Razzismo e Pregiudizi Possono Diventare Patologici?

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La psicologia e le neuroscienze si sono spesso occupate del tema del razzismo e del pregiudizio cercando di comprenderne da un lato origine e meccanismi evolutivi e dall’altro le implicazioni comunicative, sociali ed educative. E’ molto difficile infatti prescidere da componenti politiche, morali o mass-mediatiche nel trattare un simile tema, sopratutto in un contesto come quello attuale in cui da ogni dove si accavallano trattazioni e prese di posizione ben poco inclini alla comprensione. Sin dai primi studi di psicologia della Gestalt (Köhler, 1929) sappiamo infatti che il percepire rappresenta il risultato di una forma di organizzazione antecedente all’atto stesso e quindi si basa su pre-giudizi senza connotazione morale alcuna. Sappiamo inoltre come la storia dell’uomo sia costellata di comportamenti che a prescindere dal livello di consapevolezza con cui sono stati attuati hanno portato alla marginalizzazione o eliminazione di appartenenti a specie (es. l’uomo di Nehandertal), generi (es. altri ominidi), famiglie (es. altri predatori concorrenti) o regni (es. tutte le piante concorrenti alle nostre coltivazioni) diversi dal proprio (Harari, 2014). Sappiamo infine come tali comportamenti afferiscano ad un principio comune a tutto l’evoluzionismo: il cosidetto principio di esclusione competitiva per il quale quando due specie concorrono nella medesima nicchia ecologica una di queste è destinata all’estinzione (Hardin, 1960).

Forse il lettore giunto a questo punto penserà che non abbia senso continuare e proseguire nella lettura date le sconfortanti premesse, sia che parteggi per un pragmatico fatalismo o per un indignato umanesimo. Vorremmo invece proseguire nella presente esposizione riassumendo e motivando quanto sappiamo. Le evidenze raccolte negli ultimi 20 anni hanno infatti mostrato come da un lato vi sia una componente filogentica e specie-specifica che ci spiega quel che possiamo definire razzismo. E dall’altro esistano prove antropologiche e neuroscientifiche che motivano come l’evoluzione ed il sucesso della specie Homo sapiens sapiens discenda da processi cognitivi e sociali che travalicano queste medesime componenti.

I recenti sviluppi negli studi di neuroimaging hanno permesso di indagare la complessità dell’esperienza umana anche relativamente al tema del razzismo. In particolare si è cercato di comprendere quali meccanismi e processi neurobiologici elaborassero le informazioni relative alla razza nei nostri processi decisionali, lasciando aperte le diverse ipotesi esplicative (Kubota, Banaji & Phelps, 2012).  O meglio, gli studi esistenti sulle generiche capacità di comprensione degli altri (Mitchell, McCrae & Banaji, 2006) e nello specifico di fronte ad una differenziazione razziale (Phelps et al., 2000) evidenziano come sebbene esistano meccanismi automatici di processasione delle informazioni, ciò che chiamiamo cognizione sociale (dimensione razziale inclusa) dipende da pregressi pattern di acquisizione basati su processi di apprendimento. Al di là dei dettagli neurobiologici, quel che emerge è come anche nell’ambito della comprensione dell’altro i processi esperienziali, educativi, relazionali e comunicativi si stratifichino sino a definire automatismi cognitivi dei quali non sempre siamo consapevoli (Keysers, 2011). E quindi, come per ogni automatismo, il confine tra vantaggio procedurale e bias cognitivo è assai flebile, lasciando spazio a considerazioni etiche, sociali e cliniche.

Antecedentemente alla pubblicazione del DSM-5 (APA, 2013), l’American Psychiatric Association (APA) ha pubblicato una risoluzione contro il razzismo (APA, 2006), che per quanto doverosa da parte della più rinomata istituzione della salute mentale, non si è spinta oltre una generica condanna deontologica. Più interessante è invece quanto evidenziato da altri studi relativamente al possibile collocamento del razzismo nella salute mentale. Ovvero, al di là delle valutazioni morali e politiche, in che modo il razzismo ed il pregiudizio si correlano alla psicopatologia? Nel porci una simile dobbiamo però distinguere la componente di giudizio morale da quella pragmatica con cui dovremmo impostare il nostro ragionamento clinico. Anche parlando di razzismo non possiamo infatti eludere l’assunto per il quale le psicopatologie siano comunque culturalmente determinate (Szasz, 1961). Inoltre vi è da sempre una certa ritrosia nel parlare di patologia laddove non vi sia una componente di disagio percepito  a livello personale, sociale e/o lavorativo. Ad esempio una condizione come la psicopatia caratterizzata da notevoli bias comportamentali, cognitivi e relazionali e dall’assenza di questa componente di percezione di disagio resta ancora al di fuori del DSM-5 (APA, 2013). Al contempo uno stato ipomaniacale che può prescindere dalla medesima percezione rientra tra la patologie riconosciute riportandoci ad un assunto sovraordinato socio-culturale e auspicabilmente pragmatico. Da un punto di vista legislativo e morale tendiamo tradizionalmente a distinguere il disagio di chi nuoce a se stesso (perchè ad esempio ipomaniacale) dal duolo di chi nuoce agli altri (perchè ad esempio psicopatico). Inoltre non possiamo non tenere in cosiderazione questioni economiche e politiche: considerando l’elevata incidenza di pregiudizi razziali una diagnosi “ufficiale” comporterebbe costi sanitari insostenibili; l’istituzionalizzazione di un giudizio etico nei confronti del pregiudizio (per quanto lodevole ed auspicabile) creerebbe un precedente politico assai rischioso confondendo interventi clinici ed educativi. Conviene quindi procedere con cautela soppesando quanto presente in letteratura.

Innanzitutto sappiamo che l’appartenere ad una minoranza etnica si correla ad una peggiore presa in carico delle problematiche psichiatriche (Wells, Klap, Koike & Sherbourne 2001) e ad un maggiore rischio di sviluppare tali problematiche (Chou, Asnaani & Hofman, 2012). Per quanto concerne invece non chi è oggetto (es. appartenenti a minoranze) ma bensì soggetto (es. chi prova sentimenti razzisti) di razzismo le concettualizzazione sono più variegate. Nello sviluppo del DSM-5 l’APA aveva ad esempio ipotizzato la possibilità di inserire il razzismo come un sintomo ricorrente tra diverse patologie  (APA, 2002). Ciononostante nel passare in rassegna gli studi esistenti si è evidenziato come non vi siano ancora evidenze per una definizione patologica di razzismo che infatti non compare nel DSM-5 (APA, 2013).

Gli stessi autori che hanno supportato questa scelta hanno però evidenziato come esista un pattern di pregiudizi definito in termini di pathological bias (bias patologico) che assume una rilevanza clinica come dimensione trasversale a diverse patologie e come potenziale cluster diagnostico (Bell & Dunbar, 2012). Da un lato si distinguono 3 processi che possono divenire potenzialmente patologici: (a) ruminazione e ideazione intrusiva rispetto a persone appartenenti ad outgroup; (b) sentimenti negativi associati con ideazione ed esperienza di contatto con l’outgroup; (c) comportamenti con effetto distruttivo sulle relazioni utilizzati in situazioni di contatto innocue. Dall’altro si distinguono 5 categorie nelle comprensione delle problematiche cliniche legate al bias patologico: (i) tipo evitante o basato sull’evitamento dell’outgroup; (ii) tipo basato su un trauma o post-traumatico; (iii) tipo antisociale; (iv) tipo narcisistico/instabile; (v) tipo paranoide.

Gli studi sembrano far emergere una serie di caratteristiche evolutive (persistenti, patologiche, pervasive) e fenomenologiche (cognitive ed interpersonali) che parrebbero assimilare il così definito bias patologico se non ad un vero disturbo di personalità, ad una dimensione clinica ricorrente. La rassegna degli studi esistenti sembra supportare questa ipotesi evidenziando riprove a livello neurobiologico, psicometrico e clinico (Bell & Dunbar, 2012). Si suppone infatti che  l’utilizzo ricorrente di bias nella categorizzazione degli outgroup possa far sperimentare un disagio clinico (paura generalizzata, ostilità, panico e ansia seccondaria, etc.) che giustifica una concettualizzazione in termini patologici e lascia ipotizzare delle linee di intervento orientate alla gestione di processi cognitivi ed interpersonali perseveranti ed intrusivi. E’ inoltre innegabile che un simile bias in una specie ed in un ambiente altamente sociale come quelli umani possa rappresentare un fattore di rischio evolutivo.

Quel che è certo è che nelll’affrontare il  tema del razzismo gli studiosi “mantengano un approccio obiettivo o neutrale” e considerino il bias patologico come un “problema clinico trasversale piuttosto che una categoria diagnostica unica ed esclusiva ” (Bell & Dunbar, 2012, p. 707). E magari rammentino come l’ipotesi esplicativa ad oggi maggiormente validata sul perchè e come la specie Homo sapiens sapiens ed il suo sistema nervoso centrale si siano distinti dagli altri primati è la cosidetta social brain theory (Dunbar, Gamble & Gowlett, 2014). Ovvero quella teoria che sostiene come la socialità, in termini di numerosità e complessità di interazioni interpersonali, parrebbe predire biologicamente lo sviluppo del nostro cervello e cognitivamente lo sviluppo delle compentenze di mentalizzazione che ci permettono di comprendere noi stessi e chi ci sta attorno.

 

 

Lo Staff di Tages Onlus

 

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2002). A Research Agenda for DSM-5. Washington, DC: Author.

American Psychiatric Association. (2006). Position Statement: Resolution Against Racism and Racial Discrimination and Their Adverse Impacts on Mental Health. Washington, DC: Author.

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition. Washington, DC: Author.

Bell, C.C., & Dunbar, E. (2012). Racism and pathological bias a s a co-occurring problem in diagnosi and assessment. In T.A. Widiger (Ed.), The Oxford Handbbok of Personality Disorders, pp 694- 711. Oxford: Oxford University Press.

Chou, T., Asnaani, A., & Hofman, S.G. (2012). Perception of racial discrimination and psychopathology across three U.S. ethnic minority groups. Cultural Diversity & Ethnic Minority Psychology, 18(1), 74–81.

Dunbar, R.I.M., Gamble, C., & Gowlett, J.A.J. (2014). Lucy to Language. The Benchmark Papers. Oxford: Oxford University Press.

Harari, Y.N. (2014). Sapiens. A Brief History of Humankind. New York, NY: Harper.

Hardin, G. (1960). The Competitive Exclusion Principle. Science, 131 (3409): 1292–1297.

Keyrsers, K. (2011). The Empathic Brain. How the Discovery of Mirror Neurons Changes Ou Understanding of Human Nature. Whasington, DC: Social Brain Press.

Köhler, W. (1929). Gestalt Psychology. New York, NY: Liveright.

Kubota, J.T., Banaji, M.R., & Phelps, E.A. (2012). The neuroscience of race. Nature Neuroscience, 15,940–948.

Mitchell, J.P., McCrae, C.N., & Banaji, M.R. (2006). Dissociable medial prefrontal contributions to judgments of similar and dissimilar others. Neuron, 50:655-663.

Phelps, E.A., O’Connor, K.J., Cunningham, W.A., Funayama, E.S., Gatenby, J.C., Gore, J.C., & Banaji, M.R. (2000). Performance on indirect measures of race evaluation predicts amygdala activation. Journal of Cognitive Neuroscience, 12(5): 729-738.

Szasz, T (1961). The Myth of Mental Illness: Foundations of a Theory of Personal Conduct. New York: Harper & Row.

Wells, K., Klap, R,. Koike, A., & Sherbourne, C. (2001). Ethnic disparities in unmet need for alcoholism, drug abuse, and mental health care. American Journal of Psychiatry, 158(12):2027-32.

I Nostri Reportage: Incontro con Francesco Mancini

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Da giovane studente ignaro ho sempre cercato di rifuggire testi e lezioni sul Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC). Al di là dell’interesse diagnostico per ossessioni e compulsioni, mi è sempre parso un ambito in cui teorici e clinici prediligessero ridondanti meccanicismi. Quando gli psicoterapeuti parlano di disturbi ossessivi la stereotipizzazione ricorrente è quella che tratteggia una semplicistica ed inspiegabile fenomenologia. A partire dalle prime formulazioni quel che ritroviamo è da un lato la sconcertante bizzarria dei sintomi (Westphal, 1878) e dall’altro la gravosa difficoltà nel delineare un trattamento efficace (Freud, 1909).

Nell’ascoltare il dott. Francesco Mancini passare in rassegna gli ultimi 30 anni di studi l’impressione è sorprendentemente diversa. Durante la presentazione de “La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo” (Mancini, 2016a) svoltasi presso Tages Onlus il 12 aprile 2017, il fil rouge emerso è infatti la sofferente umanità delle persone affette da DOC e la rigorosa eleganza con cui il gruppo formatosi attorno a Mancini ha sviluppato il proprio modello.

Il libro succitato rappresenta a detta di molti una sorta di pietra miliare negli studi del DOC (Lorenzini, 2016), che da un lato integra e sovrordina quanto presente in letteratura, dall’altro formula un’originale ed efficace prospettiva terapeutica, frutto di numerosi studi validazionali e tentativi di falsificazione. Nel ripercorrere la produzione scientifica dell’équipe della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC)/Associazione di Psicologia Clinica (APC), il libro mostra un incedere logico degno della tradizione falsificazionista (Popper, 1972): non solo si mettono a verifica le ipotesi teoriche e cliniche, ma anche le possibili alternative e critiche al modello. A partire dalla tesi centrale per la quale “alla base delle ossessioni e delle compulsioni vi sarebbe un esasperato timore di colpa” (Mancini, 2016b, p. xv).

Al di là dello specifico interesse legato al DOC, l’opera di Mancini delinea una serie di domande guida che hanno contribuito e tutt’oggi contribuiscono allo sviluppo del cognitivismo clinico. E’ impossile infatti non vedere una riflessione comune e comprensiva che si origina nelle sue prime pubblicazioni relative a quali meccanismi possano mantenere disturbi altamente invalidanti (Mancini, Sassaroli & Semerari, 1984) ed arriva sino alla sfida di inquadrare la “mente ossessiva”.

Considerare un disturbo in termini di processi di mantenimento piuttosto che di resistenze psicologiche o coerenza teorica presuppone due principi tanto cari al cognitivismo clinico italiano. In primis la prospettiva evoluzionistica della teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1951) che vuole rimarcare una traiettoria ontogenetica nello sviluppo delle patologie e dei loro meccanismi psicopatogeni. Secondariamente la lettura costruttivista delle scelte personali  (Kelly, 1968) e dei sistemi biologici di mantenimento  (Maturana & Varela, 1980) che Beck stesso ha nei suoi termini incluso nel background della CBT (Beck & Weishaar, 2000).

Attraverso queste lenti possiamo forse meglio comprendere il modello di funzionamento del DOC sviluppato da Mancini e la vision educativa con la quale si pone di fronte ai suoi uditori. Per non dilungarmi oltre mi limiterò a due costrutti a mio avviso centrali nel libro scritto dal team SPC/APC.
Da un lato il concetto di scopo rappresenta un rimarcare l’umanità del paziente  (non solo DOC) nello sviluppare e mantenere il suo disturbo come un tentativo di dare senso a sé e al suo mondo  (Mancini, 2016c). Anche il più bizzarro dei fenomeni psicologici ha, all’interno del sistema personale di chi lo sperimenta, una sua finalità.
Dall’altro le distinzioni tra razionalità formale e pratica (Gangemi, Mancini, & Johnson-Laird, 2013) e tra colpa deontologica e altruistica (Mancini & Mancini, 2015) meriterebbero di esser più spesso applicate a noi terapeuti che non ai pazienti. La difesa ortodossa dei nostri amati assunti teorici risulta infatti assai perniciosa per la professione e per gli utenti.

Il rigore nel comprendere l’esperienza soggettiva del paziente e nel mettere costantemente a verifica i nostri presupposti teorici, mi concederà Mancini, è un caso auspicabile di indistinguibile sovrapposizione tra deontologia ed altruismo.

 

 

Simone Cheli

Presidente Tages Onlus

 

Bibliografia

Beck, A.T., & Weishaar, M. (2000). Cognitive therapy. In R.J. Corsini & D. Wedding (Eds), Current psychotherapies, sixth edition, pp. 241-272. Itasca, IL: Peacock Publishers.
Bowlby, J. (1951). Maternal care and mental health. A report prepared on behalf of the World Health Organization as a contribution to the United Nations programme for the welfare of homeless children. Geneva: World Health Organization.
Freud, S. (1909). Bemerkungen über einen Fall von Zwangsneurose. Gesammelte Werke, Vol. 7, pp. 381-463.
Gangemi, A., Mancini, F., & Johnson-Laird, P.N. (2013). Emotion, reasoning and psychopathology. In I. Blanchette (Ed), Emotion and reasoning, pp. 44-65. New York: Psychology Press.
Kelly, G.A. (1968). Man’s construction of his alternatives. In  B. Maher (Ed), Clinical psychology and personality. The selected papers of George Kelly, pp. 66-93. New York: John Wiley & Sons.
Lorenzini, R. (2016). La mente ossessiva: curare il disturbo ossessivo-compulsivo (2016) di F. Mancini – Recensione. Retrieved from: http://www.stateofmind.it/2016/07/mente-ossessiva-recensione/
Mancini, F., Sassaroli, S. & Semerari, A. (1984). Teorie psicologiche implicite e soluzioni di problemi nevrotici: un approccio darwinista. In G. Chiari & M.L. Nuzzzo (Eds) Crescita e cambiamento della conoscenza individuale. Psicologia dello sviluppo e psicoterapia cognitivista. Milano: Franco Angeli.
Mancini, A. & Mancini, F. (2015). Do not play God: contrasting effects of deontological guilt and pride on decision-making. Frontiers in Psychology, 6:1251.
Mancini, F. (Ed) (2016a). La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Roma: Raffaello Cortina.
Mancini, F. (2016b). Introduzione. In F. Mancini (Ed), La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo, pp. xiii-xvi. Roma: Raffaello Cortina.
Mancini, F. (2016c). Sulla necessità degli scopi come determinanti prossimi dellla sofferenza psicopatologica. Cognitivismo Clinico, 13(1):7-20.
Maturana, H.R., & Varela, F.J. (1980). Autopiesis and cognition. The realization of the living. Dordrecth: Kluwer.
Popper, K. (1972). Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica. Bologna: Il Mulino.
Westphal, K. (1878). Uber Zwangsvorstellungen. Nervenkrank, 8:734-750.

I Nostri Reportage: 25th European Congress of Psychiatry

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Tra il 1°e il 4° aprile 2017 Firenze ha ospitato il XXV Congresso Europeo di Psichiatria. Il congresso è stato organizzato dalla European Psychiatric Association (EPA), ovvero la maggiore società scientifica europea di psichiatria che coinvolge numerosi membri individuali e oltre 40 associazioni scientifiche nazionali. Alla 25esima edizione erano iscritti quasi 1000 partecipanti con un programma estremamente variegato e ricco, al punto da annoverare ogni giorno circa 100 relatori tra simposi ed e-posters walk. Nel passare brevemente in rassegna quanto avvenuto, ci limiteremo pertanto a solo poche impressioni e ad alcune tra le relazioni più seguite e dibattute.

Durante il primo giorno di relazioni (successivo ad una giornata di pre-congress workshops) le sessioni con il maggior numero di relatori e partecipanti sono state sicuramente quelle relative ai disturbi bipolari (Bipolar Disorders – BD) e a quelli dello spettro schizofrenico. In particolare si sono passati in rassegna i più recenti studi legati all’insorgenza dei BD e al loro sviluppo evolutivo. Particolarmente seguite le relazioni di Ralph Kupka e Philippe Conus che hanno evidenziato come esordi precoci condizionino negativamente lo sviluppo della patologia. L’équipe di Conus ha inoltre riportato i risultati di uno studio volto a definire un cut-off significativo di età che possa aiutare a distinguere come la componente ereditaria predica l’insorgere del disturbo (figli di genitori con esordio antecedente i 21 anni sarebbero ad alto rischio). Al contempo BD ad insorgenza tardiva parrebbero correlarsi all’esposizione ad eventi traumatici mostrando quindi in tal caso una componente ambientale psicopatogena.

Di grande interesse anche il simposio su i sintomi negativi dello spettro schizofrenico che ha visto il coinvolgimento di due diversi Special Interest Group (SIG) dell’EPA: il SIG sulla schizofrenia e quello sugli studi di neuroimaging. L’obiettivo del simposio è stato infatti quello di mostrare le convergenze tra la concettualizzazione psichiatrica di tali sintomi discendente dalla tradizione fenomenologica e i più recenti studi di neuroimaging. Andrea Raballo ha sottolineato come vi sia una tendenza a sovrastimare i sintomi negativi nell’inquadramento del paziente e della sua patologia conducendo da un lato ad un rischio di diagnosi errata, dall’altro alla tendenza a non valutare il vissuto soggettivo della persone con effetti assai negativi nell’impostazione del piano terapeutico e riabilitativo. Il vissuto soggettivo è infatti fondamentale per comprendere la componente iper-riflessiva del paziente schizofrenico, ovvero la sua tendenza a focalizzare esclusivamente l’attenzione sulla dimensione intrapersonale escludendo quella oggettuale o ambientale. Come ha evidenziato infatti Armida Mucci la concettualizzazione dei sintomi negativi ha visto una significativa evoluzione sia in termini psicopatologici che psicometrici evindenziando due componenti: la cosiddetta avolition e la povertà nell’espressione emotiva. Gli studi fenomenologici e neurobiologici sembrano quindi evidenziare un assunto comune nelle neuroscienze cognitive: come ha più volte rimarcato Daniel Siegel il cervello umano è una macchina anticipatoria. Anche nella compresione della cognizione sociale del paziente schizofrenico la dimensione volitiva ed anticipatoria sono cruciali nell’inquadramento del vissuto soggettivo e delle problematiche psicopatologiche, nonchè nell’impostazione di trattamenti personalizzati.

Tra le molte tematiche presenti nella 3 giorni congressuali, alcune di lunga tradizione (come il dibattito sull’utilità del costrutto di schizofrenia), altre di urgente attualità (come lo sviluppo di servizi in grado di accogliere stranieri e migranti), una ha indubbiamente mostrato notevole vitalità. Ogni qualvolta ci siamo recati alle sessioni dedicate alla neurobiologia e all’epigenetica, molti erano gli uditori in piedi o seduti a terra. Gli studi delle équipe di Thomas Frodl e Rupert Lanzenberger hanno ad esempio evidenziato come la componente epigenetica dei disturbi psichiatrici sia uno dei campi di maggior interesse e di maggior sviluppo. In particolare le meta-analisisi sul ruolo svolto da i recettori 5-HT1a nella depressione e nell’ansia mostrano evidenze assai rilevanti ed incontrovertibili.

E questo ambito risulta tanto più rilevante, quanto al centro di un dibattito non semplicemente scientifico, ma più genericamente culturale e politico sul ruolo della moderna psichiatria. La lettura magistrale di apertura della prima giornata e molte delle discussioni udite, in particolare durante i simposi su temi quali l’epigenetica, hanno evidenziato come la domanda letta in veri editoriali scientifici sia ancora aperta: la psichiatria è in crisi?

Nel formulare la sua personale risposta Mario Maj ha da un lato rimarcato un sentore comune nella psichiatria (e nella psicologia) di contrapposizione e rincorsa alla neurobiologia e dall’altro ha evidenziato la necessità di sviluppare nuovi e complessi sistemi di inquadramento diagnostico. A prescindere dalle specifiche posizioni di singoli autori o gruppi ricerca il perdurare di una percezione di scollamento tra sapere fenomenologico e sapere biologico può solo nuocere al destino della salute mentale.

Da un punto di vista culturale è forse necessaria un’ulteriore assimilazione di concetti propri della neurobiologia e dell’evoluzionismo che delineano una multifattorialità che certo non sminuisce la componente descrittiva e relazionale della psichiatria. Da un punto di vista politico è auspicabile favorire non solo in termini formativi, ma sopratutto in termini decisionali la diffusione di una modalità multidisciplinare e condivisa nel definire ed attuare i piani terapeutici. Solo separando la dimensione culturale da quella politica possiamo operare pragmaticamente nei confronti di due altre dimensioni: quella economica e quella scientifica. L’efficentissimo principio anglosassone “whatever works” riteniamo debba essere applicato nel perseguire un modello di psichiatria sostenibile ed efficace agli occhi di tutti gli stakeholder.

Concludiamo riportando come anche Tages Onlus abbia partecipato con due contributi: (i) uno studio di fattibilità su un intervento integrato e modulare per pazienti con dipendeza da cocaina; (ii) uno studio teorico sull’utilizzo della teoria dei sistemi complessi nello sviluppo della moderna psicoterapia cognitivo-comportamentale.

 

Lo Staff di Tages Onlus

I Nostri Reportage: Incontro con Antonino Carcione

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Il 25 marzo si è svolto presso Tages Onlus il primo evento del ciclo Incontro con l’Autore a cui ha partecipato il dott. Antonino Carcione, direttore scientifico del Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma. Il dott. Carcione ha presentato l’ultimo libro realizzato dall’équipe del Centro, ovvero “Curare i Casi Complessi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità” (a cura di Carcione, Nicolò e Semerari, 2016). Il testo rappresenta a nostro avvviso uno dei più interessanti e riusciti modelli di integrazione dei recenti sviluppi delle terapie cognitivo-comportamentali e l’unico di rilievo internazionale realizzato in Italia.

Curare i Casi Complessi” cerca di rispondere ad una domanda che assilla il cognitivismo clinico da oltre 20 anni: come possiamo superare la crisi della moderna nosografia psichiatrica e delle terapie cognitive standard? Per quanto gli autori si siano formati nell’ambito della CBT e ritengano che essa rappresenti la migliore opzione terapeutica a nostra disposizione (Semerari, 2000), non si sono sottratti dal rispondere ad una simile domanda. Il Terzo Centro, fondato nel 1996 da Antonio Semerari ed alcuni suoi brillanti allievi tra cui i curatori del libro, si inserisce nella prolifica tradizione  italiana del cognitivismo clinico che ha visto prima Vittorio Guidano (Guidano & Liotti, 1983) divenire un interlocutore di noti colleghi americani come Mahoney e Beck (Mahoney, 1995), per poi lasciare idealmente il testimone agli attuali influencer della psicoterapia cognitiva nostrana. E’ negli anni ’80 infatti che Francesco Mancini, Sandra Sassaroli e Antonio Semerari sviluppano le riflessioni dei loro maestri su quali siano i processi di mantenimento delle problematiche psicologiche piuttosto che disperdere energie alla ricerca di categorie diagnostiche e terapeutiche immutabili (Mancini, Sassaroli & Semerari, 1984). Da quel momento Semerari porta avanti un percorso di speciazione che lo vedrà prima confrontarsi assieme a Mancini sul costruttivismo kelliano (Kelly, 1955) e su un modello falsificazionista della conoscenza umana (Mancini, Semerari, 1985), successivamente con la dimensione interpersonale (Semerari, 1990) di quei meccanismi di mantenimento che autori come Sullivan (Sullivan, 1953) e Safran (Safran & Segal, 1990) hanno posto al centro dello sviluppo delle nostre vite.

Giungiamo così alla nascita dell’équipe del Terzo Centro e alla lecture che il dott. Carcione ha tenuto presso Tages Onlus, tracciando un percorso teorico, clinico e storico che giunge sino alle pagine di “Curare i Casi Complessi“. Dalle sue parole emerge infatti una componente tanto fondamentale quanto spesso misconosciuta da presunti esperti di relazioni quali sono gli psicoterapeuti, ovvero la dimensione gruppale e condivisa nella co-costruzione di un modello di intervento. A detta di Semerari stesso la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) nasce dalle critiche che i suoi studenti, divenuti poi colleghi, facevano al modello cognitivo standard presentato loro. Così confrontandosi sulle possibili risposte alle domande guida della psicoterapia moderna nasce la TMI come un tentativo di integrare gli sviluppi delle neuroscienze cognitive e del cognitivismo clinico. Dopo il primo tentativo di sviluppare una metodica di assessment (Semerari et al., 2002) in grado di integrare il modello idiografico costruttivista (Feixas & Cornejo-Alvarez, 1996) e quello degli stati della mente (Horowitz, 1987), l’équipe del Terzo Centro ha cercato di dare una risposta coerente ed articolata alla domanda su quali siano i processi di mantenimento di un disturbo, con l’uscita del libro “I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali“, in cui assistiamo ad una formulazione dei disturbi di personalità come “sistemi auto-organizzanti ed evolutivi” (Dimaggio & Semerari, 2003, p. 24), ovvero caratterizzati da un set di stati mentali tipico e tendenzialmente rigido. In questo volume sono già presenti i costrutti fondanti della TMI (stati mentali, metarappresentazioni, cicli interpersonali) anche se il framework teorico resta il modello nosografico standard dei cluster di personalità.

Curare i Casi Complessi” porta invece alle estreme conseguenze il ragionamento forse iniziato da Semerari negli anni ’80, ovvero la necessità teorica, clinica ed etica di comprendere la persona innanzi a me nel divenire dei suoi processi all’interno ed al di fuori della relazione terapeutica. Il dott. Carcione durante l’incontro ha infatti delineato come la TMI abbia integrato molte delle più recenti e rilevanti riflessioni delle neuroscienze cognitive (Fleming & Frith, 2014) e del cognitivismo clinico (Harvey et al., 2004) formulando un modello tripartitico di metacognizione (autoriflessività, comprensione della mente altrui, mastery) che travalica gli storici dualismi mente/corpo, sè/altro, cognizione/emozione. Se indubbiamente gli autori non sono stati i primi, nè gli unici, ad intraprendere una simile impresa, riteniamo che il loro prescindere da personalismi autoriali e correnti teoriche gli abbia permesso di offrire quello che a nostro avviso è il più completo modello di comprensione e trattamento dei disturbi di personalità esistente nonché un tassello fondamentale per l’implementazione di una teoria de-patologizzata della personalità umana.

Nel tentare una formulazione conclusiva, potremmo dire che se la psicologia di Kelly è affine all’epistemologia di Popper e quella di Guidano a quella di Lakatos, la TMI del Terzo Centro non è certo in contrasto con l’epistemologia sociale di Fuller e con il suo assunto che la conoscenza è sempre un prodotto collettivo (Fuller, 2002).

 

Simone Cheli

Presidente Tages Onlus

 

Bibliografia

Carcione, A., Nicolò, G. & Semerari, A. (Eds). (2016). Curare i Casi Complessi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità. Bari: Laterza.

Dimaggio, G. & Semerari, A. (Eds). (2003). I Disturbi di Personalità. Modelli e Trattamento. Stati Mentali, Metarappresentazione, Cicli Interpersonali. Bari: Laterza.

Feixas, G. & Cornejo-Alvarez, J.M. (1996). Manual de Técnica de Rejilla Mediante el Programa RECORD v. 2.0. Barcelona: Ediciones Paidos.

Fleming, S.M. & Frith, C.D. (Eds). (2004). The Cognitive Neuroscience of Metacognition. New York: Springer.

Fuller, S. (2002). Social Epistemology. Second Edition. Bloomington: Indiana University Press.

Guidano. V. & Liotti, G. (1983). Cognitive Processes and Emotional Disorders. New York: The Guildford Press.

Harvey, A., Watkins, E., Mansell, W., & Shafran, R. (2004). Cognitive Behavioral Processes across Psychological Disorders. A Transdiagnostic Approach to Research and Treatment. Oxford: Oxford University Press.

Horowitz, M.J. (1987). States of Mind. Configurational Analysis of Individual Psychology. New York: Plenum Press.

Kelly, G.A. (1955). The Psychology of Personal Constructs. New York: The Norton Library.

Mahoney, M.J. (Ed). (1996). Cognitive and Constructive Psychotherapies. Theory, Research, and Practice. New York: Springer.

Mancini, F., Sassaroli, S. & Semerari, A. (1984). Teorie psicologiche implicite e soluzioni di problemi nevrotici: un approccio darwinista. In G. Chiari & M.L. Nuzzzo (Eds) Crescita e Cambiamento della Conoscenza Individuale. Psicologia dello Sviluppo e Psicoterapia Cognitivista. Milano: Franco Angeli.

Mancini, F. & Semerari, A. (1985). Kelly e Popper: una teoria costruttivista della conoscenza. In F. Mancini & A. Semerari La Psicologia dei Costrutti Personali. Saggi sulla Teoria di G.A. Kelly. Milano: Franco Angeli.

Safran, J.D. & Segal, Z.V. (1990). Interpersonal Process in Cognitive Therapy. New York: Basic Books.

Semerari, A. (1990). Hacia una teoría cognitiva de la relación terapéutica. Revista de Psícoterapia, 5:5-25.

Semerari, A. (2000). Storia, Teorie e Tecniche della Psicoterapia Cognitiva. Bari: Laterza.

Semerari, A., Carcione, A., Dimaggio, G., Falcone, M., Nicolò, G., Procacci, M., Alleva, G., & Mergenthaler, E. (2003). Assessing problematic States in patients’ narratives: the grid of problematic States. Psychotherapy Research, 1(13;3):337-53.

Sullivan, H. S. (1953). The Interpersonal Theory of Psychiatry. New York: The Norton Library.

 

 

Psicologia transgenerazionale: i legami invisibili

Citazione Consigliata: Manfredini, E. (2017). Psicologia Transgenerazionale: I Legami Invisibili [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/23/psicologia-transgenerazionale-i-legami-invisibili/

 

Può il passato dei nostri antenati influenzare realmente la vita di ognuno di noi? Come già sosteneva Sant’Agostino “i morti non sono degli assenti, sono solo degli invisibili”.

 

Spesso pensiamo ai nostri problemi e difficoltà emozionali esclusivamente in termini individuali, dimenticandoci del fatto che facciamo parte di un sistema più ampio, la famiglia, che non è solo quella dei nostri genitori ma anche quella che si estende almeno fino ai nostri bisnonni. Siamo parte di un tessuto le cui maglie sono strettamente intrecciate le une con le altre.

 

Secondo la psicologia transgenerazionale è possibile che, a livello inconscio, fatti, pensieri ed emozioni vengano trasmessi da una generazione all’altra. Ciò avviene quando un evento traumatico (individuale o familiare) non riesce ad essere elaborato e diventa qualcosa di indicibile, un segreto, dunque il contenuto emozionale dell’esperienza rimane bloccato in quello che Abraham e Torok (1993) definiscono nei concetti di “fantasma” e “cripta”. In tal modo è possibile che “le paure che assillano un individuo potrebbero essere le stesse che assillavano un genitore o un avo” (Baldascini, 2012); i nostri problemi possono perciò riflettere proprio quei conflitti, traumi e segreti non risolti all’interno del nostro sistema familiare.

 

Ma perché ci facciamo carico del destino dei nostri antenati? Boszormenyi-Nagi (1998) parla di lealtà familiari invisibili, una forza per la quale i figli sono fedeli ai genitori e al loro clan familiare, tendendo a ripeterne il destino, spesso in maniera analoga. Tali lealtà servono a mantenere il legame e un senso di identità comune fra le generazioni, per cui chi se ne discosta può avvertire la sensazione di avere tradito un modello di appartenenza oppure può sentirsi in colpa.

 

Dunque il nostro destino è così determinato? Secondo Anne Anceline Schutzenberger (2004) “siamo meno liberi di quello che crediamo, ma abbiamo la possibilità di conquistare la nostra libertà e di uscire dal destino ripetitivo della nostra storia familiare comprendendo i legami complessi che si sono tessuti nella nostra famiglia”.

 

Dott.ssa Elisa Manfredini,

PSICOLOGA

Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana n. 5614

 

Bibliografia:

Abraham N., Torok M. (1993). La scorza e il nocciolo, Borla

Baldascini L.. Convegno sulla trasmissione transgenerazionale del 25 e 26 ottobre 2012, Università degli Studi di Firenze

Boszormenyi-Nagi I., Spark Geraldine M. (1988). Lealtà invisibili: la reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, Astrolabio

Nicolò Corigliano A.M. (1996). Il transgenerazionale tra mito e segreto, in “Interazioni” fasc. 1, Franco Angeli

Schutzenberger A.A. (2004). La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico, Di Renzo

 

Darwin sul lettino, ovvero la psicologia evoluzionistica

Citazione Consigliata: Tages Onlus (2017). Darwin sul Lettino, Ovvero la Psicologia Evoluzionista [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/17/darwin-sul-lettino-ovvero-la-psicologia-evoluzionistica/

 

L’opera di Charles Darwin incorre ciclicamente in critiche feroci e scherni a volte divertenti. Sin dall’uscita dell’Origine delle Specie (Darwin, 1859) la reazione del mondo accademico, del mondo religioso e della cultura contemporanea in genere fu assai polemica. Ma per quanto le discussioni fossero accanite, l’apice si raggiunse con l’uscita del saggio sull’origine della specie umana (Darwin, 1871). I giornali satirici e non si riempirono di caricature di Darwin raffigurato come scimmia e di uomini dalla folta peluria appesi ai rami degli alberi.

Abdicare alla specificità ed unicità umana è qualcosa che proprio non gradiamo. Ogni qualvolta accademici e scienziati mettono in dubbio il nostro distinguersi dal “creato” reagiamo malamente. Come se le teorie darwiniane fossero qualcosa da cui doversi difendere. Nelle traduzioni italiane dei testi evoluzionistici abbondano ad esempio note al margine dell’editore in cui si cerca di giustificare certe bizzarre asserzioni. Tra queste bizzarrie troviamo anche quelle che si definiscono psicologia e psichiatria evoluzionistica.

Anche in questo caso le reazioni sono state e sono assai controverse. La pubblicazione ad esempio del primo testo “ufficiale” di sociobiologia (Wilson, 1975), ovvero di quella disciplina che assume come il comportamento sociale sia il risultato di un’evoluzione darwiniana, suscitò notevoli critiche anche da parte di biologi evoluzionistici. Per quanto le ipotesi di Wilson fossero alquanto stringenti e vincolanti, l’assunto della psicologia e della psichiatria evoluzionistica è assai meno rivoluzionario di quanto si possa pensare. “La premessa centrale della psicologia evoluzionistica è che la cognizione ed il comportamento umano siano stati formati dalla selezione naturale e sessuale fondamentalmente allo stesso modo dell’anatomia” (Brüne, 2016, p. 18).

In maniera assai pragmatica si afferma che anche per il comportamento umano esistano una serie di vincoli naturali che come per tutti gli altri campi della biologia sono influenzati dalla selezione darwiniana. Questo non significa certo abdicare ad una qualsivoglia specificità della specie umana o di una singola persona. Significa ampliare il nostro ragionamento sulla peculiarità dell’essere uomo includendo una variabile di estremo rilievo. Un meccanismo come il trauma discenderebbe ad esempio dalla necessità evoluzionistica di memorizzare in maniera indelebile i pericoli potenzialmente mortali. E similmente “tanto più un evento minaccia il raggiungimento di importanti obiettivi biosociali, tanto più facilmente si produrrà un disturbo da stress acuto” (Brüne, 2016, p. 220).

Simili riflessioni, che potrebbero forse apparire molto teoriche e molto poco pratiche, hanno invece dei risvolti assai rilevanti per quanto concerne la comprensione dei meccanismi psicopatogeni e di conseguenza dei possibili trattamenti. Alcuni autori hanno sottolineato la necessità di distinguire tutti quei disturbi psicopatologici indotti dallo stress e legati ai meccanismi di paura in base a criteri evoluzionistici e neurofisiologici (Bracha, 2006). Un’ipotesi sarebbe per esempio che la fobia dei serpenti (che sappiamo essere innata) e la fobia dei cani (che sappiano non esserlo) debbano essere distinte in base a diversi meccanismi neurofisologici discententi dallo nostra storia filogenitica (come specie) e ontogenetica (come individuo). E potendo distinguere specifici processi patofisiologici e specifici cluster psicopatologici aumenterebbe la possibilità di offrire trattamenti (famacologici o psicoterapeutici) mirati.

 

 

Lo Staff di Tages Onlus

Bibliografia

Bracha, H. S. (2006). Human brain evolution and the “Neuroevolutionary Time-depth Principle:” Implications for the reclassification of fear-circuitry-related traits in DSM-V and for studying resilience to warzone-related posttraumatic stress disorder. Progress in Neuro-Psychopharmacology & Biological Psychiatry, 30, 827-853.

Brüne, M. (2016). Textbook of Evolutionary Psychiatry & Psychosomatic Medicine. The Origin of Psychopathology. Second Edition. Oxford: Oxford University Press.

Darwin, C. R. (1859). On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life. London: John Murray.

Darwin, C. R. (1871). The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. London: John Murray.

Wilson, E. O. (1975). Sociobiology: The New Synthesis. Harvard: Harvard University Press.

Il fascino seriale della psicopatia: Dexter, Hannibal & Co.

Citazione Consigliata: Tages Onlus (2017). Il Fascino Seriale della Psicopatia: Dexter, Hannibal & Co. [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/05/il-fascino-seriale-della-psicopatia-dexter-hannibal-co/

 

Quando Robert D. Hare scrisse la prima edizione del suo saggio sulla psicopatia, oggi giunto alla terza edizione (2009), già si stupiva della fascinazione che i serial killer riuscivano a suscitare nel pubblico. Come se potessimo in qualche modo prenderci una “vacanza” dai nostri limiti morali e sociali e immedesimarsi per un pò con gli outsider tra gli outsider. Oggi, chiunque abbia accesso ad una TV o ad un sito di streaming, ha sviluppato una certa familiarità con film e telefilm incentrati su serial killer direttamenti o indirettamente inspirati al concetto di psicopatia.

Per quanto si rincorrano utilizzi disparati e spesso erronei, il concetto di psicopatia si riferisce ad uno specifico costrutto diagnostico. Buona parte della confusione terminologica deriva probabilmente da tre elementi: (i) l’enorme impatto che figure come i serial killer hanno sulla cronaca nera e sull’opinione pubblica (Hare, 1999); (ii) l’assenza della psicopatia dal manuale diagnostico psichiatrico più usato nel mondo, ovvero il DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013); (iii) l’utilizzo di lunga durata del termine tanto da farne una delle più “antiche” formulazioni di disturbo di personalità esistenti (Hare, Neuman, Widiger, 2012, p. 478).

Partiamo quindi da una prima formulazione: tutti i serial killer sono psicopatici, ma non tutti gli psicopatici sono serial killer. Per psicopatici si intende infatti, da un punto di vista psicopatologico, dei “predatori sociali che ammaliano, manipolano e si fanno strada spietatamente nella vita….mancando completamende di coscienza e sentimenti per gli altri, prendono egoisticamente ciò che vogliono e fanno ciò che gli interessa, violando le norme e le aspettative sociali senza il minimo senso di colpa o rimpianto” (Hare, 1999, p. xi).

Se state pensando di aver incontrato personaggi simili la risposta è al contempo si e no. Ovvero, le persone classificabili come psicopatici sono presenti in diversi contesti e strati della società. Hare ha più volte sottolineato come settori come il mercato azionario e la politica rappresentino dal suo punto di vista eccellenti campi di studio!  Dobbiamo però sottolineare come le caratteristiche diagnostiche di questo disturbo di personalità siano così specifiche e stringenti che gli autori di programmi come Dexter e Hannibal abbiano dovuto includere delle emozioni e dei dubbi che uno psicopatico non avrebbe. Per poter immedesimarsi, per nostra fortuna, abbiamo bisogno pur nel susseguirsi di scene splatter e cruente, di segni di umanità con cui stabilire un legame.

 

Lo Staff di Tages Onlus

 

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders, 5th edition. DSM-5. Arlington, VA: American Psychiatric Association.

Hare RD (1999). Whitout conscience: the disturbing world of the psychopath among us. New York: Guildford Press.

Hare RD (2009). La psicopatia. Valutazione diagnostica e ricerca empirica. Roma: Casa Editrice Astrolabio.

Hare RD, Neumann CS, Widiger TA (2012). Psychopathy. In TA Widiger (ed.) The Oxford Handbook of Personality Disorders, pp. 478-504. Oxford: Oxford University Press.