Violenza e salute mentale tra mass-media e scienza

­Citazione Consigliata: Tages Onlus (2018). Violenza e Salute Mentale tra Mass-media e Scienza [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2018/02/19/violenza-e-salute-mentale-tra-mass-media-e-scienza

Quando si succedono fatti di  cronaca nera, particolarmente cruenti o connotati da una rilevanza sociale o politica, gli esperti di salute mentale e le loro teorie vengono spesso chiamati in causa. Una delle narrazioni più frequentemente utilizzata è quella della patologia mentale come di un ‘buco nero’ lontano e distante che ingloba tutto ciò che non possiamo spiegarci. Questa esteriorità della malattia mentale, di cui tra gli altri Michel Foucault (2011) rintraccia le orme sino alle origini della nostra storia, sembra riaffiorare in queste settimane nei reportage e nei commenti tra le due sponde dell’Atlantico, con i tragici fatti avvenuti in Florida e nelle Marche.

In tali drammatiche situazioni è molto difficile affrontare in maniera obiettiva i fatti, o meglio, è assai frequente che chi è deputato ad una lettura professionale se ne sottragga (per timore di polemiche), chi è preposto ad una riflessione giornalistica o istituzionale si spinga a formulare teorie pseudo-scientifiche (per ambizioni mass-mediatiche). Negli Stati Uniti, dove il dibattito sulla violenza armata (gun violence) è da sempre al centro di scontri politici e socio-culturali, la presidente dell’American Psychological Association (APA), ha deciso di rilasciare una dichiarazione ufficiale per arginare ogni possibile confusione di ruoli. Si è in particolare voluto ricordare “come solo una piccola percentuale degli atti violenti è commessa da persone che hanno una diagnosi o sono in trattamento per un disturbo mentale. Affrontare il tema della violenza armata in un contesto di salute mentale non rende giustizia alle vittime e stigmatizza ingiustamente i molti affetti da un problema mentale. Ma ancora più importante, non ci indirizza verso soluzioni appropriate a questa crisi di salute pubblica” (Henderson Daniel, 2018).

Questa affermazione che ad alcuni può apparire scontata, ad altri pretestuosa, si fonda su solide prove scientifiche e riteniamo voglia rimarcare come da un lato l’utilizzo di categorie psicopatologiche ha evidenziato i suoi limiti storico-culturali anche laddove queste siano formalizzate scientificamente (Szasz, 1961). E dall’altro il loro uso strumentale in contesto di dibattiti pubblici, siano essi mass-mediatici o politici, favorisce un processo di stigmatizzazione e marginalizzazione di strati a volte assai ampli della società (Foucault, 2004). Senza ambire a stilare una rassegna esaustiva di quanto presente in letteratura, ritieniamo possa essere di aiuto rimarcare alcuni dati, fondati su robuste evidenze scientiche, a cui sia specialisti che non possano far riferimento.

 

1. La violenza (armata) non implica universalmente psicopatologia.

Gli studi mostrano chiaramente come solo alcune gravi condizioni psicopatologiche, in particolare all’interno dello spettro schizofrenico (es. con allucinazioni coercitive che intimano determinate azioni) e bipolare, mostrano un’associazione con la violenza, in particolare armata (Ahonen, Leber, & Brent, 2017). I dati evidenziano come solo il 5% degli atti di violenza sono commessi da persone con disturbi mentali. E’ quindi infondato scientificamente assumere che dietro ad un atto di violenza vi sia una psicopatologia. Due fattori sono invece rilevanti in termini di politiche preventive: il sesso ed il background socio-culturale. Circa il 90% degli omicidi sono perpretrati da uomini, rendendo tale genere altamente a rischio di commettere violenze. Il vivere in ambienti urbani, l’avere accesso ad armi e una qualche forma di relazione con la vittima sono altri rilevanti fattori di rischio (APA, 2013).

2. Chi soffre di disturbi mentali non è necessariamente violento.

Le persone che soffrono di un disturbo mentale non hanno una probabilità maggiore degli altri di commettere violenza. Esistono solo due eccezioni date dalle persone con diagnosi di disturbo della condotta e disturbo di personalità antisociale, che hanno come criteri diagnostici il commettere atti di violenza e quindi presuppongono per definizione tale associazione (Crocker et al., 2005). Se, come è successo ciclicamente, si cambiassero i criteri per la diagnosi di disturbi mentali, questa associazione potrebbe decadere (fino a non molti anni fa essere omossessuale correlava con avere una psicopatologia perchè questo orientamento sessuale era inserito nei manuali diagnostici). Si è inoltre rilevato come le persone con disturbi mentali, nel caso possiedano un’arma, l’hanno acquistata prima di mostrare sintomi psicopatologici (Ahonen, Leber, & Brent, 2017).

3. La marginalizzazione sociale è un terreno su cui possono insorgere patologie mentali.

Negli ultimi 30 anni si sono raccolte numerose evidenze sull’associazione tra stato socio-economico e salute, sebbene non sempre sia chiara la direzione causale di tale associazione (Adler & Ostrover, 1999). Nello specifico della salute mentale, sappiamo come una condizione di buono stato socio-economico e di adeguati stili di vita rappresenti un terreno adeguato per prevenire le psicopatologie (Molarius et al., 2009). Abbiamo infatti prove sostanziali che lo stato socio-economico impatti direttamente lo sviluppo di una malattia mentale ed indirettamente attraverso l’associazione con condizioni economiche stressanti (Hudson, 2005). Inoltre, come per la salute in generale, anche per la salute mentale è evidente il ruolo svolto dai fattori sociali, culturali ed ambientali del contesto territoriale di residenza (Kawachi & Berkman, 2003).

4. La stigmatizzazione è fonte di sofferenza e mantenimento della psicopatologia.

Per quanto abbia un’innegabile funzione operativa, la diagnosi porta con sè uno stigma che impatta direttamente aumentando il disagio percepito (stigma interiorizzato) ed indirettamente creando un contesto di esclusione (stigma pubblico) che favorisce fenomeni di cronicizzazione (Corrigan & Watson, 2002). Da un lato le persone, interiorizzando lo stigma, sono meno inclini a cercare un supporto e ad impegnarsi in un processo terapeutico. Dall’altro la condivisione sociale di uno stigma riduce la disponibilità di quelle risorse familiari, comunitarie e sanitarie in grado di prevenire, diagnosticare e fronteggiare le problematiche psicopatologiche. Inoltre, la presenza di un’area grigia di sostegno sociale corrispondente ad un sottogruppo definito come inadeguato cognitivamente e interpersonalmente, favorisce l’utilizzo strumentale e discriminatorio delle categorie diagnostiche (Clement et al., 2015).

5. Le conflittualità sociali operano spesso attraverso meccanismi educativi.

A noi uomini piace sovente gloriarci della nostra capacità empatica, al punto da utilizzare il sostantivo umanità quasi come un sinonimo. A prescindere dalle nostre convinzioni, gli studi evidenziano come sebbene esistano meccanismi automatici di processazione delle informazioni, la nostra empatia e le nostre capacità sociali sono in gran parte modellate da esperienze e quindi da credenze apprese (Tages Onlus, 2017). Specifici gruppi sociali sono empatici con quei gruppi che la cultura di appartenenza considera debbano essere oggetto di empatia e al contempo si sentono minacciati da quelli che si è appreso a considerare minacciosi (Mitchell, McCrae & Banaji, 2006). Questo processo da un lato evidenzia la costruzione sociale dei fattori di insorgenza della conflittualità tra gruppi. Dall’altro supporta l’idea che la conflittualità sociale discenda da una diseguaglianza piuttosto che tra individui, tra gruppi polarizzati su dimensione etnica, economica, etc. (Østby, 2008).

 

In conclusione, violenza e malattie mentali non possono e non devono esser confuse tra di loro. Considerare le persone che perpetrano atti violenti come affette da psicopatologie allontana la possibilità di fronteggiare le implicazioni sociali di tali atti e di supportare coloro che faticosamente si confrontano con dei disturbi mentali. Inoltre, nella ricerca di categorie a rischio di commettere violenza, emerge un evidente circolo vizioso tra marginalità sociale, povertà educativa ed economica. Non deve stupire infatti come le vittime di violenza siano spesso connotate da carratteristiche di genere (donne), economiche (povere) e sociali (minoranze) di evidente marginalizzazione.

 

 

Lo Staff di Tages Onlus

 

 

Bibliografia

Adler, N.E., & Ostrove, J.M. (1999). Socioeconomic status and health: what we know and what we don’t. Annals of the New York Academy of Science, 896:3-15.

Ahonen, L., Loeber, R., & Brent, D.A. (2017). The Association Between Serious Mental Health Problems and Violence: Some Common Assumptions and Misconceptions. Trauma Violence Abuse, 1:1524838017726423. DOI: 10.1177/1524838017726423

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Clement, S., et al. (2015). What is the impact of mental health-related stigma on help-seeking? A systematic review of quantitative and qualitative studies. Psychological Medicine, 45(1), 11-27. DOI:10.1017/S0033291714000129

Corrigan, P. W., & Watson, A. C. (2002). Understanding the impact of stigma on people with mental illness. World Psychiatry, 1(1), 16–20.

Crocker, A. G.,Mueser, K. T., Drake, R. E., Clark, R. E.,Mchugo, G. J., Ackerson, T. H., Arthur, I., & Alterman, A. I. (2005). Antisocial personality, psychopathy, and violence in persons with dual disorders. Criminal Justice and Behavior, 32, 452–476.

Foucault, M. (2004). Il Potere Psichiatrico. Corso al Collège de France (1973-1974). Milano: Feltrinelli.

Foucault, M. (2011). La Storia della Follia nell’Età Classica. Torino: BUR.

Henderson Daniel, J. (2018). Statement of APA President in Response to Florida High School Shooting. APA Press Release. Retrieved from: http://www.apa.org/news/press/releases/2018/02/florida-shooting.aspx?utm_content=1518805372&utm_medium=social&utm_source=multiple

Hudson, C.G. (2005). Socioeconomic Status and Mental Illness: Tests of the Social Causation and Selection Hypotheses. American Journal of Orthopsychiatry, 75(1):3-18. DOI: 10.1037/0002-9432.75.1.3

Kawachi, I., & Berkman, L.F. (2003). Neighnorhoods and Health. Oxford: Oxford University Press.

Mitchell, J.P., McCrae, C.N., & Banaji, M.R. (2006). Dissociable medial prefrontal contributions to judgments of similar and dissimilar others. Neuron, 50:655-663.

Molarius, A., et al. (2009). Mental health symptoms in relation to socio-economic conditions and lifestyle factors – a population-based study in Sweden. BMC Public Health, 9:302. DOI: 10.1186/1471-2458-9-302

Østby, G. (2008).  Polarization, Horizontal Inequalities and Violent Civil Conflict. Journal of Peace Research, 45(2): 143-162. DOI: 10.1177/0022343307087169

Szasz, T. (1961). The Myth of Mental Illness. Foundations of a Theory of Personal Conduct. New York: Harper Collins.

Tages Onlus (2017). Razzismo e Pregiudizi Possono Diventar Patologici? [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/05/07/razzismo-e-pregiudizi-possono-diventar-patologici/

 

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