IL PERFEZIONISMO: INQUADRAMENTI TEORICI E APPROCCI ALLA CURA

Citazione Consigliata: Cavalletti, V. (2019). Il perfezionismo: inquadramenti teorici e approcci alla cura. [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2019/01/06/il-perfezionismo

Un confine tra normalità e patologia

 

Parlando di perfezionismo, un primo aspetto su cui porre l’attenzione e fare chiarezza è senza dubbio la sua definizione; è infatti piuttosto frequente che si utilizzi il termine “perfezionismo” sia per riferirsi a pattern disfunzionali di personalità che per sottolineare l’attitudine positiva di una persona che tende a non trascurare alcun dettaglio. Infatti i vari autori che hanno affrontato tale tema sono spesso partiti da attribuzioni diverse nei confronti del perfezionismo. Secondo Hamacheck (1978) ad esempio esisterebbe una forma di perfezionismo considerabile come “normale” (o adattivo), nell’accezione di non patologico, che si distinguerebbe da quello di tipo “nevrotico”, problematico e caratterizzato da standard inflessibili; altri autori, concordando almeno in parte con questa distinzione, preferiscono parlare di “perfezionismo clinico” (Egan, Wade, Shafran & Antony, 2011) per delinearne la sua accezione patologica, che si caratterizzerebbe come una forma di eccessiva dipendenza dell’autovalutazione dal perseguimento di specifici standard autoimposti, nonostante le conseguenze negative causate da tale attitudine. Altri autori (Hewitt, Flett & Mikail, 2017), infine, preferiscono parlare di perfezionismo senza aggiungervi alcuna specificazione poiché ritengono che la definizione del suo possibile funzionamento “sano” non sia stata ancora sufficientemente chiarita.

 

 

Che cos’è il perfezionismo: le prospettive teoriche

 

L’OTTICA PSICODINAMICA

Al di là del dibattito sul confine tra normalità e patologia, il perfezionismo è stato studiato ed inquadrato attraverso modelli di riferimento molto diversi tra loro, che hanno dato maggior enfasi talvolta alle sue varie sotto-tipologie, altre alle sue caratteristiche multidimensionali, o altre ancora alla concettualizzazione del suo funzionamento in un’ottica cognitivo- comportamentale. Uno dei primi studiosi ad occuparsi di perfezionismo è stato Alfred Adler (Ansbacher & Ansbacher, 1956) il quale, nell’ambito della psicologia individuale, teorizzò il concetto di perfezionismo secondo una chiave di lettura dimensionale. Secondo Adler infatti l’aspirazione alla superiorità sarebbe un’istanza innata, di per sé positiva e adattiva, ma in alcuni individui tale spinta verrebbe portata all’estremo giungendo a consolidarsi come un’attitudine alla continua comparazione tra se stessi ed un ideale irraggiungibile di perfezione alimentando così, in modo disadattivo, il senso di inferiorità. Anche Karen Horney (1950), più o meno nello stesso periodo, si era occupata del perfezionismo inquadrandolo nell’ottica dei conflitti interni; tali conflitti secondo l’autrice originerebbero da contraddizioni a cui gli esseri umani vengono continuamente sottoposti, come ad esempio quella tra il bisogno di essere competitivi e di successo da un lato e l’essere amati, accettati ed umili dall’altro. Esisterebbero dunque secondo la Horney due modi per gestire tali contraddizioni: una possibilità è quella di reprimerle escludendole dalla consapevolezza, mentre l’altra consiste nella creazione di un’immagine di sé idealizzata e perfetta. Ed è proprio nell’ambito di quest’ultima modalità che si annidano i continui sforzi perfezionistici che conducono la persona ad un inevitabile fallimento.

 

IL MODELLO MULTIDIMENSIONALE

Nonostante i lavori di Adler e della Horney siano ancora oggi considerati molto interessanti, i più importanti contributi scientifici sul perfezionismo sono arrivati intorno agli anni ’90; in quel periodo infatti due gruppi di ricerca hanno formulato, in modo indipendente l’uno dall’altro, i più noti modelli multidimensionali sul perfezionismo, dopo un lungo periodo durante il quale i lavori scientifici sul tema sembravano in fase di stallo (Stoeber, 2018). Il lavoro forse più noto è quello di Frost e colleghi (Frost, Marten, Lahart & Rosenblate, 1990); nel loro modello il perfezionismo viene declinato secondo sei dimensioni: le preoccupazioni riguardo agli errori (un’eccessiva ansia inerente la possibilità di sbagliare, per cui ogni minima imperfezione viene letta come un fallimento), i dubbi riguardo alle azioni (una preoccupazione esagerata in merito alla qualità del proprio operato, che può portare fino all’immobilizzazione), gli standard personali (una tendenza a fissare livelli eccessivamente alti per le proprie performance), le aspettative dei genitori (la convinzione che i propri genitori abbiano standard elevati e che si aspettino solo la perfezione dal figlio), il criticismo dei genitori (la percezione che i propri genitori possano divenire fortemente critici qualora le loro aspettative non venissero soddisfatte), l’organizzazione (una tendenza ad enfatizzare eccessivamente l’importanza dell’ordine, della precisione e dell’organizzazione).

 

IL “COMPREHENSIVE MODEL OF PERFECTIONISTIC BEHAVIOR”

Nello stesso periodo, anche Hewitt e Flett (1991) hanno iniziato a studiare il perfezionismo giungendo a proporre un modello chiamato Comprehensive Model of Perfectionistic Behavior (CMPB) in cui il perfezionismo viene inquadrato come uno stile di personalità caratterizzato da più sfaccettature e più livelli; per gli autori infatti parlando di perfezionismo non si può fare riferimento solo ai dei tratti, ma è necessario considerarne anche i processi. Nello specifico, Hewitt e i suoi collaboratori (Hewitt, Flett & Mikail, 2017) distinguono tre categorie di elementi: le componenti di tratto, le componenti interpersonali e le componenti intrapersonali. Le prime rappresentano le dimensioni di tratto del perfezionismo e tra di esse vi sono: una forma di perfezionismo “diretto verso di sé”, in cui la persona pretende da se stessa la perfezione, imponendosi alti standard da perseguire e auto-valutandosi molto severamente (self- oriented perfectionism); il perfezionismo “diretto verso gli altri”, una forma caratterizzata dalla tendenza a pretendere che gli altri siano perfetti, valutandoli in modo critico e aspettandosi che pensino ad agiscano secondo propri determinati standard (other-oriented perfectionism); infine, una forma di perfezionismo in cui è centrale la credenza che gli altri, come i familiari, gli amici, i colleghi, degli estranei, o anche la società in generale, si aspettino dalla persona solo la perfezione (socially prescribed perfectionism). Per quanto riguarda invece le componenti processuali, gli autori hanno individuato tre diverse modalità con cui il perfezionismo può esprimersi nelle relazioni interpersonali secondo degli stili dinamici di auto-presentazione; in particolare vengono distinti: una tendenza a promuovere la propria perfezione attraverso uno stile di presentazione in cui viene offerta agli altri un’immagine di sé eccezionale, ineccepibile, unica (perfectionistic self-promotion); una tendenza a nascondere le proprie presunte imperfezioni, sia fisiche che di altra natura, che si manifesta mediante svariate forme di evitamento e di condiscendenza passiva, messe in atto perseguendo la convinzione di non poter essere esposti al giudizio dagli altri almeno che non vi sia la certezza di risultare perfetti (nondisplay of imperfections); infine, una tendenza a non rivelare le proprie imperfezioni, o qualunque altro tipo di informazione che possa essere giudicata negativamente dagli altri, che si basa sulla credenza che ammettere un fallimento sia la peggior cosa possibile cui andare incontro (nondisclosure of imperfections). Le componenti cognitive del CMPB, anch’esse di natura processuale, rappresentano l’espressione interiore del perfezionismo, un dialogo interno fatto di preoccupazioni inerenti il bisogno di essere perfetti che prende la forma di pensieri automatici, ruminazioni, autorecriminazioni e autocensure; secondo gli autori queste cognizioni scaturiscono dalla percezione, da parte del soggetto perfezionista, di una discrepanza tra il sé reale e quello ideale. Mentre le altre due categorie di componenti del CMPB tendono ad essere più stabili e disposizionali, queste ultime sono maggiormente stato-dipendenti anche se possono attivarsi cronicamente, andando a caratterizzare in modo più continuativo il funzionamento personologico. Tornando ad una visione d’insieme del modello, le varie componenti individuate da Hewitt e colleghi non riflettono diversi tipi di perfezionismo ma piuttosto rappresentano aspetti che interagiscono tra loro pur operando su livelli diversi; le varie combinazioni possibili aiutano il clinico a cogliere le manifestazioni prevalenti in un certo soggetto, tenendo conto delle possibili modificazioni a seconda del contesto e del momento.

 

IL MODELLO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

In seguito sono stati sviluppati altri modelli inerenti il perfezionismo, tra cui quello di Roz Shafran e dei suoi collaboratori (Shafran, Cooper & Fairburn, 2002) che ad oggi rappresenta il principale contributo sul tema nell’ambito della psicoterapia cognitivo- comportamentale. Tale modello, recentemente aggiornato (Shafran, Egan & Wade, 2010), si basa sulla definizione del perfezionismo “clinico” come una condizione caratterizzata da continui sforzi volti al raggiungimento di alti standard auto-imposti, perseguiti anche se ciò conduce a conseguenze negative, e per la tendenza a basare eccessivamente il proprio valore su quanto la persona ritiene di riuscire a corrispondere o meno a tali standard. Nel modello vengono presi in considerazione i diversi fattori di mantenimento (come i bias cognitivi) all’interno di una concettualizzazione cognitivo- comportamentale utile per il trattamento.

 

 

Misurare il perfezionismo

 

La misurazione del costrutto del perfezionismo è inevitabilmente interconnessa al modello attraverso cui esso è stato di volta in volta definito. Tra gli strumenti più noti, c’è sicuramente il questionario Frost Multidimensional Perfectionism Scale (FMPS; Frost, Marten, Lahart & Rosenblate, 1990), uno strumento self-report formato da 35 item suddivisi in sei sottoscale, del tutto sovrapponibili alle dimensioni teorizzate nel modello di riferimento (preoccupazione per gli errori, dubbi sulle proprie azioni, standard personali, organizzazione, aspettative dei genitori, critiche genitoriali); anche nella sua versione italiana (Lombardo, 2008) il questionario ha mostrato buone caratteristiche psicometriche. Anche il questionario Hewitt Multidimensional Perfectionism Scale (HMPS; Hewitt & Flett, 1991) è uno strumento self-report, costituito da 45 item distribuiti in questo caso su tre sottoscale, che rappresentano le dimensioni di tratto concettualizzate nel modello originale (self-oriented perfectionism, socially prescribed perfectionism, other oriented perfectionism). Per quanto i due questionari, e dunque i due modelli, mettano in luce aspetti diversi del perfezionismo, ci sono comunque degli ambiti di sovrapposizione tra di essi; da uno studio in cui sono state analizzate tutte le dimensioni proposte dai due strumenti (Frost, Heimberg, Holt, Mattia & Neubauer, 1993), sono emersi due principali fattori di ordine superiore: in una prima dimensione si raggrupperebbero gli standard personali, l’organizzazione, il self-oriented perfectionism e l’other-oriented perfectionism andando a costituire il fattore che è stato rinominato come “sforzi perfezionistici” (perfectionistic striving); nella seconda rientrerebbero invece la preoccupazione nei confronti degli errori, i dubbi sulle azioni, le aspettative dei genitori, il criticismo dei genitori ed il socially prescribed perfectionism che insieme vanno a costituire il fattore delle “preoccupazioni perfezionistiche” (perfectionistic concerns). Inoltre, per la prima dimensione è emersa una correlazione diretta con gli affetti positivi, mentre per la seconda è stata rilevata una correlazione diretta con gli affetti negativi (Bieling, Israeli & Antony, 2004; Frost, Heimberg, Holt & Mattia, 1993); in base a questi risultati e ad analisi successive che sono giunte a simili conclusioni, è stata confermata la struttura a due dimensioni del perfezionismo (Adkins & Parker, 1996; Dunkley, Zuroff & Balnkstein, 2003; Egan, Wade & Shafran, 2011; Slade & Owens 1998; Stumpf & Parker 2000; Stoeber, 2018).

 

 

Gli approcci alla cura del perfezionismo

 

Il Perfectionism Social Disconnection Model (PSDM; Hewitt, Flett & Mikail, 2017) è un modello che ipotizza lo sviluppo del perfezionismo a partire dalle esperienze precoci di attaccamento, nel corso delle quali si formano i modelli operativi interni di sé e dell’altro. Secondo gli autori, le persone con alti livelli di perfezionismo tendono a sviluppare eccessiva sensibilità interpersonale e ostilità, giungendo ad avvertire a livello sociale un senso di non accettazione e di non appartenenza (definita “disconnessione”) che li fa sentire sempre più incapaci di soddisfare le aspettative degli altri (Stoeber, 2012). Partendo da questo modello di concettualizzazione del perfezionismo, Hewitt e colleghi hanno sviluppato un approccio terapeutico, sia individuale che di gruppo, di matrice dinamico-relazionale. Di matrice cognitivo-comportamentale è invece l’approccio terapeutico proposto da Shafran e colleghi (Egan, Wade & Shafran, 2011), che si basa su una formulazione del perfezionismo clinico in cui è cruciale il ruolo della valutazione che il soggetto attribuisce a stesso alla luce del raggiungimento, o meno, degli standard imposti; nonostante ciò conduca a numerose conseguenze negative, secondo gli autori, il problema si perpetua a causa di alcuni meccanismi di mantenimento tra cui la rigidità degli standard, i bias cognitivi, l’auto-criticismo, l’evitamento. Il trattamento interviene su questi meccanismo utilizzando tecniche cognitivo-comportamentali che prevedono l’uso di diari di auto-monitoraggio, sessioni di psico-educazione, ristrutturazione cognitiva ed esperimenti comportamentali. Gli approcci basati sulla mindfulness e sull’accettazione rappresentano un altro intervento possibile per il perfezionismo (Antony & Swinson, 2009; Somov, 2010) ed i risultati che stanno emergendo in termini di efficacia terapeutica sembrano promettenti (James & Rimes, 2018). Vi sono infatti dati secondo cui il protocollo Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT; Segal, Williams & Teasdale, 2012) sarebbe in grado di agire su alcuni dei meccanismi implicati nel perfezionismo, aumentando la self-compassion e la consapevolezza (Kuyken et al., 2010). Recentemente diversi studi hanno indagato in modo più specifico la correlazione tra self-compassion (Gilbert, 2009) e perfezionismo; anche se i dati a disposizione sono da considerarsi ancora preliminari (Ferrari, Yap, Scott, Einstein & Ciarrochi, 2018; Hiçdurmaz & Aydin, 2017; Neff, 2003), i risultati emersi suggeriscono che le dimensioni maladattive del perfezionismo sarebbero negativamente correlate al costrutto della self-compassion. La self-compassion rappresenta infatti una particolare sensibilità nei confronti della propria sofferenza, unita al forte desiderio di alleviarla; la Compassion-Focused Therapy (Gilbert, 2010) si basa su un approccio evoluzionistico per spiegare l’origine della sofferenza psichica, presentando particolare attenzione a due fenomeni clinici ricorrenti nella psicopatologia e spesso resistenti al cambiamento, quali la vergogna e l’autocritica.

 

Dott.ssa Veronica Cavalletti

Psicologa, Psicoterapeuta e Coordinatore della Sezione Toscana

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