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LE COMPLESSE INTERCONNESSIONI TRA TRAUMA RELAZIONALE, ATTACCAMENTO E DISSOCIAZIONE

Citazione Consigliata: Trevisani, C. (2020). “Le complesse interconnessioni tra trauma relazionale, attaccamento e dissociazione” [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2020/06/24/trauma-relazionale

 

LE COMPLESSE INTERCONNESSIONI TRA TRAUMA RELAZIONALE, ATTACCAMENTO E DISSOCIAZIONE

 

 

La teoria dell’attaccamento ed i suoi recenti sviluppi (Bowlby, Main, Crittenden) hanno ampiamente sottolineato la rilevanza delle dinamiche relazionali precoci bambino-caregiver nella costruzione del proprio senso di sé, nella sua lettura dell’altro e del mondo circostante.

Numerosi fattori ambientali, tra cui eventi di natura traumatica (lutti, abusi, aggressioni, incidenti, malattie, ecc.) più o meno isolati o ripetuti, si vanno ad intersecare con i pattern di attaccamento individuali, contribuendo ad itinerari di sviluppo più o meno funzionali.

 

Nonostante il trauma sia ormai ampiamente entrato nella cultura psicologica, tale termine risulta ancora molto controverso in quanto fa riferimento sia a concetti che a condizioni molto differenti tra loro. Ad esempio, col termine “trauma” ci si può riferire a degli eventi episodici, a processi, a fattori eziopatogenetici o ad una dimensione transdiagnostica. Oppure, per quanto concerne la diversità di condizioni ascrivibili alla macrocategoria “trauma”, non tutti gli autori sono concordi nel considerare il neglect emotivo come facente parte di essa, nonostante le indiscusse evidenze riguardo alla potenza d’impatto di tale esperienza, soprattutto nelle fasi precoci di sviluppo, in cui viene a mancare la qualità di base della relazione con l’altro, ovvero processi quali sintonizzazione e rispecchiamento, prerequisiti necessari, insieme ad una percezione relativamente stabile di sicurezza, per la costruzione di un senso di sé stabile e coeso.

 

Ulteriore aspetto che va a complicare il tutto è che un trauma non viene determinato da fenomeni oggettivi, ovvero non esiste un evento che sia traumatico di per sé,  ma è la risposta dell’individuo all’evento che lo rende tale: l’evento deve essere percepito come soggettivamente soverchiante le capacità di fronteggiamento dell’individuo.

Esistono inoltre fenomeni come il trauma trangenerazionale e quello vicario, in cui il soggetto paga lo scotto di eventi e processi risalenti ad un tempo in cui non era ancora nemmeno nato o in cui ha assistito indirettamente ad un’esperienza soverchiante che riguarda un suo consimile, anche solo sotto forma di narrazione dell’evento (tipico degli operatori sanitari).

 

Un aspetto su cui la psicotraumatologia risulta alquanto concorde è che il trauma che coinvolge la relazione con l’altro (aggressioni di varia natura) spesso impatta in maniera molto più significativa sull’identità dell’individuo rispetto al trauma non relazionale (es. incidenti, carestie, catastrofi naturali). Questo avviene in quanto il consimile, che in natura viene impiegato come supporto al sistema di difesa del singolo nella protezione del sé (tramite l’attivazione del sistema motivazionale dell’attaccamento e di ingaggio sociale) diviene la fonte stessa del pericolo (Porges).

Il trauma relazionale, inoltre, quando caratterizzato da un’esperienza prolungata, perdurante, ripetuta e costituita da interazioni disfunzionali multiple e di varia natura (come accade durante guerre, rapimenti, prigionie, ecc.), ha sull’individuo un impatto molto maggiore di quello che hanno i traumi semplici e singoli, anche se occorsi in fasi di vita molto precoci.

 

Quando il trauma relazionale coinvolge le prime fasi di sviluppo e l’interazione con uno o più caregiver, il quadro si complica ulteriormente e tale processo prende il nome di “trauma relazionale precoce” (Schore). Questo avviene quando la natura stessa della relazione di attaccamento con il caregiver, fin dalle prime fasi di vita, diviene un’esperienza traumatica, minando uno dei bisogni di base dell’individuo, ovvero il bisogno di sicurezza.

In questi quadri di sviluppo il caregiver, che dovrebbe essere fonte di protezione per il bambino diventa allo stesso tempo anche la fonte del pericolo. Questo fa sì che il bambino sperimenti precocemente l’attivazione contemporanea del sistema di attaccamento e del sistema di difesa, opposti per loro stessa natura, ma entrambi necessari. Questo costituisce un importante ostacolo ad un’organizzazione coerente dell’esperienza mentale portando a precoci fallimenti delle funzioni integrative e a deficit metacognitivi.

 

Il bambino, quindi, fa esperienza di quella che viene definita “paura senza sbocco”, che impedisce sussista quella condizione di sicurezza, che è uno dei prerequisiti per uno sviluppo sano. Il pericolo continuo è però un’esperienza non sostenibile per l’essere umano tanto da divenire disgregante.

La presenza di ripetute esperienze infantili avverse ed il trauma relazionale precoce possono minare profondamente la dimensione identitaria, corporea, comportamentale e relazionale dell’individuo, configurando esiti psicopatologi ascrivibili ad un quadro sindromico, definito Disturbo Post-traumatico da stress complesso (PTSDc, Herman). Il fondamento psicopatologico del PTSDc sarebbe costituito da processi mentali dissociativi e dalla disorganizzazione dell’attaccamento (Liotti e Farina). E la disorganizzazione dell’attaccamento è a sua volta sostenuta da processi dissociativi e diviene un fattore di vulnerabilità per risposte di tipo dissociativo in tutto l’arco di vita.

 

Tra i sintomi dissociativi (distinti in positivi e negativi) troviamo manifestazioni psicoformi e somatoformi, ed una macro-distinzione tra quelli da distacco (come ad esempio depersonalizzazione, derealizzazione) ed i più gravi sintomi da compartimentazione (es. amnesia dissociativa), che arrivano a coinvolgere la struttura stessa dell’identità, alterando processi come coscienza e memoria e impedendo la costruzione di un senso di sé unitario, stabile e coeso.

 

Per evitare il riemergere dei modelli operativi interni della disorganizzazione dell’attaccamento ed ottenere una parvenza di sicurezza e controllo sull’ambiente, il bambino impara a strutturare delle strategie definite “controllanti” (Liotti e Farina). Tali strategie, che si strutturano molto precocemente (a partire dai 3 anni), differiscono da persona e persona e sono sartorialmente cucite sulla base della specifica relazione significativa della diade in cui si è strutturata la disorganizzazione dell’attaccamento.

 

Tali strategie possono essere:

 

  • controllante-punitiva e/o controllante-sottomessa (in cui il sistema motivazionale agonistico vicaria quello dell’attaccamento),
  • controllante-accudente (in cui il sistema motivazionale dell’accudimento vicaria quello dell’attaccamento),
  • controllante coinvolgente la sessualità (in cui il sistema motivazionale sessuale vicaria quello dell’attaccamento)
  • inibizione massiva delle relazioni (al fine di evitare l’attivazione del sistema motivazionale dell’attaccamento).

 

Nonostante abbiano un alto costo per l’individuo in termini relazionali ed emotivi, le strategie controllanti possono essere mantenute per tutta la vita, ma in alcuni casi, ad esempio a causa di ulteriori eventi traumatici o invalidazioni o rotture di relazioni significative o un’attivazione massiccia dell’attaccamento, possono crollare facendo riemergere, anche in età avanzata, la disorganizzazione dell’attaccamento e con essa varie sintomatologie su base dissociativa.

 

Per tali motivi è importante che il clinico, nella concettualizzazione del caso, divenga sempre più esperto nel mettere a fuoco con maggior chiarezza il ruolo di trauma, attaccamento e dissociazione all’interno dell’itinerario di sviluppo del soggetto, per comprendere come questi elementi si intersechino con la sua struttura personologica e la influenzino e come contribuiscano all’eziopatogenesi di eventuali scompensi sintomatologici.

 

 

Dott.ssa Cecilia Trevisani

Psicologa clinica – Psicoterapeuta – Psicotraumatologa

Referente del Gruppo Tages Trauma 

 

 

 

 

 

Bibliografia essenziale

 

Liotti, G., Farina, B. (2011) Sviluppi traumatici: Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Raffaello Cortina.

Porges S.W. (2014) La teoria polivagale. Giovanni Fioriti Editore.

 

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