La relazione tra self-compassion, dipendenza interpersonale e depressione

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I risultati di un recente studio mettono in luce il ruolo della self-compassion e della dipendenza interpersonale in relazione alla depressione, utilizzando un campione di studenti di college americani

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I NOSTRI REPORTAGE: IL XXVI CONGRESSO AIRIPA

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I Pioneri: Sullivan e le Relazioni Interpersonali

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Quando parliamo o citiamo Herbert “Harry” Stack Sullivan (1892-1949) l’errore più grossolano che possiamo commettere è quello di pensare che rappresenti uno dei molti volti della storia della psicoanalisi. Il ruolo che H.S. Sullivan ha avuto ed ha tutt’oggi nella psichiatria e nella psicologia è tale da rappresentare uno dei capisaldi di queste discipline a prescindere dall’indirizzo teorico o dall’area di intervento. Quello che forse sfugge maggiormente è il ruolo formativo sia in senso strettamente pedagogico che in senso metaforicamente fondativo che ha avuto nella salute mentale. Se prendiamo ad esempio la raccolta delle sue prime lectures ed articoli risalenti agli 20′ (Sullivan, 1974) scopriamo sin da subito due pietre miliari della clinica moderna: (i) ciò che noi definiamo patologie, financo quelle altamente invalidanti dello spettro schizofrenico, rappresentano un pattern (per quanto disfunzionale) di processi volti a mantere l’identità personale (Corradi, 2011); la formazione dello psichiatra (o psicoterapeuta) non può prescindere da un training pratico con i pazienti ed una parallela supervisione clinica su tale prassi (Sullivan, 1934). A partire da questi due concetti Sullivan sviluppò poi un modello teorico sulle relazioni interpersonali che ha nel corso dei decenni plasmato il nostro modo di declinare questo tema nella eziopatogenesi e nel trattamento delle psicopatologie.

Harry Stack Sullivan nel corso della sua carriera modificò progressivamente il suo pensiero testandolo nella sua pratica professionale con pazienti e colleghi. Da un lato infatti operò sempre come clinico, dall’altro fu attivissimo nella produzione di articoli e lectures senza mai indulgere nel piacere accademico della scrittura di manuali e testi ‘definitivi’. Nato e  cresciuto nello stato di New York si laureò in medicina a Chicago (1917) per poi approfondire la conoscenza dei disturbi psicotici e dello spettro schizofrenico prima con William Alanson White e poi con Adolf Meyer. In particolare l’influenza di Adolf Meyer, uno degli antesignani del modello biopsicosociale in psichiatra, orientò la sua attenzione sull’origine e sul contesto sociale delle psicopatologie (Double, 2007). Contesto che approfondì progressivamente nei suoi 10 anni di carriera presso il Sheppard and Enoch Pratt Hospital del Maryland dove anno dopo anno, caso dopo caso, trascritto dopo trascritto, focalizzò sempre più l’attenzione sulla dimensione relazionale del suo lavoro (Schultz, 1978).  L’esperienza dello Sheppard-Pratt Hospital servì a sancire definitivamente la sua emancipazione dal modello freudiano sull’origine intrapersonale dell’ansia (Freud, 1936), in favore di una formulazione dell’ansia e della personalità come risultanti evolutive di continuative interazioni interpersonali (Sullivan, 1953).

La psichiatria si disvela ai suoi occhi come un sapere pratico che trova le sue fondamenta in un’osservazione partecipe la cui validità discende tanto dalla dimensione riflessiva (il terapeuta che osserva se stesso) quanto da quella dialogica in cui si situa l’esperienza terapeutica (Sullivan, 1974, pp. 147-148). Così travalica anche la distinzione accademica tra ricerca e clinica in quanto “l’osservazione è la cartina tornasole della ricerca psichiatrica” (Sullivan, 1974, p. 145) e al contempo non si può essere  veri clinici senza mantenere un approccio sperimentale all’altro. Inizia quindi a formulare una serie di ipotesi operative che costituiranno le pietre angolari di quella che quasi un secolo dopo chiamiamo la teoria interpersonale della psichiatria. Vogliamo però nuovamente sottolineare la coerenza con cui Sullivan persegue un approccio bottom-up degno della più recente Grounded Theory (Glaser & Strauss, 1967). Ad esempio, stravolge il concetto di équipe psichiatrica introducendo le riunioni multidisciplinari e la figura degli operatori di salute mentale; formalizza un sistema di discussione dei casi e supervisioni con trascritti e discussioni collegiali; contestualizza il concetto di auto-analisi della tradizione psicoanalitica riportandolo in vivo nelle esperienze relazionali tra psichiatra e paziente. Sin dai primi anni di sperimentazione emerge l’ambizione di vivere nel concreto la dimensione relazionale e dialogica al punto da focalizzare questa auto-analisi in vivo sul tipo di domande formulate dal terapeuta: in particolare sulla distinzione tra domande direttive volte a mantere la posizione dominante dell’esperto e domande orientative (orienting questions), volte a favorire un’elaborazione condivisa (Sullivan, 1974, p. 151).

Come successe per Socrate e per il suo sguardo dialogico agli uomini e al loro sapere (Patocka, 2003), anche per Sullivan la riflessione sulla dimensione interpersonale dell’esperienza lo spinse, come in una spirale senza fine a considerare ambiti sempre più ampi. Così dagli anni 30 focalizzò la sua attenzione sulla formalizzazione e diffusione della sua teoria tra colleghi ed aspiranti tali. Lasciamo agli storici la considerazione su come la sua malcelata omosessualità e l’omofobia dei contemporanei lo abbiano spinto ad una vita meno circoscritta e vincolata rispetto allo Sheppard-Pratt Hospital (Wake, 2006). Quello che è innegabile è una spirale ascendente che lo spinse a stravolgere la tradizionale costruzione di psichiatra e di personalità basate su un modello individualistico e costantemente orientato alla dimensione intrapersonale di pazienti, terapeuti, ricercatori e uomini comuni. Da un lato l’inestricabile interconnessione tra relazioni interpersonali e psichiatria gli fa formulare come il focus di quest’ultima sia il medesimo di “un’altra disciplina in via di evoluzione all’interno delle scienze sociali, ovvero, la psicologia sociale” (Sullivan, 1946, p.v). Dall’altro la personalità che in quegli annni si coniugava in termini di descrittori di in-dividualità (Allport & Odbert, 1936) diviene a prescindere da età, sesso o fase evolutiva “un pattern relativamente durevole di situazioni interpersonali ricorrenti che caratterizzano una vita umana” (Sullivan, 1953, p. 111). Sullivan arriva al punto di ribaltare il concetto di individualità parlando di personificazione come quel complesso e molteplice insieme di processi che di volta in volta vediamo incarnati in un’esperienza relativamente stabile (Sullivan, 1953, p. 167). Ovvero arriva ad assumere che vissuti cosidetti normali e cosiddetti patologici discendano da pattern interpersonali costituiti da singole esperienze ripetute per un tempo sufficientemente significativo. Così alla base delle problematiche psicologiche troviamo quelle che Sullivan denomina distorsioni paratattiche, ovvero lo stato interpersonale di reciproca reattività tra due persone che senza bisogno di esser psichiatri o psicoterapeuti abbiamo sperimentato nel ping-pong verbale e/o comportamentale all’interno di molte relazioni (Sullivan, 1953). Se da un lato questo pattern è concettualizzato come sistema di sviluppo eziopatogenico o di mantenimento patogeno di un disturbo (Sullivan, 1974), dall’altro può interessare direttamente l’interazione tra psichiatra e paziente. “Lo psichiatra, nell’ascoltare il suo paziente, deve comprendere che sta partecipando al comportamento verbale che corrisponde primariamente alla concettualizzazone di me e tu, con manifestazioni corrispondenti ai fattori che hanno disorto e continuano a complicare le relazioni interpersonali della personalità del soggetto. In quanto persona che parla, è ben consapevole che sta utilizzando processi linguistici in una configurazione all’interno della quale l’uditore interviene assai significativamente nella risultante del tentativo di comunicare” (Sullivan, 1946, p. 45).

Per quanto complessa ed articolata appaia questa citazione, pensiamo racchiuda appieno la densa e prolifica eredità di Harry Stack Sullivan e tutte le sue componenti: quella riflessiva, quella dialogica, quella educativa, quella etica, quella sociale. Sebbene solo alcuni autori abbiano chiaramente riconosciuto il debito teorico ed applicativo alla sua opera, moltissime sono le teorie e gli indirizzi che discendono direttamente o indirettamente da questa. George Kelly ad esempio, con una tra le poche citazioni dirette presenti nel suo opus magnum, stabilisce una similitudine tra l’approccio credulo costruttivista e l’osservazione partecipe sullivaniana (Kelly, 1955, p. 174). Alfred Korzybski, oltre al comune maestro William Alanson White, riconobbe in Sullivan uno degli ispiratori della Semantica Generale (Kendig, 1990, p. xxiii). Donald D. Jackson ha più volte riaffermato il suo debito essendosi formato direttamente con Sullivan ed avendo cercato di portare alle estreme conseguenze i suoi assunti nel fondare il Mental Research Insitute di Palo Alto e la Terapia Sistemico-Familiare (Ray, 2006). E così, genealogicamente, possiamo rintracciare gli influssi sullivaniani nella terapia breve strategica e nelle opere di molti colleghi e allievi di Jackson (es. Bateson, Haley, Watzlawick). Similmente Jeremy Safran ha ampliato il lavoro di Sullivan, ristrutturando le distorsioni paratattiche in termini di schemi e cicli interpersonali (Safran, 1990a; 1990b) e contribuendo a rendere una simile concettualizzazione della dimensione relazionale un patrimonio comune ad approcci psicodinamici (es. Fonagy, Horowitz, Pincus) e cognitivo-comportamentali (es. Segal, Semerari, Widiger). Infine, più controversa, seppur innegabile, l’interconnessione teorica e storica con la teoria dell’attaccamento (Cortina, 2001). Ci limiteremo a sottolineare come per quanto non compaiano citazioni dirette è difficile non scorgere delle somiglianze tra i costrutti di personificazione (Sullivan, 1953) e di modelli operativi interni (Bowlby, 1969), lasciando ipotizzare se non una continuità, quantomeno un’affinità.

 

“Una persona ottiene la salute mentale, nella misura in cui diviene consapevole delle sue relazioni interpersonali” (Sullivan, 1946, p. 102).

 

 

Lo Staff di Tages Onlus

 

 

Bibliografia

Allport, G. W., & Odbert, H. S. (1936). Trait-Names: A Psycho-Lexical Study. Psychological Monographs, 47(1):i-171

Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss Volume 1. Attachment. London, UK: Hogarth Press.

Corradi, R. (2011). Schizophrenia as a Human Process. The Journal of the American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry, 39(4):717-736.

Cortina, M. (2013). Sullivan’s Contributions to Understanding Personality Development in Light of Attachment Theory and Contemporary Models of the Mind. Contemporary Psychoanalysis, 37(2):193-238.

Double, D. (2007). Adolf Meyer’s Psychobiology and the Challenge for Biomedicine. Philosophy, Psychiatry & Psychology, 14(4):331-339.

Freud, S. (1936). The Problem of Anxiety [Engl. trans. H.A. Bunker]. New York, NY: Norton & Company.

Glaser, B. G., & Strauss, A. L. (1967). The Discovery of Grounded Theory: Strategies for Qualitative Research. Chicago, IL: Aldine.

Kelly, G.A. (1955). The Psychology of Personal Constructs. New York, NY: Norton & Company.

Kendig, M. (Ed.) (1990). Alfred Korzybski Collected Writing 1920-1950. New York, NY: Institute of General Semantic.

Patocka, J. (2003). Socrate [Ita. trans. M. Cajthaml]. Torino, Italy: Bompiani.

Ray, W.A. (2006). Don D. Jackson: Selected Essays at the Dawn of an Era. Phoenix, AZ: Zeig, Tucker & Theisen.

Safran, J. D. (1990a). Towards a Refinement of Cognitive Therapy in Light of Interpersonal Theory I: Theory. Clinical Psychology Review, 10, 87-105.

Safran, J. D. (1990b). Towards a Refinement of Cognitive Therapy in Light of Interpersonal Theory II: Practice. Clinical Psychology Review, 10, 107-121.

Schultz, C.G. (1978). Harry Stack Sullivan Colloquium: Sullivan’s Clinical Contribution During the Sheppard-Pratt Era. Psychiatry, 41(2):117-128.

Sullivan, H.S. (1934). Psychiatric Training as a Prerequisite to Psychoanalytic Practice. American Journal of Psychiatry, 91(5):117-1126.

Sullivan, H.S. (1946). Conceptions of Modern Psychiatry. The First William Alanson White Memorial Lectures. New York, NY: Norton & Company.

Sullivan, H.S. (1953). The Interpersonal Theory of Psychiatry. New York, NY: Norton & Company.

Sullivan, H.S. (1974). Schizophrenia as a Human Process. New York, NY: Norton & Company.

Wake, N. (2006). The Full Story by No Means All Told: Harry Stack Sullivan at Sheppard-Pratt, 1922-1930. History of Psychology, 9(4):325-358.

Razzismo e Pregiudizi Possono Diventare Patologici?

Citazione Consigliata: Tages Onlus (2017). Razzismo e Pregiudizi Possono Diventar Patologici? [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/05/07/razzismo-e-pregiudizi-possono-diventar-patologici/

 

La psicologia e le neuroscienze si sono spesso occupate del tema del razzismo e del pregiudizio cercando di comprenderne da un lato origine e meccanismi evolutivi e dall’altro le implicazioni comunicative, sociali ed educative. E’ molto difficile infatti prescidere da componenti politiche, morali o mass-mediatiche nel trattare un simile tema, sopratutto in un contesto come quello attuale in cui da ogni dove si accavallano trattazioni e prese di posizione ben poco inclini alla comprensione. Sin dai primi studi di psicologia della Gestalt (Köhler, 1929) sappiamo infatti che il percepire rappresenta il risultato di una forma di organizzazione antecedente all’atto stesso e quindi si basa su pre-giudizi senza connotazione morale alcuna. Sappiamo inoltre come la storia dell’uomo sia costellata di comportamenti che a prescindere dal livello di consapevolezza con cui sono stati attuati hanno portato alla marginalizzazione o eliminazione di appartenenti a specie (es. l’uomo di Nehandertal), generi (es. altri ominidi), famiglie (es. altri predatori concorrenti) o regni (es. tutte le piante concorrenti alle nostre coltivazioni) diversi dal proprio (Harari, 2014). Sappiamo infine come tali comportamenti afferiscano ad un principio comune a tutto l’evoluzionismo: il cosidetto principio di esclusione competitiva per il quale quando due specie concorrono nella medesima nicchia ecologica una di queste è destinata all’estinzione (Hardin, 1960).

Forse il lettore giunto a questo punto penserà che non abbia senso continuare e proseguire nella lettura date le sconfortanti premesse, sia che parteggi per un pragmatico fatalismo o per un indignato umanesimo. Vorremmo invece proseguire nella presente esposizione riassumendo e motivando quanto sappiamo. Le evidenze raccolte negli ultimi 20 anni hanno infatti mostrato come da un lato vi sia una componente filogentica e specie-specifica che ci spiega quel che possiamo definire razzismo. E dall’altro esistano prove antropologiche e neuroscientifiche che motivano come l’evoluzione ed il sucesso della specie Homo sapiens sapiens discenda da processi cognitivi e sociali che travalicano queste medesime componenti.

I recenti sviluppi negli studi di neuroimaging hanno permesso di indagare la complessità dell’esperienza umana anche relativamente al tema del razzismo. In particolare si è cercato di comprendere quali meccanismi e processi neurobiologici elaborassero le informazioni relative alla razza nei nostri processi decisionali, lasciando aperte le diverse ipotesi esplicative (Kubota, Banaji & Phelps, 2012).  O meglio, gli studi esistenti sulle generiche capacità di comprensione degli altri (Mitchell, McCrae & Banaji, 2006) e nello specifico di fronte ad una differenziazione razziale (Phelps et al., 2000) evidenziano come sebbene esistano meccanismi automatici di processasione delle informazioni, ciò che chiamiamo cognizione sociale (dimensione razziale inclusa) dipende da pregressi pattern di acquisizione basati su processi di apprendimento. Al di là dei dettagli neurobiologici, quel che emerge è come anche nell’ambito della comprensione dell’altro i processi esperienziali, educativi, relazionali e comunicativi si stratifichino sino a definire automatismi cognitivi dei quali non sempre siamo consapevoli (Keysers, 2011). E quindi, come per ogni automatismo, il confine tra vantaggio procedurale e bias cognitivo è assai flebile, lasciando spazio a considerazioni etiche, sociali e cliniche.

Antecedentemente alla pubblicazione del DSM-5 (APA, 2013), l’American Psychiatric Association (APA) ha pubblicato una risoluzione contro il razzismo (APA, 2006), che per quanto doverosa da parte della più rinomata istituzione della salute mentale, non si è spinta oltre una generica condanna deontologica. Più interessante è invece quanto evidenziato da altri studi relativamente al possibile collocamento del razzismo nella salute mentale. Ovvero, al di là delle valutazioni morali e politiche, in che modo il razzismo ed il pregiudizio si correlano alla psicopatologia? Nel porci una simile dobbiamo però distinguere la componente di giudizio morale da quella pragmatica con cui dovremmo impostare il nostro ragionamento clinico. Anche parlando di razzismo non possiamo infatti eludere l’assunto per il quale le psicopatologie siano comunque culturalmente determinate (Szasz, 1961). Inoltre vi è da sempre una certa ritrosia nel parlare di patologia laddove non vi sia una componente di disagio percepito  a livello personale, sociale e/o lavorativo. Ad esempio una condizione come la psicopatia caratterizzata da notevoli bias comportamentali, cognitivi e relazionali e dall’assenza di questa componente di percezione di disagio resta ancora al di fuori del DSM-5 (APA, 2013). Al contempo uno stato ipomaniacale che può prescindere dalla medesima percezione rientra tra la patologie riconosciute riportandoci ad un assunto sovraordinato socio-culturale e auspicabilmente pragmatico. Da un punto di vista legislativo e morale tendiamo tradizionalmente a distinguere il disagio di chi nuoce a se stesso (perchè ad esempio ipomaniacale) dal duolo di chi nuoce agli altri (perchè ad esempio psicopatico). Inoltre non possiamo non tenere in cosiderazione questioni economiche e politiche: considerando l’elevata incidenza di pregiudizi razziali una diagnosi “ufficiale” comporterebbe costi sanitari insostenibili; l’istituzionalizzazione di un giudizio etico nei confronti del pregiudizio (per quanto lodevole ed auspicabile) creerebbe un precedente politico assai rischioso confondendo interventi clinici ed educativi. Conviene quindi procedere con cautela soppesando quanto presente in letteratura.

Innanzitutto sappiamo che l’appartenere ad una minoranza etnica si correla ad una peggiore presa in carico delle problematiche psichiatriche (Wells, Klap, Koike & Sherbourne 2001) e ad un maggiore rischio di sviluppare tali problematiche (Chou, Asnaani & Hofman, 2012). Per quanto concerne invece non chi è oggetto (es. appartenenti a minoranze) ma bensì soggetto (es. chi prova sentimenti razzisti) di razzismo le concettualizzazione sono più variegate. Nello sviluppo del DSM-5 l’APA aveva ad esempio ipotizzato la possibilità di inserire il razzismo come un sintomo ricorrente tra diverse patologie  (APA, 2002). Ciononostante nel passare in rassegna gli studi esistenti si è evidenziato come non vi siano ancora evidenze per una definizione patologica di razzismo che infatti non compare nel DSM-5 (APA, 2013).

Gli stessi autori che hanno supportato questa scelta hanno però evidenziato come esista un pattern di pregiudizi definito in termini di pathological bias (bias patologico) che assume una rilevanza clinica come dimensione trasversale a diverse patologie e come potenziale cluster diagnostico (Bell & Dunbar, 2012). Da un lato si distinguono 3 processi che possono divenire potenzialmente patologici: (a) ruminazione e ideazione intrusiva rispetto a persone appartenenti ad outgroup; (b) sentimenti negativi associati con ideazione ed esperienza di contatto con l’outgroup; (c) comportamenti con effetto distruttivo sulle relazioni utilizzati in situazioni di contatto innocue. Dall’altro si distinguono 5 categorie nelle comprensione delle problematiche cliniche legate al bias patologico: (i) tipo evitante o basato sull’evitamento dell’outgroup; (ii) tipo basato su un trauma o post-traumatico; (iii) tipo antisociale; (iv) tipo narcisistico/instabile; (v) tipo paranoide.

Gli studi sembrano far emergere una serie di caratteristiche evolutive (persistenti, patologiche, pervasive) e fenomenologiche (cognitive ed interpersonali) che parrebbero assimilare il così definito bias patologico se non ad un vero disturbo di personalità, ad una dimensione clinica ricorrente. La rassegna degli studi esistenti sembra supportare questa ipotesi evidenziando riprove a livello neurobiologico, psicometrico e clinico (Bell & Dunbar, 2012). Si suppone infatti che  l’utilizzo ricorrente di bias nella categorizzazione degli outgroup possa far sperimentare un disagio clinico (paura generalizzata, ostilità, panico e ansia seccondaria, etc.) che giustifica una concettualizzazione in termini patologici e lascia ipotizzare delle linee di intervento orientate alla gestione di processi cognitivi ed interpersonali perseveranti ed intrusivi. E’ inoltre innegabile che un simile bias in una specie ed in un ambiente altamente sociale come quelli umani possa rappresentare un fattore di rischio evolutivo.

Quel che è certo è che nelll’affrontare il  tema del razzismo gli studiosi “mantengano un approccio obiettivo o neutrale” e considerino il bias patologico come un “problema clinico trasversale piuttosto che una categoria diagnostica unica ed esclusiva ” (Bell & Dunbar, 2012, p. 707). E magari rammentino come l’ipotesi esplicativa ad oggi maggiormente validata sul perchè e come la specie Homo sapiens sapiens ed il suo sistema nervoso centrale si siano distinti dagli altri primati è la cosidetta social brain theory (Dunbar, Gamble & Gowlett, 2014). Ovvero quella teoria che sostiene come la socialità, in termini di numerosità e complessità di interazioni interpersonali, parrebbe predire biologicamente lo sviluppo del nostro cervello e cognitivamente lo sviluppo delle compentenze di mentalizzazione che ci permettono di comprendere noi stessi e chi ci sta attorno.

 

 

Lo Staff di Tages Onlus

 

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2002). A Research Agenda for DSM-5. Washington, DC: Author.

American Psychiatric Association. (2006). Position Statement: Resolution Against Racism and Racial Discrimination and Their Adverse Impacts on Mental Health. Washington, DC: Author.

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition. Washington, DC: Author.

Bell, C.C., & Dunbar, E. (2012). Racism and pathological bias a s a co-occurring problem in diagnosi and assessment. In T.A. Widiger (Ed.), The Oxford Handbbok of Personality Disorders, pp 694- 711. Oxford: Oxford University Press.

Chou, T., Asnaani, A., & Hofman, S.G. (2012). Perception of racial discrimination and psychopathology across three U.S. ethnic minority groups. Cultural Diversity & Ethnic Minority Psychology, 18(1), 74–81.

Dunbar, R.I.M., Gamble, C., & Gowlett, J.A.J. (2014). Lucy to Language. The Benchmark Papers. Oxford: Oxford University Press.

Harari, Y.N. (2014). Sapiens. A Brief History of Humankind. New York, NY: Harper.

Hardin, G. (1960). The Competitive Exclusion Principle. Science, 131 (3409): 1292–1297.

Keyrsers, K. (2011). The Empathic Brain. How the Discovery of Mirror Neurons Changes Ou Understanding of Human Nature. Whasington, DC: Social Brain Press.

Köhler, W. (1929). Gestalt Psychology. New York, NY: Liveright.

Kubota, J.T., Banaji, M.R., & Phelps, E.A. (2012). The neuroscience of race. Nature Neuroscience, 15,940–948.

Mitchell, J.P., McCrae, C.N., & Banaji, M.R. (2006). Dissociable medial prefrontal contributions to judgments of similar and dissimilar others. Neuron, 50:655-663.

Phelps, E.A., O’Connor, K.J., Cunningham, W.A., Funayama, E.S., Gatenby, J.C., Gore, J.C., & Banaji, M.R. (2000). Performance on indirect measures of race evaluation predicts amygdala activation. Journal of Cognitive Neuroscience, 12(5): 729-738.

Szasz, T (1961). The Myth of Mental Illness: Foundations of a Theory of Personal Conduct. New York: Harper & Row.

Wells, K., Klap, R,. Koike, A., & Sherbourne, C. (2001). Ethnic disparities in unmet need for alcoholism, drug abuse, and mental health care. American Journal of Psychiatry, 158(12):2027-32.

I Nostri Reportage: Incontro con Francesco Mancini

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Da giovane studente ignaro ho sempre cercato di rifuggire testi e lezioni sul Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC). Al di là dell’interesse diagnostico per ossessioni e compulsioni, mi è sempre parso un ambito in cui teorici e clinici prediligessero ridondanti meccanicismi. Quando gli psicoterapeuti parlano di disturbi ossessivi la stereotipizzazione ricorrente è quella che tratteggia una semplicistica ed inspiegabile fenomenologia. A partire dalle prime formulazioni quel che ritroviamo è da un lato la sconcertante bizzarria dei sintomi (Westphal, 1878) e dall’altro la gravosa difficoltà nel delineare un trattamento efficace (Freud, 1909).

Nell’ascoltare il dott. Francesco Mancini passare in rassegna gli ultimi 30 anni di studi l’impressione è sorprendentemente diversa. Durante la presentazione de “La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo” (Mancini, 2016a) svoltasi presso Tages Onlus il 12 aprile 2017, il fil rouge emerso è infatti la sofferente umanità delle persone affette da DOC e la rigorosa eleganza con cui il gruppo formatosi attorno a Mancini ha sviluppato il proprio modello.

Il libro succitato rappresenta a detta di molti una sorta di pietra miliare negli studi del DOC (Lorenzini, 2016), che da un lato integra e sovrordina quanto presente in letteratura, dall’altro formula un’originale ed efficace prospettiva terapeutica, frutto di numerosi studi validazionali e tentativi di falsificazione. Nel ripercorrere la produzione scientifica dell’équipe della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC)/Associazione di Psicologia Clinica (APC), il libro mostra un incedere logico degno della tradizione falsificazionista (Popper, 1972): non solo si mettono a verifica le ipotesi teoriche e cliniche, ma anche le possibili alternative e critiche al modello. A partire dalla tesi centrale per la quale “alla base delle ossessioni e delle compulsioni vi sarebbe un esasperato timore di colpa” (Mancini, 2016b, p. xv).

Al di là dello specifico interesse legato al DOC, l’opera di Mancini delinea una serie di domande guida che hanno contribuito e tutt’oggi contribuiscono allo sviluppo del cognitivismo clinico. E’ impossile infatti non vedere una riflessione comune e comprensiva che si origina nelle sue prime pubblicazioni relative a quali meccanismi possano mantenere disturbi altamente invalidanti (Mancini, Sassaroli & Semerari, 1984) ed arriva sino alla sfida di inquadrare la “mente ossessiva”.

Considerare un disturbo in termini di processi di mantenimento piuttosto che di resistenze psicologiche o coerenza teorica presuppone due principi tanto cari al cognitivismo clinico italiano. In primis la prospettiva evoluzionistica della teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1951) che vuole rimarcare una traiettoria ontogenetica nello sviluppo delle patologie e dei loro meccanismi psicopatogeni. Secondariamente la lettura costruttivista delle scelte personali  (Kelly, 1968) e dei sistemi biologici di mantenimento  (Maturana & Varela, 1980) che Beck stesso ha nei suoi termini incluso nel background della CBT (Beck & Weishaar, 2000).

Attraverso queste lenti possiamo forse meglio comprendere il modello di funzionamento del DOC sviluppato da Mancini e la vision educativa con la quale si pone di fronte ai suoi uditori. Per non dilungarmi oltre mi limiterò a due costrutti a mio avviso centrali nel libro scritto dal team SPC/APC.
Da un lato il concetto di scopo rappresenta un rimarcare l’umanità del paziente  (non solo DOC) nello sviluppare e mantenere il suo disturbo come un tentativo di dare senso a sé e al suo mondo  (Mancini, 2016c). Anche il più bizzarro dei fenomeni psicologici ha, all’interno del sistema personale di chi lo sperimenta, una sua finalità.
Dall’altro le distinzioni tra razionalità formale e pratica (Gangemi, Mancini, & Johnson-Laird, 2013) e tra colpa deontologica e altruistica (Mancini & Mancini, 2015) meriterebbero di esser più spesso applicate a noi terapeuti che non ai pazienti. La difesa ortodossa dei nostri amati assunti teorici risulta infatti assai perniciosa per la professione e per gli utenti.

Il rigore nel comprendere l’esperienza soggettiva del paziente e nel mettere costantemente a verifica i nostri presupposti teorici, mi concederà Mancini, è un caso auspicabile di indistinguibile sovrapposizione tra deontologia ed altruismo.

 

 

Simone Cheli

Presidente Tages Onlus

 

Bibliografia

Beck, A.T., & Weishaar, M. (2000). Cognitive therapy. In R.J. Corsini & D. Wedding (Eds), Current psychotherapies, sixth edition, pp. 241-272. Itasca, IL: Peacock Publishers.
Bowlby, J. (1951). Maternal care and mental health. A report prepared on behalf of the World Health Organization as a contribution to the United Nations programme for the welfare of homeless children. Geneva: World Health Organization.
Freud, S. (1909). Bemerkungen über einen Fall von Zwangsneurose. Gesammelte Werke, Vol. 7, pp. 381-463.
Gangemi, A., Mancini, F., & Johnson-Laird, P.N. (2013). Emotion, reasoning and psychopathology. In I. Blanchette (Ed), Emotion and reasoning, pp. 44-65. New York: Psychology Press.
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