )

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders, fifth edition.

Biddle, A.K., West, S.L. D’Aloisio, A.A. et al., (2009).Hypoactive sexual desire disorder in postmenopausal women : quality of life and health burden. Value Health, 12(5); 763-772.

Clayton, A.H.,De Rogatis, L.R., Rosen, R.C., & Pyke,R. (2012).Intended or unintended consequences? The likely implications of raising the bar of sexual dysfunction diagnosisi the proposed DSM 5 revisions: 2. For women with loss of subjective sexual arousal.Journal of Sexual Medicine, 9(8):2010-2016.

Goldstein, I., Kim,N.N., Clayton, A.H., et al.(2017). Hypoactive Sexual Desire Disorder: International Society for the Study of Women’s Sexual Health (ISSWSH) Expert Consensus Panel Review. , 92(1):114-128

Kingsberg, S.A. (2014). Attitudinal survey of women living with low sexual desire. Journal of Womens Health, 23(10):817-823

Mc Cabe,M.P.(2001) Evaluation of cognitive behavior therapy program for people with sexual dysfunction.Journal of Sexual Marital Therapy, 27(3):259-271

Mc Cabe,M.P.,Sharlip, I.D., Atalla, E., et al.(2015).Definitions of sexual dysfunctions in womwn and men: A consensus statement from the fourth International Consultation on Sexual Medicine.Journal of Sexual Medicine, 13(2):135-143-

Parish,S.J.,Goldstein, A.T.,Goldstein, S.W., et al.(2016). Toward a more evidence based nosology and nomenclature for female sexual dysfunctions:part II.Journal of Sexual Medicine,16, 30429-5

Trudel, G., Marchand, A., Ravart, M., et al.(2001).The effective of a cognitive behavioral group treatment program on hypoactive sexual desire in women.. Sexual Relationship Therapy; 16(2):145-164.

World Health Organization (2007).ICD-10 International statistical Classification of Disease and health related problems.

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