I DISTURBI DI PERSONALITÀ NELL’ETÀ AVANZATA

Citazione Consigliata: Vivit, B. (2020). “I Disturbi di Personalità nell’Età Avanzata” [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2020/11/27/i-disturbi-di-personalita-nelleta-avanzata

 

Lo studio della personalità nella popolazione anziana è un campo di ricerca ancora poco esplorato. Secondo il DSM-V (APA, 2013) un Disturbo di Personalità (DP) è “un pattern costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione”. Molti studi si concentrano sui disturbi di personalità (DP) tra gli adolescenti e i giovani adulti mentre meno ricerche sono state condotte nella popolazione adulta (sopra i 45 anni) e anziana, nonostante si tratti di pattern maladattivi pervasivi e di lunga durata. A partire dal DSM-III i DP sono stati posti in un asse separato rispetto ai disturbi episodici dell’Asse I, data la loro stabilità nel tempo (Grilo et al., 1998). Hopwood e colleghi (2018) hanno passato in rassegna diverse metodologie nel concettualizzare ed indagare la stabilità e il cambiamento della personalità, evidenziando come, per quanto siano ad oggi ancora poco utilizzati in ambito clinico, i modelli dimensionali permettono di cogliere appieno non solo la struttura personologica ma anche il decorso e i correlati psicopatologici (Few et al., 2015; Suzuki et al., 2015; Tyrer et al., 2015). Le ricerche longitudinali dimostrano che i tratti di personalità (Roberts et al., 2000) tendono ad avere una maggiore stabilità nel tempo rispetto ai sintomi (Reichborn-Kiennerud et al., 2015). Oltre ad un problema concettuale, si pone un problema di metodo: l’anamnesi. Secondo il DSM-V i DP insorgono nell’adolescenza o nella prima età adulta, creando così un gap rispetto alla fascia adulta-anziana che non è mai stata diagnosticata o che ha ricevuto altre diagnosi psichiatriche (es. depressione, ansia). Inoltre, si pongono due problemi fondamentali nell’occuparsi del paziente anziano: eventi di vita stressanti possono portare alla manifestazione di caratteristiche personologiche rimaste silenti nel corso della vita; ricostruire la storia di vita con precisione non è sempre possibile.

 

L’età avanzata come fase di vita

Sia dal punto di vista lavorativo che sociale, l’ingresso nell’età avanzata si caratterizza per una ridefinizione dei rapporti sociali. Un fattore stressante tipico di questa fase di vita è rappresentato dal pensionamento che si accompagna ad un deciso cambiamento di ruolo e alla conseguente difficoltà ad abbandonare la posizione lavorativa occupata, dal momento che ciò comporta un minor impiego di energie, la riduzione delle interazioni sociali e il peggioramento della condizione finanziaria (Menniti et al., 2006). Dal punto di vista sociale si assiste ad una riduzione dei rapporti sociali: se da un lato vengono conservati i legami più stretti dal punto di vista affettivo, dall’altro il lutto e la perdita di persone significative si caratterizzano come eventi stressanti tipici di questa fascia d’età (Bressi et al., 2008) indebolendo in questo modo il supporto sociale percepito e determinando un elevato senso di solitudine e di isolamento sociale (Djernes, 2006; Sagna et al., 2014).  Dal punto di vista della salute fisica, inoltre, l’avanzare dell’età può comportare un peggioramento dello stato di salute per il sopraggiungere di disturbi che compromettono la qualità della vita, una progressiva disabilità e la necessità di terapie farmacologiche.

 

I DP nell’anziano

Data la scarsità di strumenti per la ricerca in questo campo e data l’assenza di criteri diagnostici specifici, non è semplice determinare l’epidemiologia dei DP in questa categoria di persone. Studi epidemiologici riportati da Van Alphen (2015) mostrano tassi di prevalenza dei DP nella popolazione anziana suggerendo che i DP sono disturbi relativamente comuni nella popolazione generale e tendono a prevalere nei contesti clinici: tra il 3 e il 13% rispetto alla popolazione generale (Van Alphen et al., 2012), tra il 5 e il 33% nei contesti ambulatoriali e tra il 7 e l’80% nell’assistenza sanitaria ospedaliera (Schuster et al., 2013).

Il problema della diagnosi non dipende solo dall’assenza di criteri diagnostici specifici e dalla scarsità di strumenti metodologici ma anche dalla comorbidità con altri disturbi psichiatrici: la comorbidità con la depressione può portare a una sottostima dei DP, dal momento che questi ultimi possono essere accompagnati da sintomi ascrivibili alla vecchia Asse I ovvero ai disturbi sintomatologici (Morse e Lynch, 2000). La diagnosi di un disturbo sintomatologico, come la depressione o l’ansia, rispetto ad un DP risulta infatti più facilmente riconoscibile e spesso più accettabile (Falk et al., 1998; Rosowsky et al., 1992; Segal et al., 1996).

I pochi studi condotti sui DP nella popolazione anziana hanno prodotto interessanti risultati mettendo in evidenza un calo di frequenza dei DP del Cluster B e un aumento invece di quelli ascrivibili al Cluster A e C (Oltmanns et al., 2011). Nello specifico, una recente meta-analisi, ha riscontrato una maggior frequenza del DP del Cluster A, in particolare paranoide e schizotipico, e del Cluster C, ossessivo-compulsivo, evitante e dipendente (Penders, 2020).

Van Alphen e colleghi (2014) hanno proposto diverse ipotesi per cercare di spiegare l’apparente diminuzione dei DP del Cluster B nell’età avanzata: (1) i comportamenti aggressivi, drammatici  e impulsivi tendono a ridursi con l’invecchiamento; (2) i DP del Cluster B tendono ad avere un’aspettativa di vita più breve rispetto agli altri per stili di vita non salutari, incidenti e violenza (Castle, 2019; Walker et al., 2015); (3) in età avanzata si assiste ad una diversa manifestazione del disturbo. Nello specifico è possibile, infatti, che se da un lato si verifichi una diminuzione dei comportamenti aggressivi e impulsivi, dall’altro si determini uno slittamento verso comportamenti passivo-aggressivi e un aumento dei sintomi depressivi e somatici, con la conseguente sottostima dei DP del cluster B nell’anziano (Van Alphen et al., 2006; Van Alphen et al., 2007).

In particolare, la prognosi del Disturbo Borderline di Personalità (DPB) sembra essere migliore rispetto ai criteri diagnostici: Zanarini e colleghi (2010) riportano una netta diminuzione sul piano sintomatologico nei campioni clinici, il 93% dei pazienti raggiunge una remissione sintomatica della durata di 2 anni a 10 anni dalla diagnosi e l’86% una remissione prolungata della durata di 4 anni. Tuttavia,  uno studio condotto da Paris (2001) mette in evidenza la presenza di problemi subsindromici, in particolare in alcune aree come l’instabilità emotiva, le relazioni interpersonali e il funzionamento globale. Altre ricerche hanno corroborato questi dati evidenziando un calo di alcune caratteristiche tipiche del DPB, come l’impulsività e l’autolesionismo (Morgan et al., 2013; Martino et. al, 2020). D’altro canto, i sentimenti cronici di vuoto sembrano aggravarsi con l’avanzare dell’età (Morgan et al. 2013) e questa caratteristica potrebbe spiegare la comorbidità con la depressione.

Stevenson e colleghi (2003) hanno condotto uno studio confrontando pazienti anziani e pazienti giovani con diagnosi di DBP in termini di categorie diagnostiche: si conferma una minor impulsività tra gli anziani, ma non sono state evidenziate differenze tra i due gruppi in termini di instabilità emotiva, relazioni interpersonali e disturbi dell’identità. Solo per quanto concerne l’impulsività, quindi, è possibile affermare che i DP del Cluster B si esauriscano con l’avanzare dell’età.

In conclusione, i criteri utilizzati per fare diagnosi di DP del Cluster B nella popolazione giovane adulta sono forse difficilmente applicabili nella popolazione anziana: i criteri fanno esplicito riferimento ad un’insorgenza nell’età adolescenziale o nella prima età adulta, mentre i tratti di personalità possono manifestarsi diversamente in relazione all’età della persona; inoltre, alcuni tratti che in età giovanile potrebbero essere valutati come maladattivi potrebbero risultare adattivi in alcune circostanze tipiche della vecchiaia, per esempio la dipendenza di una persona anziana malata può essere una strategia funzionale piuttosto che una preferenza per una modalità di relazione.

 

Bianca Vivit

Psicologa-Psicoterapeuta

 

Bibliografia

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