Workshop per professionisti

Workshop “Radically Open DBT”

WORKSHOP INTRODUTTIVO UFFICIALE “RADICALLY OPEN DBT”

PRIMO TRAINING ITALIANO CON THOMAS LYNCH

 

 

CHE COS’È LA RO DBT:
La RO DBT è un trattamento evidence-based specifico per i problemi di ipercontrollo. Alla base di questo approccio vi è l’idea di apertura radicale (Radical Openness) che è la principale abilità perseguita attraverso questo trattamento (Cavalletti & Mancini, 2019). L’autocontrollo, ovvero l’abilità di inibire tendenze, impulsi o comportamenti, è una qualità ritenuta di grande valore nella maggior parte delle società umane. Tuttavia, un eccesso di autocontrollo può sfociare in isolamento sociale, funzionamento interpersonale distaccato, perfezionismo maladattivo, espressività emotiva inibita, e in disturbi psicologici di difficile trattamento, come l’anoressia nervosa, il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità e la depressione resistente. Scopo di questo workshop è introdurre i fondamenti teorici e le skills che caratterizzano la Radically Open Dialectical Behavior Therapy (RO DBT). Verrà presentata una nuova tesi che collega le funzioni comunicative dell’espressione emozionale alla formazione di legami sociali intimi, così come nuove abilità incentrate sulla ricettività, la conoscenza di sé e la responsività flessibile. Con l’ausilio di slide, schede, video e role-playing, verranno insegnati nuovi strumenti di assessment e intervento.

GLI OBIETTIVI FORMATIVI:
Al termine della giornata di training, i partecipanti saranno in grado di conoscere:
1) Una nuova teoria biosociale dell’ipercontrollo
2) Un nuovo trattamento basato su espressività aperta, fiducia e connessione sociale
3) Le nuove strategie RO DBT volte a promuovere un’attitudine alla conoscenza di sé e alla flessibilità
4) I quattro deficit nucleari nell’ipercontrollo
5) La struttura del trattamento RO DBT
6) La gerarchia del trattamento RO DBT
7) Gli stili comunicativi indiretti più comuni nell’ipercontrollo

IL CONDUTTORE:
Il Prof. Thomas R. Lynch è l’ideatore della Radically Open-Dialectical Behavior Therapy (RO DBT). Ricopre la carica di Professore Emerito presso la School of Psychology della University of Southampton, e in precedenza è stato Direttore del Duke Cognitive Behavioral Research and Treatment Program presso la Duke University. I suoi studi di rilevanza internazionale sono stati finanziati da alcuni tra i maggiori enti sanitari mondiali, come il National Institute of Health (NIH, USA) e il Medical Research Council (MRC, UK), e hanno ricevuto premi e riconoscimenti da prestigiose istituzioni, come la National Alliance for Research on Schizophrenia and Depression (NARSAD), e l’American Foundation for Suicide Prevention (AFSP).

IL WORKSHOP:
Il corso rappresenta il “Workshop Introduttivo” ufficiale previsto per la formazione in RO DBT. Si svolgerà sabato 14 marzo 2020, dalle ore 9 alle ore 18, presso la Sede di APC/SPC di Verona, in Vicolo Ghiaia n°7. È previsto l’accreditamento ECM (8 crediti) e verrà effettuata la traduzione consecutiva dall’inglese all’italiano.

LE ISCRIZIONI:

Le iscrizioni sono aperte a psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, neuropsichiatri. La quota di partecipazione è di euro 200 (iva esente). Per iscriversi è necessario:

  1. compilare il form online: https://forms.gle/xks3C75PQ7N8PYKy9
  2. procedere al pagamento della quota tramite bonifico bancario (le specifiche per effettuare il pagamento sono consultabili cliccando sul link del form)
  3. la procedura di iscrizione si considera completata e confermata solo dopo aver compilato il format ed aver inviato copia del bonifico effettuato all’indirizzo email: formazione@tagesonlus.org
    Il corso verrà attivato al raggiungimento di un numero minimo di partecipanti; in caso di disdetta da parte della Segreteria Organizzativa gli iscritti verranno rimborsati dell’intera quota di iscrizione. Il rimborso della quota non è previsto in caso di disdetta da parte dei partecipanti.

 

SEGRETERIA ORGANIZZATIVA:
Dott.ssa Francesca Righi e Dott.ssa Cecilia Trevisani (formazione@tagesonlus.org)

SEGRETERIA SCIENTIFICA:
Prof. Francesco Mancini (Responsabile scientifico), Dott.ssa Veronica Cavalletti, Dott.ssa Elena Prunetti e Dott. Simone Cheli

PROVIDER ECM:
SPC s.r.l. – Provider ECM Standard ID 3958 – Viale Castro Pretorio, 116 – Roma. Website: www.apc.it

 

Per scaricare la brochure in PDF (ITA): LOCANDINA ITA
Per saperne di più sulla RO DBT (ITA): Articolo su State of Mind
Per consultare il portale della RO DBT (ENGL): radicallyopen.net
Per consultare la pagina web di APC/SPC: Consulta la pagina del corso

 

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Spazio al papà!

Citazione consigliata: Franchi, E. (2019). “Spazio al papà!” [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2019/03/19/spazio-al-papà

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I Nostri Reportage: Incontro con Nicola Petrocchi

Citazione Consigliata: Cheli, S. (2017). I Nostri Reportage: Incontro con Nicola Petrocchi [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/11/14/i-nostri-reportage-incontro-con-nicola-petrocchi/

 

Ad uno sguardo distratto e poco informato una terapia focalizzata sulla compassione può risultare cosa di poco conto o quantomeno a rischio di banalità. Altro pregiudizio a cui un lettore prevenuto potrebbe indulgere è quello di un modello interessato a compiacere l’altro senza quindi basarsi su solide basi cliniche e sperimentali. Devo ammettere che anche chi scrive si è approcciato alla Compassion Focused Therapy (CFS) con molti preconcetti e poche speranze. La prima volta che ebbi l’occasione di ascoltare Paul Gilbert, lo sviluppatore della CFS, mantenni tali pregiudizi fino alla conclusione del suo primo blocco di slide in cui rimarcava l’universalità del concetto di compassion nell’esperienza umana e non solo. Dopo questa introduzione infatti, Gilbert ripercorse i fondamenti neurobiologici e clinici del suo approccio, approfonditi e sperimentati per oltre 30 anni. Ed io compresi di dover e voler aggiornarmi su un nuovo ambito di studio a partire da “La Terapia Focalizzata sulla Compassione. Caratteristiche Distintive” (Gilbert, 2012), la cui edizione italiana è stata curata e tradotta da Nicola Petrocchi.

La storia professionale di Gilbert è forse meglio comprensibile situandola in un’area prevalente di intervento e in un contesto teorico di riferimento: rispettivamente la depressione e la psicologia evoluzionistica. Già nella prima metà degli anni ’80 esce la sua prima formulazione teorica basata su un assunto paradossale: se la depressione è così diffusa a prescindere dai contesti socio-culturali e dalle ere, non possiamo non chiederci come e perchè si sia evoluta, ma soprattutto non possiamo non assumere che si sviluppi attraverso un pattern psicobiologico di risposta con un suo fondamento evoluzionistico e quindi un vantaggio evolutivo (Gilbert, 1984). A partire da questa affermazione e dalla successiva elaborazione possiamo infine comprendere la CFT.

Da un punto vista evoluzionistico la depressione sembra evidenziare un pattern di sviluppo e mantenimento fortemente connotato da una dimensione sociale e relazionale: (i) in termini etologici si caratterizza per comportamenti remissimi; (ii) separazione e perdita sono due tra le cause più comuni; (iii) un tono dell’umore basso ha il vantaggio di segnalare sottomissione ed helplessness ad individui dominanti e potenziali caregiver; (iv) una sconfitta in un confronto sociale o la perdita di rango produce una riduzione nei livelli di serotonina associati a loro volta alla patologia depressiva (Brüne, 2016, pp. 183-194). Quello che sembra emergere è quindi che la depressione e le sue sequele comportamentali, emotive, cognitive ed interpersonali, entro un certo livello, possano offrire un vantaggio adattativo in una specie fortemente connotata da una elevatissima complessità sociale.

E su queste basi Gilbert ha sviluppato un modello ancorato su evidenze cliniche e sperimentali che presuppongono che gli umani abbiano evoluto degli specifici sistemi cerebrali che permettono di percepire un senso di sicurezza, rassicurazione e sollievo e che tutto questo è connesso con l’essere oggetto di cure ed affetto (Gilbert, 1992). Così la CFT si evolve come un modello clinico basato su quei meccanismi emotivi, cognitivi ed interpersonali connessi alla compassione genericamente intesa come “una profonda consapevolezza della propria ed altrui sofferenza, conessa con il desiderio ed il tentativo di alleviarla” (Gilbert, 2009, p. 3).

Durante la presentazione tenutasi a Tages Onlus, Nicola Petrocchi ha chiaramente delineato questo cammino personale e professionale di Paul Gilbert con il quale si è formato e collabora, al punto da aver fondato la sezione italiana della Fondazione Compassion Mind. La relazione ha inoltre permesso di comprendere concretamente, al di là degli assunti teorici e delle evidenze scientiche, come la CFT rappresenti un coerente modello di inquadramento e trattamento della psicopatologia. Gli interventi proposti offrono un interessante piano di intervento clinico che possiamo ricondurre agli approcci della cosiddetta Terza Onda della CBT e a quelle caratteristiche transdiagnostiche, contestualistiche e relazionali che definiscono modelli affini alla CFT stessa (Hayes, 2004). Gilbert ha infatti sviluppato un insieme di metodi terapeutici e di concettualizzazione della sofferenza umana che, senza dimenticare i gold-standard della CBT, mostrano la loro efficiacia in una cornice originale ed innovativa di acceptance e mindfulness che Petrocchi ha ben rimarcato tramite  alcuni esercizi esperienziali.

Sempre ricordandosi come “queste tecniche cognitive e mindful non servono semplicemente ad esplorare delle evidenze alternative, ma a divenire più consapevoli dei nostri stessi processi di mentalizzazione” (Liotti & Gilbert, 2011, p. 21).

 

Simone Cheli

Presidente Tages Onlus

 

Bibliografia

Brüne, M. (2016). Textbook of Evolutionary Psychiatry and Psychosomatic Medicine The Origins of Psychopathology. Second Edition. Oxford: Oxford University Press.

Gilbert, P. (1984). Depression: From Psychology to Brain State. London: Lawrence Erlbaum.

Gilbert, P. (1992). Human Nature and Suffering. London: Lawrence Erlbaum.

Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind. London: Robinson.

Gilbert, P. (2012). La Terapia Focalizzata sulla Compassione. Caratteristiche Distintive. Milano: Franco Angeli.

Hayes, S. C. (2004). Acceptance and Commitment Therapy and the New Behavior Therapies: Mindfulness, Acceptance and Relationship. In S. C. Hayes, V. M. Folette, & M. M. Linehan (Eds.), Mindfulness and Acceptance. Expanding the Cognitive Behavioral Tradition (pp.1-29). New York: The Guildford Press.

Liotti, G., & Gilbert, P. (2011). Mentalizing, Motivation, and Social Mentalities: Theoretical Considerations and Implications for Psychotherapy. Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice, 84: 9–25.

Research news: la relazione tra self-compassion, dipendenza interpersonale e depressione

Citazione consigliata: Cavalletti, V. (2017). Research news: la relazione tra self-compassion, dipendenza interpersonale e depressione [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/11/14/selfcompassion-depressione-dipendenza

I risultati di un recente studio mettono in luce il ruolo della self-compassion e della dipendenza interpersonale in relazione alla depressione, utilizzando un campione di studenti di college americani

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Introduzione alla Mindfulness

La mindfulness è un approccio innovativo ed efficace per affrontare lo stress e riappropriarsi del proprio benessere. Si è dimostrato particolarmente utile nel superare l’ansia, i sintomi depressivi e numerosi altri problemi che affliggono molte persone oggigiorno. Grazie alle sue tecniche di semplice applicazione, la mindfulness rappresenta un fondamentale supporto per chi, a causa di problemi cronici di natura fisica o psicologica, si trova a dover gestire un vissuto di costanti preoccupazioni. Durante l’evento verrà presentato anche il nuovo corso MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) in partenza ad Ottobre presso Tages Onlus.


GLI OBIETTIVI:
Conoscere la mindfulness
Sperimentare le sue tecniche


A CHI SI RIVOLGE:
L’incontro è gratuito ed aperto a tutti


I CONDUTTORI:

Simone Cheli
Psicologo-Psicoterapeuta. Docente in Master di Mindfulness clinica in Italia e all’estero (Ordine Psicologi Toscana n°4507)

Gloria Pansolli
Psicologa-Psicoterapeuta. Insegnante di protocolli clinici basati sulla Mindfulness (Ordine Psicologi Toscana n°6791)

Sefora Di Natale
Psicologa. Insegnante di protocolli clinici basati sulla Mindfulness (Ordine Psicologi Toscana n°7004)


I TEMI TRATTATI:
Origini e applicazioni della mindfulness

Struttura degli interventi

Il protocollo MBSR

La mindfulness con adulti e bambini

Esercitazione esperienziale sulla pratiche della mindfulness


COME ISCRIVERSI:
La partecipazione è gratuita ma richiede l’iscrizione che può essere effettuata telefonicamente (+ 39 055 679037), via email (info@tagesonlus.org) o attraverso il form di contatto del sito.


Per scaricare la locandina dell’evento: PDF

Per scaricare la brochure del corso MBSR: PDF

 

 

Depressione e senso di colpa

Citazione Consigliata: Enzo, C. (2017). Depressione e Senso di Colpa [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/03/depressione-e-senso-di-colpa/

 

Attualmente la depressione rappresenta secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la seconda causa di disabilità fra la popolazione dopo l’infarto. Ha infatti importanti conseguenze nella vita della persona che ne soffre e nei suoi cari, in quanto porta a una diminuzione dell’attività lavorativa o scolastica, diminuita concentrazione, ritiro sociale, scarsa scura di sé e molte altre difficoltà.

Fra i sintomi della depressione descritti nella quinta edizione “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali” (APA, 2013) si annoverano i “sentimenti auto-svalutativi o di colpa eccessivi”; infatti spesso le persone che soffrono di depressione vivono un eccessivo senso di colpa, percepito come autoriferito e stabile, che li porta ad esperire un profondo senso di inadeguatezza.

Il senso di colpa non deve essere automaticamente etichettato come un’emozione disadattiva, poiché invece può essere utile per migliorare le relazioni sociali e mettere in guardia dagli eventi. L’assenza del senso di colpa è di fatto un segno di importanti disturbi psichici, come ad esempio il disturbo antisociale, in cui l’individuo appare incapace di provare tale emozione.

Tuttavia cosa si intende per “eccessivo” senso di colpa? Come si stabilisce tale eccesso? Alcuni ricercatori concordano nel considerare che all’interno dell’ampia categoria del senso di colpa vi sia incluso il senso di responsabilità (O’Connor et al., 1999; Zahn-Waxler et al., 1990), suggerendo che il senso di colpa diventi disfunzionale o eccessivo nel momento in cui si prova un esagerato senso di responsabilità per eventi su cui si ha scarso o nullo controllo. Secondo Beck (1967) l’eccessiva assunzione di responsabilità per gli eventi negativi rappresenta uno dei bias cognitivi associati alla depressione.

Ma il senso di colpa di un adulto e di un bambino sono la stessa cosa? In realtà provare un eccessivo senso di colpa sembra essere funzionale durante una certa fase dell’infanzia, ma tale emozione tende a decrescere di pari passo con l’apprendimento da parte del bambino di più sofisticate abilità di ragionamento astratto e della capacità di mettersi nei panni dell’altro.

Infatti sembra che i bambini di età inferiore ai 10 anni riescano a identificare un unico singolo evento causale per ogni esito. Un esempio di ciò è rappresentato dalla situazione in cui un bambino attribuisce a se stesso la colpa della separazione dei genitori, basandosi sul fatto che ha combinato una marachella prima che il padre andasse via di casa. A questa età infatti il bambino fa fatica a rintracciare altre possibili cause e spiegazioni, come ad esempio alcuni problemi coniugali tra il padre e la madre pre-esistenti all’incidente domestico (Tilghman, Cole & Felton 2012).

Per tali ragioni si ritiene che i bias cognitivi che portano ad esperire un eccessivo senso di colpa siano più frequenti nei bambini piccoli, ma che al contempo la relazione tra bias cognitivi e depressione sia più forte nei bambini più grandi (Grave e Blisset, 2004). Per tali ragioni l’età del paziente sembra giocare un ruolo chiave per il trattamento dell’eccessivo senso di colpa.

Che dire dei figli dei pazienti depressi? I figli dei pazienti depressi con eccessivo senso di colpa, presentano una maggiore difficoltà nel distinguere i problemi di cui sono responsabili da quelli che sono al di fuori del loro controllo. Per tali ragioni, ci sarebbe una sorta di assunzione di iper-responsabilità nei confronti del benessere del genitore, che potrebbe aumentare la probabilità di futuri problemi di ansia e depressione nel bambino stesso (Rakow et al., 2009).

Come si induce il senso di colpa? Alcuni autori parlano di due tipi di induzione del senso di colpa adottati dai genitori depressi: la sollecitazione egoistica e la denigrazione (Donatelli et al., 2007). Per sollecitazione egoistica si intende un eccessivo sacrificio dei genitori nel periodo in cui il bambino sta cercando di muovere dei passi verso l’autonomia, mentre per denigrazione si intende il tentativo dei genitori di indurre una colpa quando il figlio non l’ha commessa e sembra che il secondo tipo faciliti lo sviluppo di problemi affettivi.

Ma allora nasce prima il senso di colpa o la depressione? La questione è ancora controversa nella letteratura scientifica di riferimento, tuttavia emerge chiaramente come nei pazienti depressi i criteri di giudizio adottati per valutare il proprio comportamento e quello altrui su una medesima questione non siano omogenei e tale esperienza si collega alla tendenza a ruminare. Tuttavia si può provare senso di colpa senza soffrire di depressione, così come si possono provare sentimenti di indegnità e bassa autostima in conseguenza a rifuti, abbandoni e fallimenti, anziché a causa del senso di colpa.

Dott.ssa Consuelo Enzo, PSICOLOGA

Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana, n° 6691

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: Author.

Beck, A. T. (1967). Depression: Clinical, experimental, and theoretical aspects. New York: International Universities Press.

Donatelli, J. L., Bybee, J. A., & Buka, S. L. (2007). What do mothers make adolescents feel guilty about? Incidents, reactions, and relation to depression. Journal of Child and Family Studies,16, 859–875.

Grave, J. & Blissett, J. (2004). Is cognitive behavior therapy developmentally appropriate for young children. Clinical Psychology Review, 24, 399–420.

O’Connor, L. E. , Berry, J. W. & Weiss, J. (1999). Interpersonal guilt, shame, and psychological problems. Journal of Social and Clinical Psychology. 18, 181–203.

Rakow, A., et al. (2009). The relation between parental guilt induction to child internalizing problems when a caregiver has a History of depression. Journal of Child and Family Studies, 18, 367-377.

Tilghman-Osborne, C., Cole, D. A. & Felton, J. W. (2012). Inappropriate and excessive guilt: instrument validation and developmental differences in relation to depression. Journal of Abnormal Child Psychology. 40 (4), 607-620.

Zahn-Waxler, C., Kochansk,a G., Krupnick, J. & McKnew, D. (1990). Patterns of guilt in children of depressed and well mothers. Developmental Psychology. 26, 51–59.