Razzismo e Pregiudizi Possono Diventare Patologici?

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La psicologia e le neuroscienze si sono spesso occupate del tema del razzismo e del pregiudizio cercando di comprenderne da un lato origine e meccanismi evolutivi e dall’altro le implicazioni comunicative, sociali ed educative. E’ molto difficile infatti prescidere da componenti politiche, morali o mass-mediatiche nel trattare un simile tema, sopratutto in un contesto come quello attuale in cui da ogni dove si accavallano trattazioni e prese di posizione ben poco inclini alla comprensione. Sin dai primi studi di psicologia della Gestalt (Köhler, 1929) sappiamo infatti che il percepire rappresenta il risultato di una forma di organizzazione antecedente all’atto stesso e quindi si basa su pre-giudizi senza connotazione morale alcuna. Sappiamo inoltre come la storia dell’uomo sia costellata di comportamenti che a prescindere dal livello di consapevolezza con cui sono stati attuati hanno portato alla marginalizzazione o eliminazione di appartenenti a specie (es. l’uomo di Nehandertal), generi (es. altri ominidi), famiglie (es. altri predatori concorrenti) o regni (es. tutte le piante concorrenti alle nostre coltivazioni) diversi dal proprio (Harari, 2014). Sappiamo infine come tali comportamenti afferiscano ad un principio comune a tutto l’evoluzionismo: il cosidetto principio di esclusione competitiva per il quale quando due specie concorrono nella medesima nicchia ecologica una di queste è destinata all’estinzione (Hardin, 1960).

Forse il lettore giunto a questo punto penserà che non abbia senso continuare e proseguire nella lettura date le sconfortanti premesse, sia che parteggi per un pragmatico fatalismo o per un indignato umanesimo. Vorremmo invece proseguire nella presente esposizione riassumendo e motivando quanto sappiamo. Le evidenze raccolte negli ultimi 20 anni hanno infatti mostrato come da un lato vi sia una componente filogentica e specie-specifica che ci spiega quel che possiamo definire razzismo. E dall’altro esistano prove antropologiche e neuroscientifiche che motivano come l’evoluzione ed il sucesso della specie Homo sapiens sapiens discenda da processi cognitivi e sociali che travalicano queste medesime componenti.

I recenti sviluppi negli studi di neuroimaging hanno permesso di indagare la complessità dell’esperienza umana anche relativamente al tema del razzismo. In particolare si è cercato di comprendere quali meccanismi e processi neurobiologici elaborassero le informazioni relative alla razza nei nostri processi decisionali, lasciando aperte le diverse ipotesi esplicative (Kubota, Banaji & Phelps, 2012).  O meglio, gli studi esistenti sulle generiche capacità di comprensione degli altri (Mitchell, McCrae & Banaji, 2006) e nello specifico di fronte ad una differenziazione razziale (Phelps et al., 2000) evidenziano come sebbene esistano meccanismi automatici di processasione delle informazioni, ciò che chiamiamo cognizione sociale (dimensione razziale inclusa) dipende da pregressi pattern di acquisizione basati su processi di apprendimento. Al di là dei dettagli neurobiologici, quel che emerge è come anche nell’ambito della comprensione dell’altro i processi esperienziali, educativi, relazionali e comunicativi si stratifichino sino a definire automatismi cognitivi dei quali non sempre siamo consapevoli (Keysers, 2011). E quindi, come per ogni automatismo, il confine tra vantaggio procedurale e bias cognitivo è assai flebile, lasciando spazio a considerazioni etiche, sociali e cliniche.

Antecedentemente alla pubblicazione del DSM-5 (APA, 2013), l’American Psychiatric Association (APA) ha pubblicato una risoluzione contro il razzismo (APA, 2006), che per quanto doverosa da parte della più rinomata istituzione della salute mentale, non si è spinta oltre una generica condanna deontologica. Più interessante è invece quanto evidenziato da altri studi relativamente al possibile collocamento del razzismo nella salute mentale. Ovvero, al di là delle valutazioni morali e politiche, in che modo il razzismo ed il pregiudizio si correlano alla psicopatologia? Nel porci una simile dobbiamo però distinguere la componente di giudizio morale da quella pragmatica con cui dovremmo impostare il nostro ragionamento clinico. Anche parlando di razzismo non possiamo infatti eludere l’assunto per il quale le psicopatologie siano comunque culturalmente determinate (Szasz, 1961). Inoltre vi è da sempre una certa ritrosia nel parlare di patologia laddove non vi sia una componente di disagio percepito  a livello personale, sociale e/o lavorativo. Ad esempio una condizione come la psicopatia caratterizzata da notevoli bias comportamentali, cognitivi e relazionali e dall’assenza di questa componente di percezione di disagio resta ancora al di fuori del DSM-5 (APA, 2013). Al contempo uno stato ipomaniacale che può prescindere dalla medesima percezione rientra tra la patologie riconosciute riportandoci ad un assunto sovraordinato socio-culturale e auspicabilmente pragmatico. Da un punto di vista legislativo e morale tendiamo tradizionalmente a distinguere il disagio di chi nuoce a se stesso (perchè ad esempio ipomaniacale) dal duolo di chi nuoce agli altri (perchè ad esempio psicopatico). Inoltre non possiamo non tenere in cosiderazione questioni economiche e politiche: considerando l’elevata incidenza di pregiudizi razziali una diagnosi “ufficiale” comporterebbe costi sanitari insostenibili; l’istituzionalizzazione di un giudizio etico nei confronti del pregiudizio (per quanto lodevole ed auspicabile) creerebbe un precedente politico assai rischioso confondendo interventi clinici ed educativi. Conviene quindi procedere con cautela soppesando quanto presente in letteratura.

Innanzitutto sappiamo che l’appartenere ad una minoranza etnica si correla ad una peggiore presa in carico delle problematiche psichiatriche (Wells, Klap, Koike & Sherbourne 2001) e ad un maggiore rischio di sviluppare tali problematiche (Chou, Asnaani & Hofman, 2012). Per quanto concerne invece non chi è oggetto (es. appartenenti a minoranze) ma bensì soggetto (es. chi prova sentimenti razzisti) di razzismo le concettualizzazione sono più variegate. Nello sviluppo del DSM-5 l’APA aveva ad esempio ipotizzato la possibilità di inserire il razzismo come un sintomo ricorrente tra diverse patologie  (APA, 2002). Ciononostante nel passare in rassegna gli studi esistenti si è evidenziato come non vi siano ancora evidenze per una definizione patologica di razzismo che infatti non compare nel DSM-5 (APA, 2013).

Gli stessi autori che hanno supportato questa scelta hanno però evidenziato come esista un pattern di pregiudizi definito in termini di pathological bias (bias patologico) che assume una rilevanza clinica come dimensione trasversale a diverse patologie e come potenziale cluster diagnostico (Bell & Dunbar, 2012). Da un lato si distinguono 3 processi che possono divenire potenzialmente patologici: (a) ruminazione e ideazione intrusiva rispetto a persone appartenenti ad outgroup; (b) sentimenti negativi associati con ideazione ed esperienza di contatto con l’outgroup; (c) comportamenti con effetto distruttivo sulle relazioni utilizzati in situazioni di contatto innocue. Dall’altro si distinguono 5 categorie nelle comprensione delle problematiche cliniche legate al bias patologico: (i) tipo evitante o basato sull’evitamento dell’outgroup; (ii) tipo basato su un trauma o post-traumatico; (iii) tipo antisociale; (iv) tipo narcisistico/instabile; (v) tipo paranoide.

Gli studi sembrano far emergere una serie di caratteristiche evolutive (persistenti, patologiche, pervasive) e fenomenologiche (cognitive ed interpersonali) che parrebbero assimilare il così definito bias patologico se non ad un vero disturbo di personalità, ad una dimensione clinica ricorrente. La rassegna degli studi esistenti sembra supportare questa ipotesi evidenziando riprove a livello neurobiologico, psicometrico e clinico (Bell & Dunbar, 2012). Si suppone infatti che  l’utilizzo ricorrente di bias nella categorizzazione degli outgroup possa far sperimentare un disagio clinico (paura generalizzata, ostilità, panico e ansia seccondaria, etc.) che giustifica una concettualizzazione in termini patologici e lascia ipotizzare delle linee di intervento orientate alla gestione di processi cognitivi ed interpersonali perseveranti ed intrusivi. E’ inoltre innegabile che un simile bias in una specie ed in un ambiente altamente sociale come quelli umani possa rappresentare un fattore di rischio evolutivo.

Quel che è certo è che nelll’affrontare il  tema del razzismo gli studiosi “mantengano un approccio obiettivo o neutrale” e considerino il bias patologico come un “problema clinico trasversale piuttosto che una categoria diagnostica unica ed esclusiva ” (Bell & Dunbar, 2012, p. 707). E magari rammentino come l’ipotesi esplicativa ad oggi maggiormente validata sul perchè e come la specie Homo sapiens sapiens ed il suo sistema nervoso centrale si siano distinti dagli altri primati è la cosidetta social brain theory (Dunbar, Gamble & Gowlett, 2014). Ovvero quella teoria che sostiene come la socialità, in termini di numerosità e complessità di interazioni interpersonali, parrebbe predire biologicamente lo sviluppo del nostro cervello e cognitivamente lo sviluppo delle compentenze di mentalizzazione che ci permettono di comprendere noi stessi e chi ci sta attorno.

 

 

Lo Staff di Tages Onlus

 

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2002). A Research Agenda for DSM-5. Washington, DC: Author.

American Psychiatric Association. (2006). Position Statement: Resolution Against Racism and Racial Discrimination and Their Adverse Impacts on Mental Health. Washington, DC: Author.

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition. Washington, DC: Author.

Bell, C.C., & Dunbar, E. (2012). Racism and pathological bias a s a co-occurring problem in diagnosi and assessment. In T.A. Widiger (Ed.), The Oxford Handbbok of Personality Disorders, pp 694- 711. Oxford: Oxford University Press.

Chou, T., Asnaani, A., & Hofman, S.G. (2012). Perception of racial discrimination and psychopathology across three U.S. ethnic minority groups. Cultural Diversity & Ethnic Minority Psychology, 18(1), 74–81.

Dunbar, R.I.M., Gamble, C., & Gowlett, J.A.J. (2014). Lucy to Language. The Benchmark Papers. Oxford: Oxford University Press.

Harari, Y.N. (2014). Sapiens. A Brief History of Humankind. New York, NY: Harper.

Hardin, G. (1960). The Competitive Exclusion Principle. Science, 131 (3409): 1292–1297.

Keyrsers, K. (2011). The Empathic Brain. How the Discovery of Mirror Neurons Changes Ou Understanding of Human Nature. Whasington, DC: Social Brain Press.

Köhler, W. (1929). Gestalt Psychology. New York, NY: Liveright.

Kubota, J.T., Banaji, M.R., & Phelps, E.A. (2012). The neuroscience of race. Nature Neuroscience, 15,940–948.

Mitchell, J.P., McCrae, C.N., & Banaji, M.R. (2006). Dissociable medial prefrontal contributions to judgments of similar and dissimilar others. Neuron, 50:655-663.

Phelps, E.A., O’Connor, K.J., Cunningham, W.A., Funayama, E.S., Gatenby, J.C., Gore, J.C., & Banaji, M.R. (2000). Performance on indirect measures of race evaluation predicts amygdala activation. Journal of Cognitive Neuroscience, 12(5): 729-738.

Szasz, T (1961). The Myth of Mental Illness: Foundations of a Theory of Personal Conduct. New York: Harper & Row.

Wells, K., Klap, R,. Koike, A., & Sherbourne, C. (2001). Ethnic disparities in unmet need for alcoholism, drug abuse, and mental health care. American Journal of Psychiatry, 158(12):2027-32.

I Pionieri: Horowitz e gli Stati Mentali

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Con questo post inauguriamo una nuova rubrica, ovvero “I Pionieri” della moderna psicologia e psicoterapia. L’obiettivo è quello di ricordare (e contestualmente tributare un omaggio ad) alcuni pensatori che, nel corso della breve storia della psicologia, hanno introdotto concetti o punti di vista che hanno plasmato molte successive scoperte e teorizzazioni. Nel far questo vorremmo in particolare dar voce a due tipologie di pionieri: quelli troppo spesso dimenticati e quelli troppo spesso dati per scontati. Nella prima categoria possiamo inserire tutti quegli autori le cui opere sono state sovente razziate e raramente citate. Nella seconda possiamo invece collocare quegli autori che molti citano e forse in pochi hanno realmente letto.

Un caso emblematico di quest’ultima categoria è sicuramente lo psichiatra americano Mardi J. Horowitz o meglio la sua formulazione del costrutto di “states of mind“, ovvero di stati della mente (Horowitz, 1979). Riteniamo infatti di non esser stati i soli ad utilizzare il concetto di stati della mente citando il noto libro di Horowitz, senza però aver ben chiaro di cosa realmente tratti o, per dirla tutta, senza averlo mai sfogliato! Queste tre parole ricorrono infatti in testi diversi e in differenti approcci. Indubbiamente Horowitz non fu il primo a coniugare l’espressione “states of mind”  e quando oggi ne parliamo non seguiamo pedissequamente il suo lavoro. Certo è che se guardiamo all’evoluzione della psicoterapia psicodinamica, della psicoterapia cognitivo-comportamentale, della moderna nosografia e psicopatologia non possiamo non riconoscere un continuo ricorrere del libro in questione.

Alla fine degli anni 50′ Mardi J. Horowitz si specializza in psichiatria avvincendosi alle teorie psicodinamiche che gli appaiono come un modo per capire la vita di ogni giorno (Horowitz, 1988, p. 3). In tutti i suoi studi e in tutte le sue teorie ritiene infatti di dover perseguire un approccio pragmatico volto ad aiutare da un lato il clinico nella comprensione sistematica del suo lavoro (Horowitz, 1979, pp. vii-xi), dall’altro il paziente nel dar senso alla sua vita e nel gestire i problemi che possono presentarsi (Yalom & Aponte, 2009). Un’altra componente che riteniamo sia utile a comprendere il successo di questo pioniere è sicuramente l’apertura ed onestà intellettuale nel mettere a verifica le sue ipotesi e confrontarsi con approcci diversi da quello suo di elezione (Horowitz, 1998). La formulazione del costrutto di “states of mind” si realizza infatti all’interno di un cinquantennale programma di ricerca sullo stress e sul disturdo post-traumatico da stress che anno dopo anno e decade dopo decade si è sempre più arricchito integrando dimensoni psicodinamiche, neuro-endocrine, cognitive, interpersonali (Horowitz, 2011). A partire dai primi studi negli 60′ sui pensieri intrusivi e gli stati di stress, sino alle ricerche negli anni 80′ sulle correlazioni tra stress, schemi mentali e personalità e quelle negli anni 90′ sullo sviluppo post-traumatico.

“States of Mind. Analysis of Change in Psychotherapy” (Horowitz, 1979) è un manuale pratico per la concettualizzazione, l’impostazione e la gestione di un percorso psicoterapeutico. La praticità del modello è data da alcuni framework evidenti sin dalla prefazione: (i) un approccio che oggi chiameremo transdiagnostico per il suo bypassare ogni nosografia standard; (ii) una sistematizzazione dei costrutti e dei processi utili a comprendere e favorire i cambiamenti in psicoterapia; (iii) una proceduralizzazione dell’intervento al contempo flessibile e strutturata. Sebbene si consideri una definizione standard di stati mentali come “un pattern ricorrente di esperienza e di comportamento che è sia verbale sia non verbale” (Horowitz, 1979, p. 31), pagina dopo pagina emerge una caratterizzazione operativa che integra fonti diverse e definisce un modello innovativo (la cosiddetta “configurational analysis“).

Ma torniamo agli stati mentali. In termini processuali questi si caratterizzano da un lato per essere sufficientemente stabili nel tempo definendo una specifica “immagine di sè ed un modello interno delle relazioni con gli altri” (Horowitz, 1979, p. 1) e dall’altro per la loro dinamicità che impone al clinico di comprendere come “questi si attivino e come mutino in altri stati” (Horowitz, 1979, p. 42). Cercando così di comprende in maniera pragmatica e sistematica cosa sia un singolo stato mentale con cui paziente e terapeuta di volta in volta si confrontano, Horowitz giunge alla definizione del suo metodo di concettualizzazione. Dove “stati, relazioni di ruolo e processazione dell’informazione sono il focus dell’analisi configurazionale e vengono ripetutamente passati in rassegna” (Horowitz, 1979, p.1). Al contempo, per comprendere la dimensione dinamica dell’esperienza, è necessario dettagliare i processi di self-regulation che la persona attua nel fare fronte ai cambiamenti interni ed esterni a sè. “Anche quando il focus è un singolo problema, molte costellazioni tematiche di idee, sentimenti, e strategie di controllo possono essere descritte” (Horowtiz, 1979, p. 76).

Arriviamo quindi alla concettualizzazione di queste complesse costellazioni secondo un modello di facile applicabilità. Al centro si situa una linea che descrive gli stati mentali consecutivi della persona. In parallelo gli schemi di sè e degli altri (ovvero l’immagine di sè e il modello interno delle relazioni con gli altri) sono rappresentati nelle transizioni tra uno stato e l’altro. Similmente si descrivono le transizioni di altre 5 componenti necessarie a dettagliare come la persona processa e fa fronte ai cambiamenti: (i) eventi, azioni, memorie attive; (ii) idee rispondenti; (iii) risposte emotive; (iv) atteggiamento; (v) strategie di controllo. Queste costellazioni permettono quindi di analizzare nel dettaglio gli stati ricorrenti che tendono a costituire dei veri e propri cicli necessari per comprendere la personalità del paziente e la sua sofferenza.

Per una immediata comprensione, il modello di Horowitz è poi strutturato in 10 step attraverso i quali si passano in rassegna le 3 componenti fondamentali (stati mentali, immagine di sè e modelli di relazioni di ruolo) per valutare quel che il paziente porta inizialmente e poi quali cambiamenti avvengono durante la terapia sia in termini di processi che in termini di outcome. Il protocollo di intervento è stato infatti pensato per favorire e promuovere la ricerca in psicoterapia e la valutazione degli esiti nella pratica quotidiana.

Al di là dei contenuti specifici del modello descritto da Horowitz, riteniamo siano evidenti le ricorrenze tra il suo modo di pensare la psicoterapia e gli stati mentali e certe recenti concettualizzazioni in particolare nell’ambito delle teorie della personalità. E sicuramente, grazie all’opera di Horowitz è possibile comprendere l’evoluzione storica di modelli come la Mentalization Based Treatment (Fonagy & Bateman, 2012), l’Interpersonal Cognitive Therapy (Safran & Segal, 1996), la Terapia Metacognitiva Interpersonale (Carcione, Nicolò & Semerari,, 2016), nonchè il modello alternativo di concettualizzazione dei distutbi di personalità presente nel DSM-5 (APA, 2013).

Oltre ai fondamentali studi nel campo dei distrubi post-traumatici, Mardi J. Horowitz ha indubbiamente contribuito a favorire l’emergere di una nuova visione della psicoterapia. Una visione che mira ad integrare le costruzioni personali ed interpersonali e a travalicare i vincoli dati dai cluster diagnostici.

 

 

Lo Staff di Tages Onlus

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2013). Alternative DSM-5 Model for Personality Disorders. In Author, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, pp. 761-782. Washington, DC: Author.

Carcione, A., Nicolò, G. & Semerari, A. (Eds). (2016). Curare i Casi Complessi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità. Bari: Laterza.

Fonagy, P., & Bateman, A. (2012). Handbook of Mentalizing in Mental Health Practice. Whasington, DC: American Psychiatric Pubblication.

Horowitz, M.J. (1979). States of Mind. Analysis of Change in Psychotherapy. New York, NY: Plenum Medical Book Company.

Horowitz, M.J. (1988). Introduction to Psychodynamics. A New Synthesis. New York, NY: Basic Books.

Horowitz, M.J. (1998). Cognitive Psychodynamics: From Conflict to Character. New York, NY: Wiley & Son.

Horowitz, M.J. (2011). Stress Response Syndromes: PTSD, Grief, Adjustment, and Dissociative Disorders, Fifth Edition. New York, NY: Jason Aronson.

Safran, J., & Segal, Z.V. (1996). Interpersonal Process in Cognitive Therapy. New York, NY: Jason Aronson.

Yalom, V., & Aponte, R. (2009). Mardi Horowitz on Psychotherapy Research and Happiness. Psychotherapy.net. Retrieved from: https://www.psychotherapy.net/interview/mardi-horowitz

 

I Nostri Reportage: Incontro con Simone Cheli

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Uno degli errori che possiamo commettere in presenza della parola cancro è assumere un atteggiamento di non interesse per questa tematica. Il cancro interessa tutti e lo fa con alcuni in modo diretto, con altri colpendo un familiare, un amico, un conoscente o semplicemente una persona cara di qualcuno per noi significativo. Il dott. Cheli, sabato 22 aprile, ha presentato l’uscita dell’attesissimo libro di Linda Carlson e Micheal Speca: “Affrontare il cancro con la Mindfulness. Un programma per far fronte alle terapie e ritrovare il senso della propria vita”(Carlson & Speca, 2017).

L’MBCR (Mindfulness-Based Cancer Recovery) (Carlson et al. 2003) rappresenta una declinazione del primo programma di mindfulness nato presso l’University of Massachusets School of Medicine da Jon Kabat-Zinn: l’MBSR – Mindfulness Based Stress Reduction (Kabat-Zinn 1990). Gli autori, infatti, hanno riadattato il programma originario, creato inizialmente per far fronte allo stress generato in persone con dolore cronico, per rispondere alle esigenze e alle difficoltà specifiche di chi intraprende un percorso oncologico.

Oggi l’MBCR, grazie al forte interesse scientifico di Linda Carlson e Micheal Speca, vanta più di 20 anni di ricerche, i cui dati di efficacia hanno reso lo stesso programma di mindfulness, applicato a patologie fisiche, quello con più evidenze scientifiche in assoluto (Cheli & Didonna, 2017).

Il dott. Cheli, che da anni svolge la sua attività clinica all’interno del contesto oncologico, ha chiarito il perchè la Mindfulness risulti uno degli interventi più idonei per chi viene travolto dagli effetti fisici e psicologici che una diagnosi di cancro può produrre. Generalmente definita come il “prestare attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, rivolto al momento presente e in modo non giudicante” (Kabat-Zinn 1990) , la Mindfulness si basa su due concetti fondamentali: la mente pensa e si distrae; l’uomo può essere solo consapevole di quando questo accade e ritornare, riportando in modo gentile e non giudicante, la propria attenzione al momento presente. I programmi basati sulla mindfulness sono assimilabili ad un training attentivo, dove l’accettazione per l’esperienza del qui e ora (nelle sue dimensioni del pensare, sentire e percepire a livello sensoriale) incontrano un atteggiamento di apertura e di non giudizio, la cui assenza, il più delle volte, è alla base di una sofferenza aggiuntiva che l’uomo crea di fronte a quelle situazioni che non possono essere modificate, proprio come quelle legate alla diagnosi “Lei, signore/a ha il cancro”. La vita cambia, la mente vaga e torna al momento, al giorno, alle settimane prima che quella frase venisse pronunciata, per poi proiettarsi nel futuro portando con sé paure, ansie, timori.  Come spiegava il dott. Cheli “se sono seduto in una stanza quadrata, le sue pareti diventano inevitabilmente il mio confine, quel dato di realtà che non posso cambiare, modificare. Non posso abbattere un muro portante solo perché vorrei che la stanza del mio studio fosse più grande; quello che posso fare si limita alle possibilità che sono iscritte all’interno di quella stanza (cambiare i mobili, spostare le sedie ecc.)”. Il cancro sembra assumere le caratteristiche di quelle mura per una persona: negarlo, rimuginarci su, ruminare su quello che si poteva fare per diagnosticarlo prima, distrarsi evitandolo non modificherà di certo il fatto che è presente, anzi sarà causa di quella sofferenza che, nell’ambito della Mindfulness, viene definita sofferenza secondaria.

E allora l’unica cosa che sembra utile in termini di stress è imparare a stare con ciò, che in questo momento, sembrano essere i nostri vincoli immodificabili e gestire consapevolmente i sintomi correlati al cancro (perdita dei capelli, cambiamenti nell’immagine di sé e nell’identità, sonno e stanchezza, dolore e nausea) e gli effetti collaterali dei suoi trattamenti.

Il programma MBCR affianca dunque una parte psicoeducativa propria della condizione oncologica con una parte esperenziale (meditazioni formali e informali), in un contesto di gruppo (possibilmente rispettando l’omogeneità delle caratteristiche dei partecipanti: esempio stessa fase del trattamento ecc…) che ne rappresenta la forza e la risorsa.

Concludo questo reportage con le parole e l’incoraggiamento degli autori Carlson e Speca, che ringraziamo come Tages Onlus per la gentilezza, l’umanità e l’estrema professionalità che li contraddistingue.

Guarda il video degli autori:

 

 

Dott.ssa Sefora Di Natale

Psicologa

Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana N° 7004

 

 

Bibliografia

Carlson L.E., Speca M., Patel K.D., & Goodey E. (2003). Mindfulness-based stress reduction in relation to quality of life, mood, symptoms of stress, and immune parameter in breast and prostate cancer outpatients. Psychosomatic Medicine 65, 4, 571-81.

Carlson e L.E. & Speca M. (2017). Affrontare il cancro con la mindfulness. Un programma per far fronte alle terapie e ritrovare il senso della propria vita. Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Cheli, S. & Didonna, F. (2017). Introduzione all’edizione italiana. In L.E. Carlson & M. Speca M., Affrontare il cancro con la mindfulness. Un programma per far fronte alle terapie e ritrovare il senso della propria vita, pp. xi-xiii. Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Kabat-Zinn, J. (1990) Full catastrophe living: Using the wisdom of your body and mind to face stress, pain and illness. Dell, New York. Trad. it (2002).Vivere momeno per momento. Corbaccio, Milano.

I Nostri Reportage: Incontro con Francesco Mancini

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Da giovane studente ignaro ho sempre cercato di rifuggire testi e lezioni sul Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC). Al di là dell’interesse diagnostico per ossessioni e compulsioni, mi è sempre parso un ambito in cui teorici e clinici prediligessero ridondanti meccanicismi. Quando gli psicoterapeuti parlano di disturbi ossessivi la stereotipizzazione ricorrente è quella che tratteggia una semplicistica ed inspiegabile fenomenologia. A partire dalle prime formulazioni quel che ritroviamo è da un lato la sconcertante bizzarria dei sintomi (Westphal, 1878) e dall’altro la gravosa difficoltà nel delineare un trattamento efficace (Freud, 1909).

Nell’ascoltare il dott. Francesco Mancini passare in rassegna gli ultimi 30 anni di studi l’impressione è sorprendentemente diversa. Durante la presentazione de “La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo” (Mancini, 2016a) svoltasi presso Tages Onlus il 12 aprile 2017, il fil rouge emerso è infatti la sofferente umanità delle persone affette da DOC e la rigorosa eleganza con cui il gruppo formatosi attorno a Mancini ha sviluppato il proprio modello.

Il libro succitato rappresenta a detta di molti una sorta di pietra miliare negli studi del DOC (Lorenzini, 2016), che da un lato integra e sovrordina quanto presente in letteratura, dall’altro formula un’originale ed efficace prospettiva terapeutica, frutto di numerosi studi validazionali e tentativi di falsificazione. Nel ripercorrere la produzione scientifica dell’équipe della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC)/Associazione di Psicologia Clinica (APC), il libro mostra un incedere logico degno della tradizione falsificazionista (Popper, 1972): non solo si mettono a verifica le ipotesi teoriche e cliniche, ma anche le possibili alternative e critiche al modello. A partire dalla tesi centrale per la quale “alla base delle ossessioni e delle compulsioni vi sarebbe un esasperato timore di colpa” (Mancini, 2016b, p. xv).

Al di là dello specifico interesse legato al DOC, l’opera di Mancini delinea una serie di domande guida che hanno contribuito e tutt’oggi contribuiscono allo sviluppo del cognitivismo clinico. E’ impossile infatti non vedere una riflessione comune e comprensiva che si origina nelle sue prime pubblicazioni relative a quali meccanismi possano mantenere disturbi altamente invalidanti (Mancini, Sassaroli & Semerari, 1984) ed arriva sino alla sfida di inquadrare la “mente ossessiva”.

Considerare un disturbo in termini di processi di mantenimento piuttosto che di resistenze psicologiche o coerenza teorica presuppone due principi tanto cari al cognitivismo clinico italiano. In primis la prospettiva evoluzionistica della teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1951) che vuole rimarcare una traiettoria ontogenetica nello sviluppo delle patologie e dei loro meccanismi psicopatogeni. Secondariamente la lettura costruttivista delle scelte personali  (Kelly, 1968) e dei sistemi biologici di mantenimento  (Maturana & Varela, 1980) che Beck stesso ha nei suoi termini incluso nel background della CBT (Beck & Weishaar, 2000).

Attraverso queste lenti possiamo forse meglio comprendere il modello di funzionamento del DOC sviluppato da Mancini e la vision educativa con la quale si pone di fronte ai suoi uditori. Per non dilungarmi oltre mi limiterò a due costrutti a mio avviso centrali nel libro scritto dal team SPC/APC.
Da un lato il concetto di scopo rappresenta un rimarcare l’umanità del paziente  (non solo DOC) nello sviluppare e mantenere il suo disturbo come un tentativo di dare senso a sé e al suo mondo  (Mancini, 2016c). Anche il più bizzarro dei fenomeni psicologici ha, all’interno del sistema personale di chi lo sperimenta, una sua finalità.
Dall’altro le distinzioni tra razionalità formale e pratica (Gangemi, Mancini, & Johnson-Laird, 2013) e tra colpa deontologica e altruistica (Mancini & Mancini, 2015) meriterebbero di esser più spesso applicate a noi terapeuti che non ai pazienti. La difesa ortodossa dei nostri amati assunti teorici risulta infatti assai perniciosa per la professione e per gli utenti.

Il rigore nel comprendere l’esperienza soggettiva del paziente e nel mettere costantemente a verifica i nostri presupposti teorici, mi concederà Mancini, è un caso auspicabile di indistinguibile sovrapposizione tra deontologia ed altruismo.

 

 

Simone Cheli

Presidente Tages Onlus

 

Bibliografia

Beck, A.T., & Weishaar, M. (2000). Cognitive therapy. In R.J. Corsini & D. Wedding (Eds), Current psychotherapies, sixth edition, pp. 241-272. Itasca, IL: Peacock Publishers.
Bowlby, J. (1951). Maternal care and mental health. A report prepared on behalf of the World Health Organization as a contribution to the United Nations programme for the welfare of homeless children. Geneva: World Health Organization.
Freud, S. (1909). Bemerkungen über einen Fall von Zwangsneurose. Gesammelte Werke, Vol. 7, pp. 381-463.
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I Nostri Reportage: 25th European Congress of Psychiatry

Citazione Consigliata: Tages Onlus (2017). I Nostri Reportage: 25th European Congress of Psychiatry [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/04/06/i-nostri-reportage-25th-european-congress-of-psychiatry/

 

Tra il 1°e il 4° aprile 2017 Firenze ha ospitato il XXV Congresso Europeo di Psichiatria. Il congresso è stato organizzato dalla European Psychiatric Association (EPA), ovvero la maggiore società scientifica europea di psichiatria che coinvolge numerosi membri individuali e oltre 40 associazioni scientifiche nazionali. Alla 25esima edizione erano iscritti quasi 1000 partecipanti con un programma estremamente variegato e ricco, al punto da annoverare ogni giorno circa 100 relatori tra simposi ed e-posters walk. Nel passare brevemente in rassegna quanto avvenuto, ci limiteremo pertanto a solo poche impressioni e ad alcune tra le relazioni più seguite e dibattute.

Durante il primo giorno di relazioni (successivo ad una giornata di pre-congress workshops) le sessioni con il maggior numero di relatori e partecipanti sono state sicuramente quelle relative ai disturbi bipolari (Bipolar Disorders – BD) e a quelli dello spettro schizofrenico. In particolare si sono passati in rassegna i più recenti studi legati all’insorgenza dei BD e al loro sviluppo evolutivo. Particolarmente seguite le relazioni di Ralph Kupka e Philippe Conus che hanno evidenziato come esordi precoci condizionino negativamente lo sviluppo della patologia. L’équipe di Conus ha inoltre riportato i risultati di uno studio volto a definire un cut-off significativo di età che possa aiutare a distinguere come la componente ereditaria predica l’insorgere del disturbo (figli di genitori con esordio antecedente i 21 anni sarebbero ad alto rischio). Al contempo BD ad insorgenza tardiva parrebbero correlarsi all’esposizione ad eventi traumatici mostrando quindi in tal caso una componente ambientale psicopatogena.

Di grande interesse anche il simposio su i sintomi negativi dello spettro schizofrenico che ha visto il coinvolgimento di due diversi Special Interest Group (SIG) dell’EPA: il SIG sulla schizofrenia e quello sugli studi di neuroimaging. L’obiettivo del simposio è stato infatti quello di mostrare le convergenze tra la concettualizzazione psichiatrica di tali sintomi discendente dalla tradizione fenomenologica e i più recenti studi di neuroimaging. Andrea Raballo ha sottolineato come vi sia una tendenza a sovrastimare i sintomi negativi nell’inquadramento del paziente e della sua patologia conducendo da un lato ad un rischio di diagnosi errata, dall’altro alla tendenza a non valutare il vissuto soggettivo della persone con effetti assai negativi nell’impostazione del piano terapeutico e riabilitativo. Il vissuto soggettivo è infatti fondamentale per comprendere la componente iper-riflessiva del paziente schizofrenico, ovvero la sua tendenza a focalizzare esclusivamente l’attenzione sulla dimensione intrapersonale escludendo quella oggettuale o ambientale. Come ha evidenziato infatti Armida Mucci la concettualizzazione dei sintomi negativi ha visto una significativa evoluzione sia in termini psicopatologici che psicometrici evindenziando due componenti: la cosiddetta avolition e la povertà nell’espressione emotiva. Gli studi fenomenologici e neurobiologici sembrano quindi evidenziare un assunto comune nelle neuroscienze cognitive: come ha più volte rimarcato Daniel Siegel il cervello umano è una macchina anticipatoria. Anche nella compresione della cognizione sociale del paziente schizofrenico la dimensione volitiva ed anticipatoria sono cruciali nell’inquadramento del vissuto soggettivo e delle problematiche psicopatologiche, nonchè nell’impostazione di trattamenti personalizzati.

Tra le molte tematiche presenti nella 3 giorni congressuali, alcune di lunga tradizione (come il dibattito sull’utilità del costrutto di schizofrenia), altre di urgente attualità (come lo sviluppo di servizi in grado di accogliere stranieri e migranti), una ha indubbiamente mostrato notevole vitalità. Ogni qualvolta ci siamo recati alle sessioni dedicate alla neurobiologia e all’epigenetica, molti erano gli uditori in piedi o seduti a terra. Gli studi delle équipe di Thomas Frodl e Rupert Lanzenberger hanno ad esempio evidenziato come la componente epigenetica dei disturbi psichiatrici sia uno dei campi di maggior interesse e di maggior sviluppo. In particolare le meta-analisisi sul ruolo svolto da i recettori 5-HT1a nella depressione e nell’ansia mostrano evidenze assai rilevanti ed incontrovertibili.

E questo ambito risulta tanto più rilevante, quanto al centro di un dibattito non semplicemente scientifico, ma più genericamente culturale e politico sul ruolo della moderna psichiatria. La lettura magistrale di apertura della prima giornata e molte delle discussioni udite, in particolare durante i simposi su temi quali l’epigenetica, hanno evidenziato come la domanda letta in veri editoriali scientifici sia ancora aperta: la psichiatria è in crisi?

Nel formulare la sua personale risposta Mario Maj ha da un lato rimarcato un sentore comune nella psichiatria (e nella psicologia) di contrapposizione e rincorsa alla neurobiologia e dall’altro ha evidenziato la necessità di sviluppare nuovi e complessi sistemi di inquadramento diagnostico. A prescindere dalle specifiche posizioni di singoli autori o gruppi ricerca il perdurare di una percezione di scollamento tra sapere fenomenologico e sapere biologico può solo nuocere al destino della salute mentale.

Da un punto di vista culturale è forse necessaria un’ulteriore assimilazione di concetti propri della neurobiologia e dell’evoluzionismo che delineano una multifattorialità che certo non sminuisce la componente descrittiva e relazionale della psichiatria. Da un punto di vista politico è auspicabile favorire non solo in termini formativi, ma sopratutto in termini decisionali la diffusione di una modalità multidisciplinare e condivisa nel definire ed attuare i piani terapeutici. Solo separando la dimensione culturale da quella politica possiamo operare pragmaticamente nei confronti di due altre dimensioni: quella economica e quella scientifica. L’efficentissimo principio anglosassone “whatever works” riteniamo debba essere applicato nel perseguire un modello di psichiatria sostenibile ed efficace agli occhi di tutti gli stakeholder.

Concludiamo riportando come anche Tages Onlus abbia partecipato con due contributi: (i) uno studio di fattibilità su un intervento integrato e modulare per pazienti con dipendeza da cocaina; (ii) uno studio teorico sull’utilizzo della teoria dei sistemi complessi nello sviluppo della moderna psicoterapia cognitivo-comportamentale.

 

Lo Staff di Tages Onlus

I Nostri Reportage: Incontro con Antonino Carcione

Citazione Consigliata: Cheli, S. (2017). I Nostri Reportage: Incontro con Antonino Carcione [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/31/i-nostri-reportage-incontro-con-antonino-carcione/

 

Il 25 marzo si è svolto presso Tages Onlus il primo evento del ciclo Incontro con l’Autore a cui ha partecipato il dott. Antonino Carcione, direttore scientifico del Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma. Il dott. Carcione ha presentato l’ultimo libro realizzato dall’équipe del Centro, ovvero “Curare i Casi Complessi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità” (a cura di Carcione, Nicolò e Semerari, 2016). Il testo rappresenta a nostro avvviso uno dei più interessanti e riusciti modelli di integrazione dei recenti sviluppi delle terapie cognitivo-comportamentali e l’unico di rilievo internazionale realizzato in Italia.

Curare i Casi Complessi” cerca di rispondere ad una domanda che assilla il cognitivismo clinico da oltre 20 anni: come possiamo superare la crisi della moderna nosografia psichiatrica e delle terapie cognitive standard? Per quanto gli autori si siano formati nell’ambito della CBT e ritengano che essa rappresenti la migliore opzione terapeutica a nostra disposizione (Semerari, 2000), non si sono sottratti dal rispondere ad una simile domanda. Il Terzo Centro, fondato nel 1996 da Antonio Semerari ed alcuni suoi brillanti allievi tra cui i curatori del libro, si inserisce nella prolifica tradizione  italiana del cognitivismo clinico che ha visto prima Vittorio Guidano (Guidano & Liotti, 1983) divenire un interlocutore di noti colleghi americani come Mahoney e Beck (Mahoney, 1995), per poi lasciare idealmente il testimone agli attuali influencer della psicoterapia cognitiva nostrana. E’ negli anni ’80 infatti che Francesco Mancini, Sandra Sassaroli e Antonio Semerari sviluppano le riflessioni dei loro maestri su quali siano i processi di mantenimento delle problematiche psicologiche piuttosto che disperdere energie alla ricerca di categorie diagnostiche e terapeutiche immutabili (Mancini, Sassaroli & Semerari, 1984). Da quel momento Semerari porta avanti un percorso di speciazione che lo vedrà prima confrontarsi assieme a Mancini sul costruttivismo kelliano (Kelly, 1955) e su un modello falsificazionista della conoscenza umana (Mancini, Semerari, 1985), successivamente con la dimensione interpersonale (Semerari, 1990) di quei meccanismi di mantenimento che autori come Sullivan (Sullivan, 1953) e Safran (Safran & Segal, 1990) hanno posto al centro dello sviluppo delle nostre vite.

Giungiamo così alla nascita dell’équipe del Terzo Centro e alla lecture che il dott. Carcione ha tenuto presso Tages Onlus, tracciando un percorso teorico, clinico e storico che giunge sino alle pagine di “Curare i Casi Complessi“. Dalle sue parole emerge infatti una componente tanto fondamentale quanto spesso misconosciuta da presunti esperti di relazioni quali sono gli psicoterapeuti, ovvero la dimensione gruppale e condivisa nella co-costruzione di un modello di intervento. A detta di Semerari stesso la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) nasce dalle critiche che i suoi studenti, divenuti poi colleghi, facevano al modello cognitivo standard presentato loro. Così confrontandosi sulle possibili risposte alle domande guida della psicoterapia moderna nasce la TMI come un tentativo di integrare gli sviluppi delle neuroscienze cognitive e del cognitivismo clinico. Dopo il primo tentativo di sviluppare una metodica di assessment (Semerari et al., 2002) in grado di integrare il modello idiografico costruttivista (Feixas & Cornejo-Alvarez, 1996) e quello degli stati della mente (Horowitz, 1987), l’équipe del Terzo Centro ha cercato di dare una risposta coerente ed articolata alla domanda su quali siano i processi di mantenimento di un disturbo, con l’uscita del libro “I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali“, in cui assistiamo ad una formulazione dei disturbi di personalità come “sistemi auto-organizzanti ed evolutivi” (Dimaggio & Semerari, 2003, p. 24), ovvero caratterizzati da un set di stati mentali tipico e tendenzialmente rigido. In questo volume sono già presenti i costrutti fondanti della TMI (stati mentali, metarappresentazioni, cicli interpersonali) anche se il framework teorico resta il modello nosografico standard dei cluster di personalità.

Curare i Casi Complessi” porta invece alle estreme conseguenze il ragionamento forse iniziato da Semerari negli anni ’80, ovvero la necessità teorica, clinica ed etica di comprendere la persona innanzi a me nel divenire dei suoi processi all’interno ed al di fuori della relazione terapeutica. Il dott. Carcione durante l’incontro ha infatti delineato come la TMI abbia integrato molte delle più recenti e rilevanti riflessioni delle neuroscienze cognitive (Fleming & Frith, 2014) e del cognitivismo clinico (Harvey et al., 2004) formulando un modello tripartitico di metacognizione (autoriflessività, comprensione della mente altrui, mastery) che travalica gli storici dualismi mente/corpo, sè/altro, cognizione/emozione. Se indubbiamente gli autori non sono stati i primi, nè gli unici, ad intraprendere una simile impresa, riteniamo che il loro prescindere da personalismi autoriali e correnti teoriche gli abbia permesso di offrire quello che a nostro avviso è il più completo modello di comprensione e trattamento dei disturbi di personalità esistente nonché un tassello fondamentale per l’implementazione di una teoria de-patologizzata della personalità umana.

Nel tentare una formulazione conclusiva, potremmo dire che se la psicologia di Kelly è affine all’epistemologia di Popper e quella di Guidano a quella di Lakatos, la TMI del Terzo Centro non è certo in contrasto con l’epistemologia sociale di Fuller e con il suo assunto che la conoscenza è sempre un prodotto collettivo (Fuller, 2002).

 

Simone Cheli

Presidente Tages Onlus

 

Bibliografia

Carcione, A., Nicolò, G. & Semerari, A. (Eds). (2016). Curare i Casi Complessi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità. Bari: Laterza.

Dimaggio, G. & Semerari, A. (Eds). (2003). I Disturbi di Personalità. Modelli e Trattamento. Stati Mentali, Metarappresentazione, Cicli Interpersonali. Bari: Laterza.

Feixas, G. & Cornejo-Alvarez, J.M. (1996). Manual de Técnica de Rejilla Mediante el Programa RECORD v. 2.0. Barcelona: Ediciones Paidos.

Fleming, S.M. & Frith, C.D. (Eds). (2004). The Cognitive Neuroscience of Metacognition. New York: Springer.

Fuller, S. (2002). Social Epistemology. Second Edition. Bloomington: Indiana University Press.

Guidano. V. & Liotti, G. (1983). Cognitive Processes and Emotional Disorders. New York: The Guildford Press.

Harvey, A., Watkins, E., Mansell, W., & Shafran, R. (2004). Cognitive Behavioral Processes across Psychological Disorders. A Transdiagnostic Approach to Research and Treatment. Oxford: Oxford University Press.

Horowitz, M.J. (1987). States of Mind. Configurational Analysis of Individual Psychology. New York: Plenum Press.

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Mancini, F., Sassaroli, S. & Semerari, A. (1984). Teorie psicologiche implicite e soluzioni di problemi nevrotici: un approccio darwinista. In G. Chiari & M.L. Nuzzzo (Eds) Crescita e Cambiamento della Conoscenza Individuale. Psicologia dello Sviluppo e Psicoterapia Cognitivista. Milano: Franco Angeli.

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Safran, J.D. & Segal, Z.V. (1990). Interpersonal Process in Cognitive Therapy. New York: Basic Books.

Semerari, A. (1990). Hacia una teoría cognitiva de la relación terapéutica. Revista de Psícoterapia, 5:5-25.

Semerari, A. (2000). Storia, Teorie e Tecniche della Psicoterapia Cognitiva. Bari: Laterza.

Semerari, A., Carcione, A., Dimaggio, G., Falcone, M., Nicolò, G., Procacci, M., Alleva, G., & Mergenthaler, E. (2003). Assessing problematic States in patients’ narratives: the grid of problematic States. Psychotherapy Research, 1(13;3):337-53.

Sullivan, H. S. (1953). The Interpersonal Theory of Psychiatry. New York: The Norton Library.

 

 

I Nostri Reportage: Congresso Mindfulness, Acceptance, Compassion

Citazione Consigliata: Di Natale, S., & Pansolli, G. (2017). I Nostri Reportage: Congresso Mindfulness, Acceptance, Compassion [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/28/i-nostri-reportage-congresso-mindfulness-acceptance-compassion/

 

Dal 22 marzo al 24 marzo si è tenuto a Milano, il primo congresso italiano sulle psicoterapie cognitivo-comportamentali di terza generazione: Mindfulness, Acceptance e Compassion: Nuove Dimensioni di Relazione. L’evento, ospitato e patrocinato dall’università IULM e dalla Società italiana di terapia comportamentale e cognitiva, è stato promosso da ACT-Italia e da Iescum – Istituto Europeo Studio del Comportamento Umano, coinvolgendo i più importanti psicoterapeuti italiani e internazionali impegnati nello studio e nella ricerca delle terapie di terza generazione.

Un evento stimolante di confronto e di approfondimento, teorico ed esperenziale, in cui sono stati esposti gli attuali modelli di intervento di terza generazione, lasciando spazio ad un acceso dibattito scientifico, non solo orientato alla dimostrazione dell’efficacia di tali modelli, ma diretto anche ad approfondire una tematica che ha stimolato e rivoluzionato il modo di fare terapia negli ultimi dieci anni. Una riflessione, dunque, sia sul funzionamento umano psicologico, psicopatologico e fisiologico, sia sulla relazione terapeutica e sugli elementi responsabili del cambiamento in terapia.

Durante le tre giornate del congresso, dunque, si sono susseguiti Workshop di approfondimento sulle applicazioni e sull’efficacia dei modelli di terapia di terza generazione, tenuti dai massimi esperti in Italia e a livello Internazionale.

La prima giornata è stata caratterizzata dalla presentazione dei vari modelli di terapia di terza generazione: dal modello ACT, tenuto dal Professore Presti, al modello della Compassion Focused Therapy tenuto dal dott. Nicola Petrocchi; durante il pomeriggio sono state invece approfondite le applicazioni di tali modelli di intervento: dalle problematiche di coppia, a quelle del dolore cronico, della genitorialità, dell’adolescenza e delle patologie legate alle dipendenze, nonché quelle legate all’autismo. La giornata si conclude con una plenaria che ci invita a riflettere sul ruolo della flessibità in ambito terapeutico, utile non solo ai pazienti ma anche ai terapeuti. Nella seconda giornata, invece, si sono susseguiti vari simposi orientati alla discussione scientifica: sia sull’efficacia dei modelli sia sull’evoluzione di quest’ultimi nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale, concludendo con una riflessione plenaria di Dennis Tirch in merito alla compassione, gli stili di attaccamento e la flessibilità terapeutica. Il terzo giorno del congresso, a nostro avviso, ha permesso l’approfondimento degli approcci di terza generazione orientando tutti ad una riflessione sulla relazione terapeutica.

Il taglio dato al congresso (simposi, tavole rotonde, workshop) ha favorito la conoscenza dei vari modelli terapeutici di terza generazione presenti, ad oggi, nel panorama nazionale e internazionale, stimolando la discussione sulle varie applicazioni e sui relativi studi di efficacia e favorendo una riflessione più profonda sull’evoluzione del modo di fare terapia. Il congresso ha consentito di riflettere su come le terapie di terza generazione, e in modo particolare il modello ACT, come ha definito Hayes, stanno spostando il dibattito scientifico su una tematica molto rilevante in ambito terapeutico: non più solo l’analisi del sintomo e la categorizzazione del paziente in una diagnosi, ma l’assunzione di una prospettiva orientata al processo sottostante alla problematica terapeutica e al superamento di essa.

Anche Tages Onlus ha dato il suo contributo al congresso, con la presentazione di un poster dal titolo: “Mindfulness, Acceptance e Metacognition in Oncologia. Una review sistematica degli studi esistenti”. Lo studio rappresenta una fotografia sullo stato attuale dei lavori e delle ricerche presenti, dal 2000 al 2016, degli interventi di terza generazione in ambito Oncologico. E’ ormai condiviso in ambito medico e psicologico (e non solo) come il cancro rappresenta, ad oggi, una delle maggiori sfide dei nostri sistemi sanitari. I risultati della Review hanno evidenziato la presenza e predominanza di studi e delle relative applicazioni di protocolli basati sulla mindfulness, primo tra tutti, con maggiore evidenze scientifiche, il protocollo di Linda Carlson – MBCR (Mindfulness Based Cancer Recovery). Non sono emersi studi su interventi basati sulla Compassion Focus Therapy, la quale viene semplicemente nominata in alcuni studi. Per quanto riguarda, invece, la terapia Metacognitiva, il modello si presta a spiegare molto bene quali sono i meccanismi di funzionamento presenti nel vissuto oncologico, ma scarseggiano gli interventi applicativi basati sullo stesso modello. Infine, per quanto riguarda l’ACT, la review ha evidenziato  una netta crescita di studi in ambito oncologico, ma le evidenze scientifiche degli interventi basati su tale modello sono ancora minime. Per concludere, sottolineiamo come una delle maggiori aree di interesse della psiconcologia (fear of recurrence) mostra un interessantissimo incremento degli studi volti a integrare diversi approcci della Terza Onda.

 

Dott.ssa Gloria Pansolli

Ordine degli Psicologi della Toscana N°6791

Dott.ssa Sefora Di Natale

Ordine degli Psicologi della Toscana N°7004

I NOSTRI REPORTAGE: LA SETTIMANA DEL CERVELLO PARTE II

Citazione Consigliata: Mascioni, R. (2017). I Nostri Reportage: La Settimana del Cervello Parte II [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/24/i-nostri-reportage-la-settimana-del-cervello-parte-ii/

 

In occasione della Settimana del Cervello, evento mondiale di informazione ed educazione sanitaria, Tages Onlus ha organizzato, in collaborazione con l’Istituto Comprensivo di San Casciano Val di Pesa, un incontro informativo rivolto a insegnanti e genitori.

Abbiamo parlato di DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento) riportando un’esperienza di un Istituto Comprensivo dell’Umbria. Si riportano i risultati e le considerazioni di un’esperienza triennale nelle prime classi della Scuola Primaria di un territorio dell’Umbria (circa 1000 alunni).

L’Istituto Comprensivo Gualdo Tadino, in anticipo di ben 4 anni sulle direttive della recente Legge 170/2010 sui DSA, ha delineato un chiaro percorso di gestione degli alunni con DSA fin dal 2006: da interventi di identificazione precoce al supporto didattico con attività mirate, dalla comunicazione alla famiglia alla diagnosi.

Punto di forza dell’intervento è quello di intraprendere un percorso, a partire dall’ultimo anno della Scuola dell’Infanzia, che possa portare, alla fine della classe seconda della Scuola Primaria, ad individuare in modo tempestivo i bambini con DSA e supportarli nel percorso scolastico futuro.

Nella definizione del titolo “PREVENIR@ABILITARE” dato al progetto sono contenuti i gli obiettivi fondamentali:

  • PREVENZIONE Esistono dei ‘campanelli d’allarme’ nella Scuola dell’Infanzia che predicono la possibilità di trovarsi di fronte ad un probabile e futuro alunno con DSA: un pregresso o concomitante Disturbo Specifico di Linguaggio e abilità metafonologiche e visuo-attenzionali non adeguate. In una qualunque classe 1^ della Scuola Primaria i bambini che si avvicinano alla letto-scrittura sono fra loro molto eterogenei e l’apprendimento successivo è influenzato:
    • dalle abilità di base (cognitive, linguistiche, di memoria a breve termine…),
    • dalla metodologia utilizzata dall’insegnante (per alcuni più consona, per altri meno)
    • da una precoce individuazione dei ‘punti deboli’ su cui è necessario soffermarsi, a seconda del bambino.

I bambini, inoltre, possono presentare difficoltà diverse: alcuni hanno tempi più lunghi di acquisizione, mentre altri hanno difficoltà di memorizzazione e automatizzazione del processo di letto-scrittura, difficoltà che rischiano la cronicizzazione nel secondo ciclo di scuola primaria.

Considerato che non è opportuno etichettare il bambino con una diagnosi definitiva a fine classe prima della scuola primaria – diagnosi possibile solo a fine seconda ed inizio terza – si suggerisce un intervento precoce e congiunto fra insegnanti, genitori ed esperti per due motivi fondamentali:

  1. Nel caso che si tratti di un ritardo di sviluppo il bambino deve essere messo nella condizione di recuperare il distacco dai compagni.
  2. Nel caso di probabile DSA è necessario evitare il più possibile l’ampliamento di distanza di prestazione rispetto ai compagni.
  1. ABILITAZIONE: Il soggetto con DSA deve acquisire una funzione che ancora non possiede avvalendosi di un sistema neurobiologico che presenta delle caratteristiche che ne ostacolano l’apprendimento. Non si può parlare, quindi, di rieducazione o di riabilitazione dato che non c’è niente da riparare: è preferibile parlare di abilitazione. I laboratori rivolti ai bambini della classe 2^ della Scuola Primaria sono finalizzati al potenziamento della funzione o di quelle sue componenti che risultano deficitarie attraverso cicli di esercitazioni mirati e specifici. Lo spazio dedicato agli alunni DSA delle classi 1^ e 2^ della Scuola Secondaria di Primo Grado ha l’obiettivo fondamentale di offrire un supporto nello studio e nello svolgimento dei compiti, secondo metodologie ed obiettivi concordati con gli insegnanti.
  2. @: L’at (‘chiocciola’) rimanda all’idea del computer ed, in particolare, al duplice ruolo degli strumenti informatici nell’intervento con i bambini con DSA; possono avere infatti funzionalità:
    • esecutiva (permettono di eseguire i compiti assegnati),
    • abilitativa (permettono di esercitare le funzioni deficitarie).

Il progetto si articola durante l’intero anno scolastico e si divide in quattro interventi differenziati ma continui a partire dall’ultimo anno della Scuola dell’Infanzia, durante i primi due anni della Scuola Primaria fino alle classi dei primi due anni della Scuola Secondaria di Primo Grado.

I risultati sono molteplici e complementari. Si possono riassumere in tre principali aree, raggruppandoli rispetto ai “beneficiari”:

  1. Insegnanti. Si stimola un miglioramento professionale per quanto riguarda:
    • la conoscenza di strategie didattiche mirate per sostenere gli alunni in difficoltà;
    • la crescita di una mentalità “valutativa” e, al tempo stesso, rispettosa del momento evolutivo di ogni singolo bambino;
    • la crescita di una mentalità di “verifica periodica” di ciò che si è voluto insegnare e di ciò che è stato veramente appreso.
  2. Bambini:
    • ricevono interventi mirati a livello di sviluppo di ogni singolo;
    • sono aiutati precocemente;
    • imparano con attività divertenti;
    • ricevono un monitoraggio costante della loro evoluzione individuale;
    • sono inviati ad un approfondimento diagnostico in tempo utile riducendo, così, gli invii impropri.
  3. Genitori. Ricevono
    • informazioni chiare sul tema dei DSA e sulla necessità di intervenire tempestivamente;
    • una comunicazione continua attraverso la condivisione di informazioni tra insegnanti, esperti e genitori;
    • un supporto continuo nel percorso da intraprendere nei casi significativamente a rischio.

La spinta che anima il lavoro di esperti, insegnante e genitori è la convinzione che è possibile migliorare la qualità dei servizi alla persona attraverso una progettazione condivisa, valorizzando tutte le risorse del territorio.

 

Per chi fosse interessato è possibile consultare gli Atti dei Seminari organizzati da Tages Onlus per la Settimana del Cervello al seguente link:

ATTI DEI SEMINARI

 

Dott.ssa Roberta Mascioni

Psicologa, Specialista in Psicologia Evolutiva

Iscritta all’Ordine degli Psicologi dell’Umbria, N° 483

 

I NOSTRI REPORTAGE: LA SETTIMANA DEL CERVELLO PARTE I

Citazione Consigliata: Lorenzini, A. (2017). I Nostri Reportage: La Settimana del Cervello Parte I [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/24/i-nostri-reportage-la-settimana-del-cervello-1/

 

La “Settimana del Cervello” è un’iniziativa coordinata dalla European Dana Alliance for the Brain in Europa e dalla Dana Alliance for Brain Initiatives negli Stai Uniti allo scopo di sollecitare la curiosità della popolazione nei confronti della ricerca sul cervello.

Per l’edizione del 2017, organizzata dal 13 al 17 marzo, la tematica selezionata è stata: “Curare il cervello migliora la vita”. Sono stati proposti circa 300 eventi a livello nazionale, 150 le città italiane coinvolte e più di 200 i professionisti che hanno partecipato organizzando screening, seminari, convegni, mostre gratuite rivolte alla popolazione.

Grazie all’intenso lavoro organizzativo della Dott.ssa Donatella Ruggeri e della Dott.ssa Elisa Grippa, da quest’anno anche in Toscana molti sono stati gli eventi proposti.

A Firenze, l’Associazione Tages Onlus ha partecipato organizzando una serata informativa per conoscere l’ictus cerebrale e la demenza senile: “Ictus e Demenza: cosa sono e quali interventi riabilitativi esistono”. Il seminario si è tenuto lunedì 13 marzo presso la sede dell’associazione in via della Torretta 14 a Firenze.

Per l’occasione sono intervenuti vari professionisti che hanno approfondito la clinica delle patologie neurologiche ed i possibili interventi riabilitativi per i pazienti, oltre ad il sostengo psicologico per i familiari.

La Dott.ssa Amalia Ferrara, infermiera Case Manager della Stroke Unit – AOU dell’Ospedale Careggi di Firenze ha affrontato la diagnosi e terapia dell’ictus; dando particolare rilievo alla campagna di prevenzione dell’ictus promossa dalla regione Toscana e alle tre R: Riconoscere i sintomi, Reagire rapidamente e Ridurre il rischio.

A seguire il Geriatra, Dr. Enrico Mossello, dell’Unità di Ricerca in Medicina dell’Invecchiamento – AOU dell’Ospedale Careggi di Firenze ha coinvolto la platea parlando di demenze, dell’incidenza sempre maggiore nella nostra popolazione della malattia di Alzheimer e dei sintomi che accompagnano l’insorgenza e il decorso della patologia. Conclude l’intervento accennando ad alcuni degli interventi di stimolazione cognitiva rivolti ai pazienti con malattie neurodegenerative.

Riprende ed amplia l’argomento della riabilitazione/stimolazione neuropsicologica di ictus e demenza la Dott.ssa Alessandra Lorenzini, Psicologa Psicoterapeuta e Neuropsicologa dell’Associazione Tages Onlus. La serata si conclude con l’intervento del Dott. Simone Cheli Psicologo Psicoterapeuta, Scuola di Scienze della Salute Umana dell’Università degli Studi di Firenze. Il dott. Cheli affronta la difficile tematica del carico gestionale e psicologico del caregiver del paziente affetto da malattia neurologica.

La serata ha riscosso un grande successo e la platea ha partecipato con interesse, ponendo varie domande sugli argomenti trattati durante l’incontro. Ci auguriamo che questo sia un buon inizio per dare il via ad un servizio specifico rivolto ai pazienti e ai familiari di pazienti affetti da malattie neurologiche all’interno del nostro centro.

 

Per chi fosse interessato è possibile consultare gli Atti dei Seminari organizzati da Tages Onlus per la Settimana del Cervello al seguente link:

ATTI DEI SEMINARI

 

Dott.ssa Alessandra Lorenzini

Psicologa, Psicoterapeuta, Neuropsicologa

Iscritta all’Ordine degli Psicologi del Veneto, N° 7269

Psicologia transgenerazionale: i legami invisibili

Citazione Consigliata: Manfredini, E. (2017). Psicologia Transgenerazionale: I Legami Invisibili [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/23/psicologia-transgenerazionale-i-legami-invisibili/

 

Può il passato dei nostri antenati influenzare realmente la vita di ognuno di noi? Come già sosteneva Sant’Agostino “i morti non sono degli assenti, sono solo degli invisibili”.

 

Spesso pensiamo ai nostri problemi e difficoltà emozionali esclusivamente in termini individuali, dimenticandoci del fatto che facciamo parte di un sistema più ampio, la famiglia, che non è solo quella dei nostri genitori ma anche quella che si estende almeno fino ai nostri bisnonni. Siamo parte di un tessuto le cui maglie sono strettamente intrecciate le une con le altre.

 

Secondo la psicologia transgenerazionale è possibile che, a livello inconscio, fatti, pensieri ed emozioni vengano trasmessi da una generazione all’altra. Ciò avviene quando un evento traumatico (individuale o familiare) non riesce ad essere elaborato e diventa qualcosa di indicibile, un segreto, dunque il contenuto emozionale dell’esperienza rimane bloccato in quello che Abraham e Torok (1993) definiscono nei concetti di “fantasma” e “cripta”. In tal modo è possibile che “le paure che assillano un individuo potrebbero essere le stesse che assillavano un genitore o un avo” (Baldascini, 2012); i nostri problemi possono perciò riflettere proprio quei conflitti, traumi e segreti non risolti all’interno del nostro sistema familiare.

 

Ma perché ci facciamo carico del destino dei nostri antenati? Boszormenyi-Nagi (1998) parla di lealtà familiari invisibili, una forza per la quale i figli sono fedeli ai genitori e al loro clan familiare, tendendo a ripeterne il destino, spesso in maniera analoga. Tali lealtà servono a mantenere il legame e un senso di identità comune fra le generazioni, per cui chi se ne discosta può avvertire la sensazione di avere tradito un modello di appartenenza oppure può sentirsi in colpa.

 

Dunque il nostro destino è così determinato? Secondo Anne Anceline Schutzenberger (2004) “siamo meno liberi di quello che crediamo, ma abbiamo la possibilità di conquistare la nostra libertà e di uscire dal destino ripetitivo della nostra storia familiare comprendendo i legami complessi che si sono tessuti nella nostra famiglia”.

 

Dott.ssa Elisa Manfredini,

PSICOLOGA

Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana n. 5614

 

Bibliografia:

Abraham N., Torok M. (1993). La scorza e il nocciolo, Borla

Baldascini L.. Convegno sulla trasmissione transgenerazionale del 25 e 26 ottobre 2012, Università degli Studi di Firenze

Boszormenyi-Nagi I., Spark Geraldine M. (1988). Lealtà invisibili: la reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, Astrolabio

Nicolò Corigliano A.M. (1996). Il transgenerazionale tra mito e segreto, in “Interazioni” fasc. 1, Franco Angeli

Schutzenberger A.A. (2004). La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico, Di Renzo