“CIO’ CHE NON MI UCCIDE, MI RENDE PIU’ FORTE”: IL POST-TRAUMATIC GROWTH

Citazione consigliata: Brussa, C. (2019). “Ciò che non mi uccide, mi rende più forte”: il Post-Traumatic Growth. [Blog Post]. Retrieved from: http://www.tagesonlus.org/2019/04/12/post-traumatic-growth

 

È di Friedrich Wilhelm Nietzsche la frase “ciò che non mi uccide, mi rende più forte”, tratta dal Crepuscolo degli Idoli del 1888. Forse il celebre filosofo tedesco non aveva tutti i torti.

Vi è mai capitato di incontrare qualcuno sopravvissuto ad un evento potenzialmente traumatico e stressante, come può essere un tumore, e sentirlo pronunciare frasi come “il cancro è la cosa migliore che mi sia mai capitata”? Persone che in seguito ad un’esperienza avversa hanno ripreso in mano la propria vita, cambiando le proprie priorità, magari iniziando a girare il mondo o dandosi al volontariato.

È un fenomeno più comunque di quanto si pensi: non è raro ormai constatare che per molte persone, il fatto di dover far fronte ad un trauma, costituisca una spinta al cambiamento e un’occasione di crescita personale.

Per questo motivo, in parallelo agli studi sul Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) – a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 – ha iniziato a delinearsi un’area di ricerca sul Post-Traumatic Growth (PTG) o Crescita Post-Traumatica, volta ad indagare gli aspetti positivi che possono derivare da eventi potenzialmente traumatici come appunto la diagnosi di gravi malattie, un infarto, incidenti automobilistici, ma anche abusi sessuali o disastri naturali (Perdighe, 2010).

Il PTG è un costrutto derivante dalla teoria che cerca di spiegare i risvolti positivi che possono seguire un’esperienza traumatica, come per esempio un nuovo apprezzamento per la vita, un ritrovato senso di forza personale o un nuovo focus su come poter aiutare gli altri. Gli autori di questa teoria sono gli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun (1996), gli stessi che hanno coniato successivamente il termine Post-Traumatic Growth per intendere quel cambiamento psicologico positivo che risulta da una lotta contro circostanze di vita altamente impegnative e sfidanti (Collier, 2016).

Tedeschi e Calhoun hanno individuato cinque dimensioni su cui agisce la crescita post-traumatica: (i) una dimensione sociale, che fa riferimento alla vicinanza con gli altri; (ii) una dimensione cognitiva che rimanda al sentirsi più forte e più capace di risolvere i problemi; (iii) una componente emotiva, la quale include una maggiore compassione per il dolore degli altri e una migliore espressione di emozioni e sentimenti; (iv) una dimensione fisica, ad esempio l’assunzione di uno stile di vita più sano; (v) infine una dimensione spirituale, che fa riferimento al cambiamento nelle priorità della vita. Partendo da queste cinque dimensioni i due psicologi hanno ideato il Post-Traumatic Growth Inventory (PTGI), una scala composta da 21 item che misura i risultati positivi riportati dalle persone che hanno affrontato esperienze negative ed avverse (Cormio, Muzzatti, Romito, Mattioli, & Annunziata, 2016).

Spesso il termine PTG viene erroneamente confuso con il costrutto di resilienza, ma si tratta di due concetti differenti. In psicologia, la resilienza è l’abilità di far fronte in modo positivo a traumi e difficoltà; il PTG invece fa riferimento a ciò che può accadere quando qualcuno che ha difficoltà a reagire e ad affrontare le difficoltà o le esperienze traumatiche cerca di resistere alla sofferenza psicologica con tutte le sue forze, fino a che alla fine non trova un senso di crescita personale. È un processo che richiede molto tempo, energie ma anche sofferenza. Una persona resiliente non sperimenterà alcuna crescita post-traumatica perché non deve intraprendere quell’estenuante lotta per reagire che invece deve affrontare chi è poco resiliente. È importante dunque riconoscere che non è l’evento traumatico in sé a condurre alla crescita personale, ma il grande sforzo teso a contrastarlo (Collier, 2016).

Proviamo a considerare come evento traumatico il cancro. La letteratura scientifica è ormai d’accordo nel considerare la diagnosi di tumore e il suo trattamento come fattori altamente stressanti e potenzialmente traumatici. Le risposte emotive ad un’esperienza del genere spaziano dalla paura, alla tristezza, alla rabbia, all’ansia, alla depressione. Proprio per questo motivo, a partire dal DSM- IV-TR, i criteri diagnostici del PTSD sono stati estesi e oggi troviamo tra essi anche la diagnosi e il trattamento di malattie minacciose per la vita tra i fattori stressanti in grado di elicitare un disturbo da stress post-traumatico (Cordova, Riba, & Spiegel, 2017).

In linea con il modello di Tedeschi e Calhoun, l’evento traumatico scuote molto profondamente il modo di essere pre-traumatico, distruggendo il senso di sicurezza e di invulnerabilità dell’individuo. Dopo questo terremoto emozionale, inizia l’attività di ruminazione (Cormio et al., 2016). La ruminazione è il processo per cui i pensieri legati al trauma si ripresentano continuamente e in modo intrusivo nel corso delle attività quotidiane della persona: l’aspetto costruttivo di tale fenomeno consiste nella ricerca di un significato per quanto è successo e l’attenzione ai cambiamenti del sé (Perdighe, 2010).

Questo costrutto è applicabile anche al cancro, come evento traumatico che irrompe nella vita e nel funzionamento di una persona. Gli schemi, gli assunti di base riguardanti il sé, gli scopi, le credenze sul mondo, vengono infranti. E il primo passo nella direzione di una rielaborazione positiva del trauma è proprio il riconoscere che quegli schemi, quegli assunti, quegli scopi, hanno perso valore e significato (Perdighe, 2010). Molti sopravvissuti al cancro riportano di aver in qualche modo beneficiato dell’esperienza capitatagli. Per questo motivo il PTG è stato studiato in diverse popolazioni di persone sopravvissute al cancro, e sono emersi numerosi moderatori e fattori associati.

In uno studio condotto in Italia da Cormio e colleghi (2016) sono stati considerati 540 partecipanti sopravvissuti ad un tumore. Lo scopo di tale studio consisteva nel determinare la presenza del PTG in un campione abbastanza numeroso di persone sopravvissute al cancro (con almeno dieci anni di assenza di malattia) e di esplorare l’associazione tra il PTG e diverse variabili demografiche, cliniche e psicologiche. Tra tutte le variabili considerate, quelle più strettamente correlate con il Post- Traumatic Growth sono state supporto sociale percepito, età, livello di istruzione e impiego. In particolare, i partecipanti più giovani, con livelli di istruzione più elevati, con un impiego e con un’assenza totale di segni di malattia da almeno dieci anni hanno riportato i punteggi più alti al PTGI. Non è stata trovata invece alcuna correlazione con il livello di distress.

Altri fattori che sembrano influenzare in positivo questo processo sono la valutazione dell’evento in termini di sfida personale e variabili di personalità quali estroversione, coscienziosità, conformismo, autostima, apertura alle esperienze, ottimismo e auto-efficacia. Tratti come il nevroticismo invece influiscono negativamente (Perdighe, 2010).

Ricerche più recenti hanno portato alla luce un ulteriore aspetto del Post-Traumatic Growth: una distinzione tra PTG reale e PTG percepito. La questione sorge dal sospetto che la sensazione di crescita personale post-traumatica riportata dalle persone (quindi self-report) possa essere addirittura illusoria. Studi condotti nell’ambito della memoria autobiografica hanno infatti riscontrato una tendenza generale delle persone a percepire sé stessi come migliorati nel corso del tempo: se un individuo fa esperienza di eventi stressanti o traumatici, è facile per lui o lei attribuire erroneamente la naturale percezione di crescita che ha di sé stesso nel corso del tempo come un risultato diretto di quegli eventi stressanti e traumatici (Boals, Bedford, & Callahan, 2018).

Boals e colleghi (2018) hanno condotto un interessante studio in merito, confermando il fatto che il PTG ha due diverse facce: una costruttiva di reale crescita personale, e una illusoria come tentativo

di coping. Ciò non toglie che anche il PTG percepito possa portare dei benefici: nel caso in cui esso risulti in una strategia di coping, anziché in un vero e sofferto processo di crescita personale, è comunque in grado di alleviare la sofferenza della persona, anche se è un sollievo a breve termine.

In conclusione, nonostante la natura duale di questo fenomeno, il Post-Traumatic Growth rimane un costrutto estremamente interessante sia nella teoria che nella pratica clinica. Sapere che a degli eventi catastrofici, stressanti e traumatici è possibile reagire in modo positivo fa ben sperare che il PTG possa essere approfondito e magari implementato all’interno di una psicoterapia, andando a far leva sulle variabili e sui fattori protettivi emersi dai vari studi, in modo tale da poter accompagnare la persona nel suo percorso di crescita personale. È quindi auspicabili che la letteratura scientifica continui a muoversi in questa direzione, con studi longitudinali e su campioni più numerosi, così da poter ottenere maggiori informazioni e poter sfruttare al massimo questa incredibile capacità umana.

 

Dott.ssa Clara Brussa

Tirocinante presso Tages Onlus 

 

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

Arnedo, C. O., Sànchez, N., Sumalla, E. C., Casellas-Grau, A. (2019). Stress and Growth in Caner: Mechanism and Psychotherapeutic Interventions to Facilitate a Constructive Balance. Frontiers in Psychology, 10, 1-12. Doi: 10.3389/fpsyg.2019.00177

Boals, A., Bedford, L. A., Callahan, J. L. (2018). Perceptions of Change after a Trauma and Perceived Posttraumatic Growth: A Prospective Examination. Behavioral Sciences 2019, 9, 10 1-12. Doi: 10.3390/bs9010010

Collier, L. (2016). Growth after trauma. Retrieved from https://www.apa.org/monitor/2016/11/growth-trauma

Cordova, M. J., Riba, M. B., Spiegel, D. (2017). Post-traumatic stress disorder and cancer. Lancet Psychiatry, 4, 330-338. Doi: 10.1016/S2215-0366(17)30014-7

Cormio, C., Muzzatti, B., Romito, F., Mattioli, V., Annunziata, M. A. (2016). Posttraumatic growth and cancer: a study 5 years after treatment end. Support Care Cancer 2017, 25, 1087- 1096. Doi: 10.1007/s00520-016-3496-4

Perdighe, C., & Mancini, F. (2010). Elementi di Psicoterapia Cognitiva (pp. 152-154). Roma: Giovanni Fioriti Editore.

Workshop – LA VITA OLTRE IL TRAUMA

RAZIONALE DEL CORSO

In occasione della Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne 2018, Tages Onlus ha deciso di proporre un corso finalizzato a supportare i clinici nella concettualizzazione del caso e nell’impostazione di un percorso rivolto alle vittime di violenza ed in genere a chi ha subito traumi rilevanti. Una delle maggiori difficoltà con cui da terapeuti e professionisti sanitari ci dobbiamo confrontare corrisponde alla comprensione dei meccanismi post-traumatici e delle difficoltà personali che canalizzano l’esperienza di chi è vittima di violenza al punto da rendere molto raro accedere a percorsi di supporto. La capacità di comprendere il vissuto soggettivo legato al trauma ed i dilemmi decisionali nel cercar di andar oltre la sofferenza sono aspetti centrali del lavoro psicoterapeutico. Nella convinzione che professionisti preparati possano svolgere un ruolo rilevante nell’aiutare le persone ad andare oltre il trauma, abbiamo deciso di proporre questo corso della durata di una giornata.

 

OBIETTIVI FORMATIVI

Il corso si pone due obiettivi legati alla costruzione di un percorso di supporto per vittime di violenza: (i) fornire delle conoscenze basilari nella comprensione dei meccanismi psicologici legati all’esperienza e all’elaborazione del trauma; (ii) offrire un modello di inquadramento utile a comprendere i dilemmi decisionali di chi è vittima di violenza.

 

STRUTTURA E CONTENUTI

9.30-13.30: MODULO I – PSICOLOGIA DEL TRAUMA
Dott.ssa Cecilia Trevisani

Sempre più spesso i clinici si trovano a dover affrontare le sfide connesse al trattamento di pazienti con esperienze di vita traumatiche cumulative, caratterizzate da sintomatologia ben più complessa e multiforme di quella riscontrata nel trauma singolo, che ad oggi nella nosografia ufficiale è rappresentata dalla sola categoria diagnostica del PTSD. La presenza di ripetute esperienza infantili avverse ed il trauma relazionale precoce (Schore 2003, 2009) possono minare profondamente la dimensione identitaria, corporea, comportamentale e relazionale dell’individuo, configurando esiti psicopatologi ascrivibili ad un quadro sindromico, definito PTSD complesso (Herman 1992), il cui fondamento psicopatologico sarebbe costituito da processi mentali dissociativi (Liotti e Farina, 2011). Il Modulo I si pone come obiettivo competenze specifiche e neurobiologicamente fondate sulla relazione tra trauma semplice e complesso, attaccamento e dissociazione, sui meccanismi patogenetici che sottendono la dissociazione traumatica e sugli itinerari di sviluppo psicopatologico ad essi associati. Verranno inoltre fornite le competenze di base per effettuare la diagnosi e l’assessment dei disturbi dello spettro post-traumatico.

 

14.30-18.30: MODULO II – IL RUOLO DEI DILEMMI IMPLICATIVI
Prof. Joan Miquel Soldevilla Alberti

Il concetto di conflitto cognitivo rappresenta un tema ricorrente nella storia della psicologia. In forme diverse lo ritroviamo nelle opere di autori come Freud, Piaget, Bandura. La psicologia costruttivista, che ha avuto un ruolo cruciale nella nascita del cognitivismo clinico italiano (Guidano & Liotti, 1986), offre una visione diversa di questo fenomeno. Si assume che le persone operino, tra le alternative possibili, quelle scelte che permettono di dare senso alla loro esperienza e al loro mondo. E piuttosto che parlare di conflitti si è soliti parlare di dilemmi implicativi, considerando come aspirazioni e desideri entrino spesso in conflitto con la nostra identità a causa delle possibili implicazioni che questi portano con sé.
Nel corso degli ultimi 20 anni presso l’Università di Barcellona è stato sviluppato un protocollo clinico cognitivo-costruttivista denominato Dilemma-Focused Intervention (Feixas et al, 2016). Dopo aver mostrato la sua efficacia nel trattamento dei pazienti depressi, questo modello terapeutico è stato applicato anche alle vittime di intimate partner violence (Soldevilla et al., 2014). Durante il Modulo II, si introdurranno i principi teorici e clinici della Terapia Basata sui Dilemmi e le sue applicazioni con persone vittime di violenza.

 

DESTINATARI E COSTI

Il corso è destinato primariamente a psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, ma anche al personale sanitario e assistenziale che opera nei percorsi rivolti a persone vittime di violenza o traumi rilevanti. Il costo per i due moduli è di 55€. Non sono previsti crediti ECM. Ad ogni partecipante, verrà rilasciato l’ATTESTATO alla fine del corso.

 

DOCENTI DEL CORSO

Dott. Joan Miquel Soldevilla Alberti: professore associato del Dipartimento di Psicologia Clinica e Psicobiologia della Facoltà di Psicologia dell’Università di Barcellona, presidente dell’Associazione Spagnola di Psicoterapia Cognitiva (ASEPCO). Si è formato e collabora da oltre 10 anni con Guillem Feixas, ideatore della Dilemma-Focused Intervention per pazienti depressi. Ha sviluppato un sistema di assessment e intervento per donne vittime di violenza basato su questo modello terapeutico.

Dott.ssa Cecilia Trevisani: psicologa, Tutor Didattico del Corso di Alta Formazione “Valutazione e Trattamento dei Disturbi di Personalità” dell’Università di Bologna. Esperta nella valutazione e nel trattamento dei disturbi su base traumatica si occupa prevalentemente di trauma complesso, disturbo borderline di personalità e dipendenze patologiche, collaborando sia con strutture pubbliche (es. Ospedale Sant’Orsola-Malpighi) che private (es. Tages Onlus).

 

ISCRIZIONI:

Per scaricare la locandina in PDF cliccare QUI.

Per avere maggiori informazioni si prega di scrivere a: info@tagesonlus.org

Per richiedere l’iscrizione, compilare il form che contiene anche le informazioni inerenti le modalità di pagamento. Una volta raggiunto il numero massimo di iscritti, il modulo online non sarà più compilabile. 

 

Incontro con l’autore – Antonio Onofri

“Il lutto. Psicoterapia cognitivo-evoluzionista e EMDR”

 

di A. Onofri e C. La Rosa

 


Il dott. Antonio Onofri presenta il suo lavoro attraverso il quale ha affrontato il delicato tema del lutto e della perdita, offrendo ai lettori uno strumento di intervento clinico basato sull’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) che include scale di valutazione, criteri diagnostici e protocolli di intervento. Il testo fornisce inoltre interessanti spunti di riflessione sull’importanza delle relazioni per l’essere umano, tanto fondamentali da superare la fine della vita.

L’evento fa parte di un ciclo di incontri dedicati alla presentazione di testi di recente uscita ed inerenti la psicologia e la psicoterapia.


La partecipazione è gratuita ma è necessaria l’iscrizione scrivendo una email a info@tagesonlus.org oppure compilando il form di iscrizione.

Il numero di posti è limitato.

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Antonio Onofri

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Fioriti Editore