COSA (NON) E’ LA MINDFULNESS

Citazione consigliata: Di Natale, S. (2019). Cosa (non) è la Mindfulness. [Blog Post]. Retrieved from: http://www.tagesonlus.org/2019/05/26/cosa-non-e-la-mindfulness

 

“Come siamo, e ovunque siamo in qualsiasi momento,

va abbastanza bene, almeno per ora!”

Jon Kabat-Zinn

 

 

Quando ho sentito parlare della mindfulness ho subito pensato che fosse una delle tante tecniche in voga nell’ambito della salute e del benessere e che poteva essere tranquillamente appresa da tutti i terapeuti e inserita dentro la propria cassetta degli attrezzi.

Quando ho iniziato a praticarla, invece, ricordo di aver provato una tale delusione e una tale noia che l’unico modo per giustificare questi miei due stati d’animo fu quello di assumere un atteggiamento molto critico e svalutante nei confronti di “questa banalità commerciale”.

Ero grandemente frustrata.

Ma la grande beffa è stata ritrovarmi ad aver pagato un percorso lungo un anno e rendermi conto che io stessa avevo gettato via la chiave per la mia unica via di fuga.

Più desideravo scappare dalle pratiche e da tutte quelle ore di formazione teoriche ed esperienziali, più mi ritrovavo a “stare” con tutto quello che di più scomodo queste generavano in me: rabbia, ansia, frustrazione, noia, tensioni alla schiena dovute alle numerose ore passate a meditare e pensieri che avrei tanto desiderato non avere in quel momento, soprattutto se la loro presenza nella mia mente ricordava a me stessa tutti gli errori commessi nel passato e le mancanze che avevo nel presente

Ad oggi guardo con tenerezza a tutto questo, perché ciò che vedo ricordando quei momenti non è il difficile rapporto che avevo con la pratica della mindfulness, ma quello che questa rappresentava: la possibilità di stare con me stessa. Mi portava dove non volevo stare, mi ricordava quanto giudizio e critica io avessi nei miei confronti.

Oggi si parla tanto di mindfulness, forse al pari di quanti articoli si trovano sul web che parlano dei suoi benefici e della sua importanza in termini di salute mentale e fisica.

Sfortunatamente “parlare di mindfulness” non implica “comprendere” realmente cosa sia.

La mindfulness non si teorizza, si pratica”, recitava ad un congresso uno stimatissimo collega.

Ma, ad oggi, più che esplicitarne la definizione ormai conosciuta e condivisa, quella che Kabat-Zinn definì “l’abilità di prestare attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, orientati al momento presente e in modo non giudicante” (Kabat-Zinn, 1990), penso sia più opportuno definire COSA LA MINDFULNESS NON E’.

  • Prima di tutto, la mindfulness non è una tecnica. L’errore che ho commesso quando ho deciso di avvicinarmi alla pratica meditativa è stato proprio quello di credere che bastava apprendere una serie di passi per giungere ad una piena consapevolezza di me.

La mindfulness è, invece, un’abilità, uno stato d’essere che necessita di impegno e pratica per essere sviluppata. E’ un incontro con noi stessi e con ciò che siamo che si rinnova momento per momento. È essere consapevoli di ciò che siamo e di ciò che stiamo vivendo, delle sensazioni che siamo in grado di esperire nel corpo e riconoscerne le qualità fisiche che le caratterizzano. È imparare a dare un nome a ciò che sentiamo, nonché riconoscere quali sono i pensieri che attraversano la nostra mente in un dato momento. In questi termini, non può essere una tecnica, ma una pratica, che a volte, può essere anche faticosa. Perché non sempre è facile stare con noi stessi quando proviamo dolore, sofferenza, mancanza, colpa, ansia. Non sempre la nostra volontà è quella di accogliere ciò che il momento presente offre. I nostri automatismi ci spingono ad evitare, fuggire, controllare e manipolare ciò che non ci piace, che sia fisico, mentale o emotivo, e lo facciamo al fine di non dover entrare in relazione con tutto questo. Ma nel fare questo perdiamo l’occasione di fare esperienza di una verità molto cara al mondo mindfulness: tutto è impermanente e in divenire. Se impariamo a lasciar essere ciò che c’è, che sia un dolore o un dispiace, che sia un pensiero disturbante o una sensazione fisica particolarmente intensa, senza necessariamente far nulla per modificarli, forse potremmo renderci conto che ad un certo punto saranno loro stessi ad andare via. In questi termini, praticare mindfulness somiglia più a un atto d’amore verso noi stessi e ciò che siamo, così come recita la frase iniziale con cui ho iniziato questo post: “Come siamo, e ovunque siamo in qualsiasi momento, va abbastanza bene, almeno per ora!” (Kabat-Zinn, 2019).

  • La mindfulness non è rilassamento. Molti si avvicinano alla pratica meditativa con lo scopo di “eliminare” l’ansia dalla propria vita. Possiedono convinzioni molto rigide sulla pericolosità e sull’incontrollabilità delle proprie emozioni (Leahy, 2013) e ricercano nella mindfulness uno strumento che li aiuti a non avere alcuna relazione con esse. La mindfulness, come detto prima, non è una tecnica e dunque non è equiparabile a un training autogeno. Con quest’ultimo, infatti, non condivide neanche il razionale. Se il training autogeno si prefigge lo scopo di indurre uno stato di rilassamento, la mindfulness, invece, aiuta la persona a “stare con quello che l’esperienza del momento presenta”. Che si provi rabbia, ansia, tristezza o paura, praticando con impegno, la persona impara ad entrare in relazione con le proprie emozioni più difficili in uno modo diverso, aumentando notevolmente il livello di tolleranza rispetto ad esse. Se ci soffermiamo a riflettere un attimo, gran parte del nostro stress e della nostra sofferenza è data proprio dalla lotta che noi stessi mettiamo in atto contro alcuni dei nostri pensieri indesiderati, contro alcune delle nostre emozioni che non accettiamo o contro alcune sensazioni fisiche del nostro corpo che consideriamo invalidanti. Trascorriamo tantissimo tempo e sprechiamo moltissime energie contro ciò che non ci piace sentire o pensare, e ogni volta, alla fine, sembra non cambi nulla, se non che ci sentiamo più frustrati, stanchi e scoraggiati. Prestare attenzione significa diventare consapevoli, e la consapevolezza è conoscenza. Più conosciamo ciò di cui abbiamo paura, più questo diventerà familiare e forse, con il tempo, riusciremo anche a conviverci.
  • La mindfulness non è una moda o un lusso passeggero: praticare mindfulness richiede impegno. Ci si assume la responsabilità di molte cose e dovrebbe essere così soprattutto quando parliamo della nostra salute fisica e mentale. Non possiamo pensare di praticare sporadicamente qualche meditazione mindfulness e pretenderne istantaneamente i numerosi benefici. Quando ci avviciniamo alla mindfulness lo facciamo riconoscendo che il primo passo da fare è assumerci la responsabilità di impegnarci nell’incontrare noi stessi ogni giorno, in un modo attento, gentile e non giudicante; e per coltivare questo atteggiamento abbiamo bisogno di praticare giorno dopo giorno.
  • La mindfulness non è solo pratica formale: meditare in modo “formale” ci permette di riservarci un tempo, in uno spazio consono, per “ritornare a casa”, cioè a noi stessi. Che siano praticate da seduti, sdraiati, in piedi o camminando, numerose sono le meditazioni che favoriscono il prestare attenzione al corpo, al respiro, alle emozioni e ai pensieri. Molte, inglobano anche una consapevolezza più estesa, come ai suoni dello spazio che ci circonda. Ma, come sottolineato da Kabat-Zinn (2019) “è ciò che chiamiamo pratica informale la vera pratica di meditazione”. Ogni qualvolta, infatti, che prestiamo attenzione a ciò che stiamo facendo, a come ci sentiamo, a cosa percepiamo o pensiamo, ne diventiamo automaticamente consapevoli e, quindi, in grado di vivere nel presente.

 

Abbiamo necessità di prestare attenzione a ciò che ci accade, abbandonando le continue lotte che tentiamo di avviare contro noi stessi, per imparare a stare in un modo nuovo con ciò che siamo.

 

 

 

Dott.ssa Sefora Di Natale

Psicologa Psicoterapeuta, Insegnante di Protocolli Basati sulla Mindfulness

 

 

 

Bibliografia

     Leahy, R. L., Tirch, D., & Napolitano, L. (2013). La regolazione delle emozioni in psicoterapia. Eclipsi.

      Kabat-Zinn, J. (1990) Full catastrophe living: Using the wisdom of your body and mind to face stress, pain and illness. Dell, New York. Trad. it (2002).Vivere momento per momento. Corbaccio, Milano.

       Kabat-Zinn, J. (2019). La scienza della meditazione. Perché la mindfulness è così importante. Garzanti S.r.l, Milano.

 

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