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Guerra e salute mentale: quali effetti su civili e soldati?

Citazione Consigliata: Cheli, S. (2022). “Guerra e salute mentale: quali effetti su civili e soldati?” [Blog Post]. Retrieved from:  https://www.tagesonlus.org/2022/10/26/guerra-e-salute-mentale/

Col passare dei mesi il tema della guerra diviene sempre più confinato in uno spazio chiuso della nostra mente. Come se fosse possibile abituarsi ad essa. Lo abbiamo sperimentato con le molte “guerre” che ognuno di noi ha visto caratterizzare il dibattito pubblico: Afghanistan, Iraq, Siria, Ucraina. Alcune non le abbiamo proprio fatte entrare nella nostra visuale, come le guerre che hanno devastato l’Africa per quasi 10 anni (1996-2003) con al centro i destini della Repubblica Democratica del Congo (5.4 milioni di morti e 2 milioni di rifugiati) o la nostra “scoperta” delle Americhe che si stima abbia causato in poco più di un secolo (XV-XVI sec.) la morte del 10% della popolazione mondiale (Todorov, 2014; Van Reybrouk, 2016).

Stupisce sempre la capacità (o distorsione se preferite) dell’essere umano nell’escludere dal suo campo percettivo i dolori e i drammi, in particolare se questi non lo affliggono direttamente. E in questi mesi, come dicevo, vediamo questo meccanismo manifestarsi attraverso dibattiti tra esperti e non che deumanizzano la guerra. Sì, suona strano a dirlo, ma la guerra è molto umana. È una delle nostre caratteristiche distintive. Per quanto nei primati si trovino aggressioni coordinate e non reattive, l’evoluzione umana ha affinato enormemente questa forma di comportamento cooperativo (Wrangham, 2018). È difficile infatti non ravvisare questa tendenza nell’ascoltare trasmissioni televisive o passanti dibattere sul conflitto in corso in Ucraina, tralasciando o minimizzando i costi umani dei vari suggerimenti non richiesti. Anzi spesso le narrazioni sono finalizzate a minimizzare tali costi ed esaltare lo sprezzo del pericolo. Similmente dopo la disfatta di Caporetto (durante la prima guerra mondiale) i soldati italiani cantavano e celebravano la fine dei combattimenti fuggendo a sud, mentre i generali si indignavano per quella deprecabile massa che osava desiderare la pace (Barbero, 2022).

Ho dunque pensato (occupandomi di psicologia e non di geopolitica) che potesse esser utile ricordare i costi che la guerra ha in termini di salute mentale su civili e soldati nel breve e nel lungo termine. Dunque tralasciando gli evidenti e drammatici costi economici (per chi interessato suggeriamo la stima del Cato Institute).

Per quanto possa sembrare scontato è bene ricordare come esistono numerose meta-analisi che hanno confermato un’elevata prevalenza di disturbi quali il disturbo post-traumatico da stress (DPTS) e la depressione maggiore (DM) nei civili che fronteggiano la guerra (Hoppen et al., 2021; Morina et al., 2018). Le stime parlano di una prevalenza che oscilla tra 26.5% e 27% per il DPTS e tra 23.31% e 26% per il DP. Elevatissime le comorbilità se si pensa come il 55.6% di coloro che hanno ricevuto una diagnosi di DPTS ne hanno ricevuto anche una di DM. La più recente delle meta-analisi (Hoppen et al., 2021) ha integrato dati su 316 milioni di civili “diagnosticati” e sopravvissuti a guerre evidenziando un impatto drammatico sulla vite di queste persone: si stima infatti un totale di 3 o 4 milioni di “disability-adjusted years” (attesa di vita corretta per disabilità) rispettivamente per coloro hanno ricevuto una diagnosi di DPTS o di DM. In sintesi, almeno 1 su 4 hanno ricevuto una diagnosi o di DPTS o di DM, 1 su 8 entrambe queste diagnosi. L’impatto nel tempo è oltremodo drammatico ed espresso nei 3 e 4 milioni di anni di vita “sana” persa tra il 1989 e 2019 a seguito delle due principali diagnosi: DPTS e DM rispettivamente.

Vi sono poi studi su aspetti più specifici, ma fondamentali per comprendere l’impatto delle guerre sulla popolazione civile. Innanzitutto si stima come almeno il 10% della popolazione femminile subisca abusi sessuali con drammatici effetti fisici (mutilazioni genitali, malattie sessualmente trasmissibili, etc.) che esacerbano il distress psicosociale conseguente che include sintomatologia ansiosa, depressiva e post-traumatica, isolamento se non rifiuto da parte della comunità di appartenenza e molto altro ancora (Ba & Bhopal, 2017). Numerosi studi hanno poi evidenziato l’impatto sia in fase acuta che cronica delle guerre sulla salute mentale dei bambini e dei loro genitori, secondo un circolo vizioso che porta a mantenere se non accrescere la sofferenza emotiva (Slone & Mann, 2016). Le guerre rappresentano infatti un esempio assai evidente di meccanismi post-traumatici transgenerazionali che tendono a riverberare generazione dopo generazione. Da un lato sono noti i meccanismi psicologi che attraverso forme di attaccamento insicuro, limitata disponibilità parentale, sintomi ansiosi, depressivi e post-traumatici in figli e genitori alterano la capacità familiare di adattarsi alle comuni difficoltà e a quelle drammatiche delle zone di guerra (Slone & Mann, 2016). Dall’altro lato sappiamo che traumi collettivi come ad esempio l’olocausto si associno ad effetti fisiologici transgenerazionali come l’aumentata prevalenza  di patologie oncologiche (Keinan-Boker, 2018). Tutto questo senza contare gli effetti traumatici di anni di vita tra campi profughi, migrazioni forzate, centri di accoglienza e tutto quanto affligge la vita degli asylum seekers scampati alle guerre (Scoglio & Salhi, 2021).

Infine, gli stessi effetti psicosociali riscontrati nei civili sono ravvisabili anche nei militari, che nella gran parte delle guerre di lungo corso sono civili coscritti (a volte addirittura minori). Il Veteran Affair americano stima ad esempio prevalenze di DPTS che si aggirano nei veterani attorno al 30%, con effetti che spesso perdurano per tutta la vita (impattando nuovamente anche sul contesto sociale e familiare dei militari). Similmente i soldati americani che erano di stanza in Afghanistan e Iraq mostravano tassi di prevalenza di DPTS e DM tra il 14% e il 16% (Inoue et al., 2022). Gli stessi meccanismi psicofisiologici riscontrati nei civili sono ovviamente presenti anche nei soldati: nella sottopopolazione delle donne soldato è stato ad esempio provato un circolo vizioso tra disturbi mentali e fisici che ne altera drammaticamente la qualità della vita (Creech et al., 2021).

Oltre 25 secoli fa il poeta Archiloco si beffava della tradizione greca che recitava “torna a casa con lo scudo o sopra lo scudo”, ovvero torna vivo e vittorioso oppure morto senza arrenderti o fuggire. Bene, Archiloco scrisse:

“Si fa bello uno dei Sai dello scudo che vicino a un cespuglio

lasciai, ed era non disonoratoǃ, controvogliaː

però mi son salvato. Chi se ne importa di quello scudo?

Al diavoloǃ Presto ne comprerò uno non peggiore”

Forse alcuni suoi compatrioti (come i generali italiani dopo Caporetto) si indignarono per un simile comportamento. Quel che è certo è che da psicologi non possiamo non comprenderne il senso. Il desiderio di voler vivere e voler tutelarsi da quell’orrore chiamato guerra.

Simone Cheli

Bibliografia

Ba, I., & Bhopal, R. S. (2017). Physical, mental and social consequences in civilians who have experienced war-related sexual violence: a systematic review (1981-2014). Public health142, 121–135. https://doi.org/10.1016/j.puhe.2016.07.019

Barbero, A. (2022). Caporetto. Bari: Laterza.

Creech, S. K., Pulverman, C. S., Crawford, J. N., Holliday, R., Monteith, L. L., Lehavot, K., Olson-Madden, J., & Kelly, U. A. (2021). Clinical Complexity in Women Veterans: A Systematic Review of the Recent Evidence on Mental Health and Physical Health Comorbidities. Behavioral medicine47(1), 69–87. https://doi.org/10.1080/08964289.2019.1644283

Keinan-Boker L. (2018). Increased cancer incidence in Holocaust survivors and the implications for survivors of other extreme events. Expert review of anticancer therapy18(11), 1059–1062. https://doi.org/10.1080/14737140.2018.1521274

Hoppen, T. H., Priebe, S., Vetter, I., & Morina, N. (2021). Global burden of post-traumatic stress disorder and major depression in countries affected by war between 1989 and 2019: a systematic review and meta-analysis. BMJ global health6(7), e006303. https://doi.org/10.1136/bmjgh-2021-006303

Inoue, C., Shawler, E., Jordan, C. H., & Jackson, C. A. (2022). Veteran and Military Mental Health Issues. StatPearls Publishing. Retrieved from: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK572092/

Morina, N., Stam, K., Pollet, T. V., & Priebe, S. (2018). Prevalence of depression and posttraumatic stress disorder in adult civilian survivors of war who stay in war-afflicted regions. A systematic review and meta-analysis of epidemiological studies. Journal of affective disorders239, 328–338. https://doi.org/10.1016/j.jad.2018.07.027

Scoglio, A., & Salhi, C. (2021). Violence Exposure and Mental Health Among Resettled Refugees: A Systematic Review. Trauma, violence & abuse22(5), 1192–1208. https://doi.org/10.1177/1524838020915584

Slone, M., & Mann, S. (2016). Effects of War, Terrorism and Armed Conflict on Young Children: A Systematic Review. Child psychiatry and human development47(6), 950–965. https://doi.org/10.1007/s10578-016-0626-7

Todorov, Z. (2014). La conquista dell’America. Il problema dell’altro. Torino: Einaudi.

Van Reybrouk, D. (2016). Congo. Milano: Feltrinelli.

Wrangham R. W. (2018). Two types of aggression in human evolution. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America115(2), 245–253. https://doi.org/10.1073/pnas.1713611115

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