I Nostri Reportage: Incontro con Antonino Carcione

Citazione Consigliata: Cheli, S. (2017). I Nostri Reportage: Incontro con Antonino Carcione [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/31/i-nostri-reportage-incontro-con-antonino-carcione/

 

Il 25 marzo si è svolto presso Tages Onlus il primo evento del ciclo Incontro con l’Autore a cui ha partecipato il dott. Antonino Carcione, direttore scientifico del Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma. Il dott. Carcione ha presentato l’ultimo libro realizzato dall’équipe del Centro, ovvero “Curare i Casi Complessi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità” (a cura di Carcione, Nicolò e Semerari, 2016). Il testo rappresenta a nostro avvviso uno dei più interessanti e riusciti modelli di integrazione dei recenti sviluppi delle terapie cognitivo-comportamentali e l’unico di rilievo internazionale realizzato in Italia.

Curare i Casi Complessi” cerca di rispondere ad una domanda che assilla il cognitivismo clinico da oltre 20 anni: come possiamo superare la crisi della moderna nosografia psichiatrica e delle terapie cognitive standard? Per quanto gli autori si siano formati nell’ambito della CBT e ritengano che essa rappresenti la migliore opzione terapeutica a nostra disposizione (Semerari, 2000), non si sono sottratti dal rispondere ad una simile domanda. Il Terzo Centro, fondato nel 1996 da Antonio Semerari ed alcuni suoi brillanti allievi tra cui i curatori del libro, si inserisce nella prolifica tradizione  italiana del cognitivismo clinico che ha visto prima Vittorio Guidano (Guidano & Liotti, 1983) divenire un interlocutore di noti colleghi americani come Mahoney e Beck (Mahoney, 1995), per poi lasciare idealmente il testimone agli attuali influencer della psicoterapia cognitiva nostrana. E’ negli anni ’80 infatti che Francesco Mancini, Sandra Sassaroli e Antonio Semerari sviluppano le riflessioni dei loro maestri su quali siano i processi di mantenimento delle problematiche psicologiche piuttosto che disperdere energie alla ricerca di categorie diagnostiche e terapeutiche immutabili (Mancini, Sassaroli & Semerari, 1984). Da quel momento Semerari porta avanti un percorso di speciazione che lo vedrà prima confrontarsi assieme a Mancini sul costruttivismo kelliano (Kelly, 1955) e su un modello falsificazionista della conoscenza umana (Mancini, Semerari, 1985), successivamente con la dimensione interpersonale (Semerari, 1990) di quei meccanismi di mantenimento che autori come Sullivan (Sullivan, 1953) e Safran (Safran & Segal, 1990) hanno posto al centro dello sviluppo delle nostre vite.

Giungiamo così alla nascita dell’équipe del Terzo Centro e alla lecture che il dott. Carcione ha tenuto presso Tages Onlus, tracciando un percorso teorico, clinico e storico che giunge sino alle pagine di “Curare i Casi Complessi“. Dalle sue parole emerge infatti una componente tanto fondamentale quanto spesso misconosciuta da presunti esperti di relazioni quali sono gli psicoterapeuti, ovvero la dimensione gruppale e condivisa nella co-costruzione di un modello di intervento. A detta di Semerari stesso la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) nasce dalle critiche che i suoi studenti, divenuti poi colleghi, facevano al modello cognitivo standard presentato loro. Così confrontandosi sulle possibili risposte alle domande guida della psicoterapia moderna nasce la TMI come un tentativo di integrare gli sviluppi delle neuroscienze cognitive e del cognitivismo clinico. Dopo il primo tentativo di sviluppare una metodica di assessment (Semerari et al., 2002) in grado di integrare il modello idiografico costruttivista (Feixas & Cornejo-Alvarez, 1996) e quello degli stati della mente (Horowitz, 1987), l’équipe del Terzo Centro ha cercato di dare una risposta coerente ed articolata alla domanda su quali siano i processi di mantenimento di un disturbo, con l’uscita del libro “I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali“, in cui assistiamo ad una formulazione dei disturbi di personalità come “sistemi auto-organizzanti ed evolutivi” (Dimaggio & Semerari, 2003, p. 24), ovvero caratterizzati da un set di stati mentali tipico e tendenzialmente rigido. In questo volume sono già presenti i costrutti fondanti della TMI (stati mentali, metarappresentazioni, cicli interpersonali) anche se il framework teorico resta il modello nosografico standard dei cluster di personalità.

Curare i Casi Complessi” porta invece alle estreme conseguenze il ragionamento forse iniziato da Semerari negli anni ’80, ovvero la necessità teorica, clinica ed etica di comprendere la persona innanzi a me nel divenire dei suoi processi all’interno ed al di fuori della relazione terapeutica. Il dott. Carcione durante l’incontro ha infatti delineato come la TMI abbia integrato molte delle più recenti e rilevanti riflessioni delle neuroscienze cognitive (Fleming & Frith, 2014) e del cognitivismo clinico (Harvey et al., 2004) formulando un modello tripartitico di metacognizione (autoriflessività, comprensione della mente altrui, mastery) che travalica gli storici dualismi mente/corpo, sè/altro, cognizione/emozione. Se indubbiamente gli autori non sono stati i primi, nè gli unici, ad intraprendere una simile impresa, riteniamo che il loro prescindere da personalismi autoriali e correnti teoriche gli abbia permesso di offrire quello che a nostro avviso è il più completo modello di comprensione e trattamento dei disturbi di personalità esistente nonché un tassello fondamentale per l’implementazione di una teoria de-patologizzata della personalità umana.

Nel tentare una formulazione conclusiva, potremmo dire che se la psicologia di Kelly è affine all’epistemologia di Popper e quella di Guidano a quella di Lakatos, la TMI del Terzo Centro non è certo in contrasto con l’epistemologia sociale di Fuller e con il suo assunto che la conoscenza è sempre un prodotto collettivo (Fuller, 2002).

 

Simone Cheli

Presidente Tages Onlus

 

Bibliografia

Carcione, A., Nicolò, G. & Semerari, A. (Eds). (2016). Curare i Casi Complessi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità. Bari: Laterza.

Dimaggio, G. & Semerari, A. (Eds). (2003). I Disturbi di Personalità. Modelli e Trattamento. Stati Mentali, Metarappresentazione, Cicli Interpersonali. Bari: Laterza.

Feixas, G. & Cornejo-Alvarez, J.M. (1996). Manual de Técnica de Rejilla Mediante el Programa RECORD v. 2.0. Barcelona: Ediciones Paidos.

Fleming, S.M. & Frith, C.D. (Eds). (2004). The Cognitive Neuroscience of Metacognition. New York: Springer.

Fuller, S. (2002). Social Epistemology. Second Edition. Bloomington: Indiana University Press.

Guidano. V. & Liotti, G. (1983). Cognitive Processes and Emotional Disorders. New York: The Guildford Press.

Harvey, A., Watkins, E., Mansell, W., & Shafran, R. (2004). Cognitive Behavioral Processes across Psychological Disorders. A Transdiagnostic Approach to Research and Treatment. Oxford: Oxford University Press.

Horowitz, M.J. (1987). States of Mind. Configurational Analysis of Individual Psychology. New York: Plenum Press.

Kelly, G.A. (1955). The Psychology of Personal Constructs. New York: The Norton Library.

Mahoney, M.J. (Ed). (1996). Cognitive and Constructive Psychotherapies. Theory, Research, and Practice. New York: Springer.

Mancini, F., Sassaroli, S. & Semerari, A. (1984). Teorie psicologiche implicite e soluzioni di problemi nevrotici: un approccio darwinista. In G. Chiari & M.L. Nuzzzo (Eds) Crescita e Cambiamento della Conoscenza Individuale. Psicologia dello Sviluppo e Psicoterapia Cognitivista. Milano: Franco Angeli.

Mancini, F. & Semerari, A. (1985). Kelly e Popper: una teoria costruttivista della conoscenza. In F. Mancini & A. Semerari La Psicologia dei Costrutti Personali. Saggi sulla Teoria di G.A. Kelly. Milano: Franco Angeli.

Safran, J.D. & Segal, Z.V. (1990). Interpersonal Process in Cognitive Therapy. New York: Basic Books.

Semerari, A. (1990). Hacia una teoría cognitiva de la relación terapéutica. Revista de Psícoterapia, 5:5-25.

Semerari, A. (2000). Storia, Teorie e Tecniche della Psicoterapia Cognitiva. Bari: Laterza.

Semerari, A., Carcione, A., Dimaggio, G., Falcone, M., Nicolò, G., Procacci, M., Alleva, G., & Mergenthaler, E. (2003). Assessing problematic States in patients’ narratives: the grid of problematic States. Psychotherapy Research, 1(13;3):337-53.

Sullivan, H. S. (1953). The Interpersonal Theory of Psychiatry. New York: The Norton Library.

 

 

I Nostri Reportage: Congresso Mindfulness, Acceptance, Compassion

Citazione Consigliata: Di Natale, S., & Pansolli, G. (2017). I Nostri Reportage: Congresso Mindfulness, Acceptance, Compassion [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/28/i-nostri-reportage-congresso-mindfulness-acceptance-compassion/

 

Dal 22 marzo al 24 marzo si è tenuto a Milano, il primo congresso italiano sulle psicoterapie cognitivo-comportamentali di terza generazione: Mindfulness, Acceptance e Compassion: Nuove Dimensioni di Relazione. L’evento, ospitato e patrocinato dall’università IULM e dalla Società italiana di terapia comportamentale e cognitiva, è stato promosso da ACT-Italia e da Iescum – Istituto Europeo Studio del Comportamento Umano, coinvolgendo i più importanti psicoterapeuti italiani e internazionali impegnati nello studio e nella ricerca delle terapie di terza generazione.

Un evento stimolante di confronto e di approfondimento, teorico ed esperenziale, in cui sono stati esposti gli attuali modelli di intervento di terza generazione, lasciando spazio ad un acceso dibattito scientifico, non solo orientato alla dimostrazione dell’efficacia di tali modelli, ma diretto anche ad approfondire una tematica che ha stimolato e rivoluzionato il modo di fare terapia negli ultimi dieci anni. Una riflessione, dunque, sia sul funzionamento umano psicologico, psicopatologico e fisiologico, sia sulla relazione terapeutica e sugli elementi responsabili del cambiamento in terapia.

Durante le tre giornate del congresso, dunque, si sono susseguiti Workshop di approfondimento sulle applicazioni e sull’efficacia dei modelli di terapia di terza generazione, tenuti dai massimi esperti in Italia e a livello Internazionale.

La prima giornata è stata caratterizzata dalla presentazione dei vari modelli di terapia di terza generazione: dal modello ACT, tenuto dal Professore Presti, al modello della Compassion Focused Therapy tenuto dal dott. Nicola Petrocchi; durante il pomeriggio sono state invece approfondite le applicazioni di tali modelli di intervento: dalle problematiche di coppia, a quelle del dolore cronico, della genitorialità, dell’adolescenza e delle patologie legate alle dipendenze, nonché quelle legate all’autismo. La giornata si conclude con una plenaria che ci invita a riflettere sul ruolo della flessibità in ambito terapeutico, utile non solo ai pazienti ma anche ai terapeuti. Nella seconda giornata, invece, si sono susseguiti vari simposi orientati alla discussione scientifica: sia sull’efficacia dei modelli sia sull’evoluzione di quest’ultimi nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale, concludendo con una riflessione plenaria di Dennis Tirch in merito alla compassione, gli stili di attaccamento e la flessibilità terapeutica. Il terzo giorno del congresso, a nostro avviso, ha permesso l’approfondimento degli approcci di terza generazione orientando tutti ad una riflessione sulla relazione terapeutica.

Il taglio dato al congresso (simposi, tavole rotonde, workshop) ha favorito la conoscenza dei vari modelli terapeutici di terza generazione presenti, ad oggi, nel panorama nazionale e internazionale, stimolando la discussione sulle varie applicazioni e sui relativi studi di efficacia e favorendo una riflessione più profonda sull’evoluzione del modo di fare terapia. Il congresso ha consentito di riflettere su come le terapie di terza generazione, e in modo particolare il modello ACT, come ha definito Hayes, stanno spostando il dibattito scientifico su una tematica molto rilevante in ambito terapeutico: non più solo l’analisi del sintomo e la categorizzazione del paziente in una diagnosi, ma l’assunzione di una prospettiva orientata al processo sottostante alla problematica terapeutica e al superamento di essa.

Anche Tages Onlus ha dato il suo contributo al congresso, con la presentazione di un poster dal titolo: “Mindfulness, Acceptance e Metacognition in Oncologia. Una review sistematica degli studi esistenti”. Lo studio rappresenta una fotografia sullo stato attuale dei lavori e delle ricerche presenti, dal 2000 al 2016, degli interventi di terza generazione in ambito Oncologico. E’ ormai condiviso in ambito medico e psicologico (e non solo) come il cancro rappresenta, ad oggi, una delle maggiori sfide dei nostri sistemi sanitari. I risultati della Review hanno evidenziato la presenza e predominanza di studi e delle relative applicazioni di protocolli basati sulla mindfulness, primo tra tutti, con maggiore evidenze scientifiche, il protocollo di Linda Carlson – MBCR (Mindfulness Based Cancer Recovery). Non sono emersi studi su interventi basati sulla Compassion Focus Therapy, la quale viene semplicemente nominata in alcuni studi. Per quanto riguarda, invece, la terapia Metacognitiva, il modello si presta a spiegare molto bene quali sono i meccanismi di funzionamento presenti nel vissuto oncologico, ma scarseggiano gli interventi applicativi basati sullo stesso modello. Infine, per quanto riguarda l’ACT, la review ha evidenziato  una netta crescita di studi in ambito oncologico, ma le evidenze scientifiche degli interventi basati su tale modello sono ancora minime. Per concludere, sottolineiamo come una delle maggiori aree di interesse della psiconcologia (fear of recurrence) mostra un interessantissimo incremento degli studi volti a integrare diversi approcci della Terza Onda.

 

Dott.ssa Gloria Pansolli

Ordine degli Psicologi della Toscana N°6791

Dott.ssa Sefora Di Natale

Ordine degli Psicologi della Toscana N°7004

I NOSTRI REPORTAGE: LA SETTIMANA DEL CERVELLO PARTE II

Citazione Consigliata: Mascioni, R. (2017). I Nostri Reportage: La Settimana del Cervello Parte II [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/24/i-nostri-reportage-la-settimana-del-cervello-parte-ii/

 

In occasione della Settimana del Cervello, evento mondiale di informazione ed educazione sanitaria, Tages Onlus ha organizzato, in collaborazione con l’Istituto Comprensivo di San Casciano Val di Pesa, un incontro informativo rivolto a insegnanti e genitori.

Abbiamo parlato di DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento) riportando un’esperienza di un Istituto Comprensivo dell’Umbria. Si riportano i risultati e le considerazioni di un’esperienza triennale nelle prime classi della Scuola Primaria di un territorio dell’Umbria (circa 1000 alunni).

L’Istituto Comprensivo Gualdo Tadino, in anticipo di ben 4 anni sulle direttive della recente Legge 170/2010 sui DSA, ha delineato un chiaro percorso di gestione degli alunni con DSA fin dal 2006: da interventi di identificazione precoce al supporto didattico con attività mirate, dalla comunicazione alla famiglia alla diagnosi.

Punto di forza dell’intervento è quello di intraprendere un percorso, a partire dall’ultimo anno della Scuola dell’Infanzia, che possa portare, alla fine della classe seconda della Scuola Primaria, ad individuare in modo tempestivo i bambini con DSA e supportarli nel percorso scolastico futuro.

Nella definizione del titolo “PREVENIR@ABILITARE” dato al progetto sono contenuti i gli obiettivi fondamentali:

  • PREVENZIONE Esistono dei ‘campanelli d’allarme’ nella Scuola dell’Infanzia che predicono la possibilità di trovarsi di fronte ad un probabile e futuro alunno con DSA: un pregresso o concomitante Disturbo Specifico di Linguaggio e abilità metafonologiche e visuo-attenzionali non adeguate. In una qualunque classe 1^ della Scuola Primaria i bambini che si avvicinano alla letto-scrittura sono fra loro molto eterogenei e l’apprendimento successivo è influenzato:
    • dalle abilità di base (cognitive, linguistiche, di memoria a breve termine…),
    • dalla metodologia utilizzata dall’insegnante (per alcuni più consona, per altri meno)
    • da una precoce individuazione dei ‘punti deboli’ su cui è necessario soffermarsi, a seconda del bambino.

I bambini, inoltre, possono presentare difficoltà diverse: alcuni hanno tempi più lunghi di acquisizione, mentre altri hanno difficoltà di memorizzazione e automatizzazione del processo di letto-scrittura, difficoltà che rischiano la cronicizzazione nel secondo ciclo di scuola primaria.

Considerato che non è opportuno etichettare il bambino con una diagnosi definitiva a fine classe prima della scuola primaria – diagnosi possibile solo a fine seconda ed inizio terza – si suggerisce un intervento precoce e congiunto fra insegnanti, genitori ed esperti per due motivi fondamentali:

  1. Nel caso che si tratti di un ritardo di sviluppo il bambino deve essere messo nella condizione di recuperare il distacco dai compagni.
  2. Nel caso di probabile DSA è necessario evitare il più possibile l’ampliamento di distanza di prestazione rispetto ai compagni.
  1. ABILITAZIONE: Il soggetto con DSA deve acquisire una funzione che ancora non possiede avvalendosi di un sistema neurobiologico che presenta delle caratteristiche che ne ostacolano l’apprendimento. Non si può parlare, quindi, di rieducazione o di riabilitazione dato che non c’è niente da riparare: è preferibile parlare di abilitazione. I laboratori rivolti ai bambini della classe 2^ della Scuola Primaria sono finalizzati al potenziamento della funzione o di quelle sue componenti che risultano deficitarie attraverso cicli di esercitazioni mirati e specifici. Lo spazio dedicato agli alunni DSA delle classi 1^ e 2^ della Scuola Secondaria di Primo Grado ha l’obiettivo fondamentale di offrire un supporto nello studio e nello svolgimento dei compiti, secondo metodologie ed obiettivi concordati con gli insegnanti.
  2. @: L’at (‘chiocciola’) rimanda all’idea del computer ed, in particolare, al duplice ruolo degli strumenti informatici nell’intervento con i bambini con DSA; possono avere infatti funzionalità:
    • esecutiva (permettono di eseguire i compiti assegnati),
    • abilitativa (permettono di esercitare le funzioni deficitarie).

Il progetto si articola durante l’intero anno scolastico e si divide in quattro interventi differenziati ma continui a partire dall’ultimo anno della Scuola dell’Infanzia, durante i primi due anni della Scuola Primaria fino alle classi dei primi due anni della Scuola Secondaria di Primo Grado.

I risultati sono molteplici e complementari. Si possono riassumere in tre principali aree, raggruppandoli rispetto ai “beneficiari”:

  1. Insegnanti. Si stimola un miglioramento professionale per quanto riguarda:
    • la conoscenza di strategie didattiche mirate per sostenere gli alunni in difficoltà;
    • la crescita di una mentalità “valutativa” e, al tempo stesso, rispettosa del momento evolutivo di ogni singolo bambino;
    • la crescita di una mentalità di “verifica periodica” di ciò che si è voluto insegnare e di ciò che è stato veramente appreso.
  2. Bambini:
    • ricevono interventi mirati a livello di sviluppo di ogni singolo;
    • sono aiutati precocemente;
    • imparano con attività divertenti;
    • ricevono un monitoraggio costante della loro evoluzione individuale;
    • sono inviati ad un approfondimento diagnostico in tempo utile riducendo, così, gli invii impropri.
  3. Genitori. Ricevono
    • informazioni chiare sul tema dei DSA e sulla necessità di intervenire tempestivamente;
    • una comunicazione continua attraverso la condivisione di informazioni tra insegnanti, esperti e genitori;
    • un supporto continuo nel percorso da intraprendere nei casi significativamente a rischio.

La spinta che anima il lavoro di esperti, insegnante e genitori è la convinzione che è possibile migliorare la qualità dei servizi alla persona attraverso una progettazione condivisa, valorizzando tutte le risorse del territorio.

 

Per chi fosse interessato è possibile consultare gli Atti dei Seminari organizzati da Tages Onlus per la Settimana del Cervello al seguente link:

ATTI DEI SEMINARI

 

Dott.ssa Roberta Mascioni

Psicologa, Specialista in Psicologia Evolutiva

Iscritta all’Ordine degli Psicologi dell’Umbria, N° 483

 

I NOSTRI REPORTAGE: LA SETTIMANA DEL CERVELLO PARTE I

Citazione Consigliata: Lorenzini, A. (2017). I Nostri Reportage: La Settimana del Cervello Parte I [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/24/i-nostri-reportage-la-settimana-del-cervello-1/

 

La “Settimana del Cervello” è un’iniziativa coordinata dalla European Dana Alliance for the Brain in Europa e dalla Dana Alliance for Brain Initiatives negli Stai Uniti allo scopo di sollecitare la curiosità della popolazione nei confronti della ricerca sul cervello.

Per l’edizione del 2017, organizzata dal 13 al 17 marzo, la tematica selezionata è stata: “Curare il cervello migliora la vita”. Sono stati proposti circa 300 eventi a livello nazionale, 150 le città italiane coinvolte e più di 200 i professionisti che hanno partecipato organizzando screening, seminari, convegni, mostre gratuite rivolte alla popolazione.

Grazie all’intenso lavoro organizzativo della Dott.ssa Donatella Ruggeri e della Dott.ssa Elisa Grippa, da quest’anno anche in Toscana molti sono stati gli eventi proposti.

A Firenze, l’Associazione Tages Onlus ha partecipato organizzando una serata informativa per conoscere l’ictus cerebrale e la demenza senile: “Ictus e Demenza: cosa sono e quali interventi riabilitativi esistono”. Il seminario si è tenuto lunedì 13 marzo presso la sede dell’associazione in via della Torretta 14 a Firenze.

Per l’occasione sono intervenuti vari professionisti che hanno approfondito la clinica delle patologie neurologiche ed i possibili interventi riabilitativi per i pazienti, oltre ad il sostengo psicologico per i familiari.

La Dott.ssa Amalia Ferrara, infermiera Case Manager della Stroke Unit – AOU dell’Ospedale Careggi di Firenze ha affrontato la diagnosi e terapia dell’ictus; dando particolare rilievo alla campagna di prevenzione dell’ictus promossa dalla regione Toscana e alle tre R: Riconoscere i sintomi, Reagire rapidamente e Ridurre il rischio.

A seguire il Geriatra, Dr. Enrico Mossello, dell’Unità di Ricerca in Medicina dell’Invecchiamento – AOU dell’Ospedale Careggi di Firenze ha coinvolto la platea parlando di demenze, dell’incidenza sempre maggiore nella nostra popolazione della malattia di Alzheimer e dei sintomi che accompagnano l’insorgenza e il decorso della patologia. Conclude l’intervento accennando ad alcuni degli interventi di stimolazione cognitiva rivolti ai pazienti con malattie neurodegenerative.

Riprende ed amplia l’argomento della riabilitazione/stimolazione neuropsicologica di ictus e demenza la Dott.ssa Alessandra Lorenzini, Psicologa Psicoterapeuta e Neuropsicologa dell’Associazione Tages Onlus. La serata si conclude con l’intervento del Dott. Simone Cheli Psicologo Psicoterapeuta, Scuola di Scienze della Salute Umana dell’Università degli Studi di Firenze. Il dott. Cheli affronta la difficile tematica del carico gestionale e psicologico del caregiver del paziente affetto da malattia neurologica.

La serata ha riscosso un grande successo e la platea ha partecipato con interesse, ponendo varie domande sugli argomenti trattati durante l’incontro. Ci auguriamo che questo sia un buon inizio per dare il via ad un servizio specifico rivolto ai pazienti e ai familiari di pazienti affetti da malattie neurologiche all’interno del nostro centro.

 

Per chi fosse interessato è possibile consultare gli Atti dei Seminari organizzati da Tages Onlus per la Settimana del Cervello al seguente link:

ATTI DEI SEMINARI

 

Dott.ssa Alessandra Lorenzini

Psicologa, Psicoterapeuta, Neuropsicologa

Iscritta all’Ordine degli Psicologi del Veneto, N° 7269

Psicologia transgenerazionale: i legami invisibili

Citazione Consigliata: Manfredini, E. (2017). Psicologia Transgenerazionale: I Legami Invisibili [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/23/psicologia-transgenerazionale-i-legami-invisibili/

 

Può il passato dei nostri antenati influenzare realmente la vita di ognuno di noi? Come già sosteneva Sant’Agostino “i morti non sono degli assenti, sono solo degli invisibili”.

 

Spesso pensiamo ai nostri problemi e difficoltà emozionali esclusivamente in termini individuali, dimenticandoci del fatto che facciamo parte di un sistema più ampio, la famiglia, che non è solo quella dei nostri genitori ma anche quella che si estende almeno fino ai nostri bisnonni. Siamo parte di un tessuto le cui maglie sono strettamente intrecciate le une con le altre.

 

Secondo la psicologia transgenerazionale è possibile che, a livello inconscio, fatti, pensieri ed emozioni vengano trasmessi da una generazione all’altra. Ciò avviene quando un evento traumatico (individuale o familiare) non riesce ad essere elaborato e diventa qualcosa di indicibile, un segreto, dunque il contenuto emozionale dell’esperienza rimane bloccato in quello che Abraham e Torok (1993) definiscono nei concetti di “fantasma” e “cripta”. In tal modo è possibile che “le paure che assillano un individuo potrebbero essere le stesse che assillavano un genitore o un avo” (Baldascini, 2012); i nostri problemi possono perciò riflettere proprio quei conflitti, traumi e segreti non risolti all’interno del nostro sistema familiare.

 

Ma perché ci facciamo carico del destino dei nostri antenati? Boszormenyi-Nagi (1998) parla di lealtà familiari invisibili, una forza per la quale i figli sono fedeli ai genitori e al loro clan familiare, tendendo a ripeterne il destino, spesso in maniera analoga. Tali lealtà servono a mantenere il legame e un senso di identità comune fra le generazioni, per cui chi se ne discosta può avvertire la sensazione di avere tradito un modello di appartenenza oppure può sentirsi in colpa.

 

Dunque il nostro destino è così determinato? Secondo Anne Anceline Schutzenberger (2004) “siamo meno liberi di quello che crediamo, ma abbiamo la possibilità di conquistare la nostra libertà e di uscire dal destino ripetitivo della nostra storia familiare comprendendo i legami complessi che si sono tessuti nella nostra famiglia”.

 

Dott.ssa Elisa Manfredini,

PSICOLOGA

Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana n. 5614

 

Bibliografia:

Abraham N., Torok M. (1993). La scorza e il nocciolo, Borla

Baldascini L.. Convegno sulla trasmissione transgenerazionale del 25 e 26 ottobre 2012, Università degli Studi di Firenze

Boszormenyi-Nagi I., Spark Geraldine M. (1988). Lealtà invisibili: la reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, Astrolabio

Nicolò Corigliano A.M. (1996). Il transgenerazionale tra mito e segreto, in “Interazioni” fasc. 1, Franco Angeli

Schutzenberger A.A. (2004). La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico, Di Renzo

 

Darwin sul lettino, ovvero la psicologia evoluzionistica

Citazione Consigliata: Tages Onlus (2017). Darwin sul Lettino, Ovvero la Psicologia Evoluzionista [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/17/darwin-sul-lettino-ovvero-la-psicologia-evoluzionistica/

 

L’opera di Charles Darwin incorre ciclicamente in critiche feroci e scherni a volte divertenti. Sin dall’uscita dell’Origine delle Specie (Darwin, 1859) la reazione del mondo accademico, del mondo religioso e della cultura contemporanea in genere fu assai polemica. Ma per quanto le discussioni fossero accanite, l’apice si raggiunse con l’uscita del saggio sull’origine della specie umana (Darwin, 1871). I giornali satirici e non si riempirono di caricature di Darwin raffigurato come scimmia e di uomini dalla folta peluria appesi ai rami degli alberi.

Abdicare alla specificità ed unicità umana è qualcosa che proprio non gradiamo. Ogni qualvolta accademici e scienziati mettono in dubbio il nostro distinguersi dal “creato” reagiamo malamente. Come se le teorie darwiniane fossero qualcosa da cui doversi difendere. Nelle traduzioni italiane dei testi evoluzionistici abbondano ad esempio note al margine dell’editore in cui si cerca di giustificare certe bizzarre asserzioni. Tra queste bizzarrie troviamo anche quelle che si definiscono psicologia e psichiatria evoluzionistica.

Anche in questo caso le reazioni sono state e sono assai controverse. La pubblicazione ad esempio del primo testo “ufficiale” di sociobiologia (Wilson, 1975), ovvero di quella disciplina che assume come il comportamento sociale sia il risultato di un’evoluzione darwiniana, suscitò notevoli critiche anche da parte di biologi evoluzionistici. Per quanto le ipotesi di Wilson fossero alquanto stringenti e vincolanti, l’assunto della psicologia e della psichiatria evoluzionistica è assai meno rivoluzionario di quanto si possa pensare. “La premessa centrale della psicologia evoluzionistica è che la cognizione ed il comportamento umano siano stati formati dalla selezione naturale e sessuale fondamentalmente allo stesso modo dell’anatomia” (Brüne, 2016, p. 18).

In maniera assai pragmatica si afferma che anche per il comportamento umano esistano una serie di vincoli naturali che come per tutti gli altri campi della biologia sono influenzati dalla selezione darwiniana. Questo non significa certo abdicare ad una qualsivoglia specificità della specie umana o di una singola persona. Significa ampliare il nostro ragionamento sulla peculiarità dell’essere uomo includendo una variabile di estremo rilievo. Un meccanismo come il trauma discenderebbe ad esempio dalla necessità evoluzionistica di memorizzare in maniera indelebile i pericoli potenzialmente mortali. E similmente “tanto più un evento minaccia il raggiungimento di importanti obiettivi biosociali, tanto più facilmente si produrrà un disturbo da stress acuto” (Brüne, 2016, p. 220).

Simili riflessioni, che potrebbero forse apparire molto teoriche e molto poco pratiche, hanno invece dei risvolti assai rilevanti per quanto concerne la comprensione dei meccanismi psicopatogeni e di conseguenza dei possibili trattamenti. Alcuni autori hanno sottolineato la necessità di distinguire tutti quei disturbi psicopatologici indotti dallo stress e legati ai meccanismi di paura in base a criteri evoluzionistici e neurofisiologici (Bracha, 2006). Un’ipotesi sarebbe per esempio che la fobia dei serpenti (che sappiamo essere innata) e la fobia dei cani (che sappiano non esserlo) debbano essere distinte in base a diversi meccanismi neurofisologici discententi dallo nostra storia filogenitica (come specie) e ontogenetica (come individuo). E potendo distinguere specifici processi patofisiologici e specifici cluster psicopatologici aumenterebbe la possibilità di offrire trattamenti (famacologici o psicoterapeutici) mirati.

 

 

Lo Staff di Tages Onlus

Bibliografia

Bracha, H. S. (2006). Human brain evolution and the “Neuroevolutionary Time-depth Principle:” Implications for the reclassification of fear-circuitry-related traits in DSM-V and for studying resilience to warzone-related posttraumatic stress disorder. Progress in Neuro-Psychopharmacology & Biological Psychiatry, 30, 827-853.

Brüne, M. (2016). Textbook of Evolutionary Psychiatry & Psychosomatic Medicine. The Origin of Psychopathology. Second Edition. Oxford: Oxford University Press.

Darwin, C. R. (1859). On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life. London: John Murray.

Darwin, C. R. (1871). The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. London: John Murray.

Wilson, E. O. (1975). Sociobiology: The New Synthesis. Harvard: Harvard University Press.

Il fascino seriale della psicopatia: Dexter, Hannibal & Co.

Citazione Consigliata: Tages Onlus (2017). Il Fascino Seriale della Psicopatia: Dexter, Hannibal & Co. [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/05/il-fascino-seriale-della-psicopatia-dexter-hannibal-co/

 

Quando Robert D. Hare scrisse la prima edizione del suo saggio sulla psicopatia, oggi giunto alla terza edizione (2009), già si stupiva della fascinazione che i serial killer riuscivano a suscitare nel pubblico. Come se potessimo in qualche modo prenderci una “vacanza” dai nostri limiti morali e sociali e immedesimarsi per un pò con gli outsider tra gli outsider. Oggi, chiunque abbia accesso ad una TV o ad un sito di streaming, ha sviluppato una certa familiarità con film e telefilm incentrati su serial killer direttamenti o indirettamente inspirati al concetto di psicopatia.

Per quanto si rincorrano utilizzi disparati e spesso erronei, il concetto di psicopatia si riferisce ad uno specifico costrutto diagnostico. Buona parte della confusione terminologica deriva probabilmente da tre elementi: (i) l’enorme impatto che figure come i serial killer hanno sulla cronaca nera e sull’opinione pubblica (Hare, 1999); (ii) l’assenza della psicopatia dal manuale diagnostico psichiatrico più usato nel mondo, ovvero il DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013); (iii) l’utilizzo di lunga durata del termine tanto da farne una delle più “antiche” formulazioni di disturbo di personalità esistenti (Hare, Neuman, Widiger, 2012, p. 478).

Partiamo quindi da una prima formulazione: tutti i serial killer sono psicopatici, ma non tutti gli psicopatici sono serial killer. Per psicopatici si intende infatti, da un punto di vista psicopatologico, dei “predatori sociali che ammaliano, manipolano e si fanno strada spietatamente nella vita….mancando completamende di coscienza e sentimenti per gli altri, prendono egoisticamente ciò che vogliono e fanno ciò che gli interessa, violando le norme e le aspettative sociali senza il minimo senso di colpa o rimpianto” (Hare, 1999, p. xi).

Se state pensando di aver incontrato personaggi simili la risposta è al contempo si e no. Ovvero, le persone classificabili come psicopatici sono presenti in diversi contesti e strati della società. Hare ha più volte sottolineato come settori come il mercato azionario e la politica rappresentino dal suo punto di vista eccellenti campi di studio!  Dobbiamo però sottolineare come le caratteristiche diagnostiche di questo disturbo di personalità siano così specifiche e stringenti che gli autori di programmi come Dexter e Hannibal abbiano dovuto includere delle emozioni e dei dubbi che uno psicopatico non avrebbe. Per poter immedesimarsi, per nostra fortuna, abbiamo bisogno pur nel susseguirsi di scene splatter e cruente, di segni di umanità con cui stabilire un legame.

 

Lo Staff di Tages Onlus

 

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders, 5th edition. DSM-5. Arlington, VA: American Psychiatric Association.

Hare RD (1999). Whitout conscience: the disturbing world of the psychopath among us. New York: Guildford Press.

Hare RD (2009). La psicopatia. Valutazione diagnostica e ricerca empirica. Roma: Casa Editrice Astrolabio.

Hare RD, Neumann CS, Widiger TA (2012). Psychopathy. In TA Widiger (ed.) The Oxford Handbook of Personality Disorders, pp. 478-504. Oxford: Oxford University Press.

 

I Nostri Reportage: European Migration Forum

Citazione Consigliata: Tages Onlus (2017). I Nostri Reportage: European Migration Forum [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/04/i-nostri-reportage-european-migration-forum/

 

Tra il 2 ed il 3 marzo si è tenuto a Bruxelles, presso la sede del Comitato Economico e Sociale Europeo, lo European Migration Forum, ovvero una piattaforma di dialogo e studio tra società civile ed istituzioni europee sul tema della migrazione. Ogni anno, a partire dal 2015 si tiene infatti questo forum a cui sono invitati circa 100 ong tra le moltissime che fanno richiesta di partecipare. All’edizione 2017 era presente anche Tages Onlus grazie al progetto Mediterrean Bridges and Drift, nato in collaborazione con istituzioni italiane ed estere.

Teoricamente il forum vorrebbe rappresentare l’occasione in cui la Commissione Europea, tramite suoi rappresentanti, recepisce e discute le indicazioni della società civile rispetto alla gestione della cosiddetta Crisi Europea dei Migranti. All’atto pratico, rappresenta un’occasione di confronto tra ong quotidianamente impegnate nella gestione di tale crisi e quella parte del mondo politico europeo interessata a trovare soluzioni pratiche ad un tema così tanto controverso e di difficile soluzione.

Durante la due giorni si sono alternate alcune plenarie con workshop partecipativi incentrati sul tema dell’integrazione e dell’accesso ai servizi e ai diritti da parte dei migranti regolari e non. Due temi hanno in particolare animato la discussione. Da un lato, l’esigenza di promuovere un cambiamento di “narrative” rispetto alla migrazione ha esacerbato i limiti dell’attuale politica europea. La strategia sinora adotta di favorire genericamento il pluralismo e l’interculturalismo sta mostrando i suoi limiti a fronte dell’esacerbarsi della crisi economica e dell’inasprirsi del confronto politico sembre più basato su propaganda e strumentalizzazione elettorale della crisi dei migranti. Dall’altro lo stato di fatto caratterizzato da una crescente presenza di migranti irregolari evidenzia l’inefficenza del sistema-Europa e l’urgenza sanitaria ed etica di permettere un accesso ai servizi e ai diritti di tutti coloro che vivono e transitano per l’Europa.

Tra le tante storie e best practices emerse due meritano di essere citate. L’Ungheria ha visto negli ultimi 10 anni un incremento esponenziale dell’intolleranza nei confronti dei migranti che ha seguito in parallelo (a detta di molti è stata causata da) una continua e insistente propaganda governativa contro le politiche di accoglienza. La scelta fatta dalla  Fondazione Artemissziò è stata quella di organizzare e sostenere una “narrativa” coerente e costante volta a promuovere spazi di dialogo, corsi di formazione, percorsi di mentoring per residenti e migranti. E’ stato poi presentato e discusso il caso del comune belga di Mechelen dove nel corso di 10 anni si è passati da una percezione di criminalità ed “invasione islamica” ad un esempio non solo di integrazione, ma anche e soprattutto di benessere civico ed economico. La ricetta spiegata dal sindaco Bart Somers, che per oltre 10 anni ed ancora oggi governa la città, si riassume in: (i) puntare sulla sicurezza come fondamento (nè di destra nè di sinistra) per l’integrazione; (ii) favorire una nuova narrativa inserendo nel folklore locale il folklore di tutte le comunità anche se minoritarie; (iii) contrastare la tendenza alla creazione di isole mono-culturali e mono-etniche; (iv) puntare sulla dimensione valoriale e sul riappropiarsi della narrazione dei valori occidentali, in quanto valori moderni di libertà ed integrazione.

 

Lo Staff di Tages Onlus

Depressione e senso di colpa

Citazione Consigliata: Enzo, C. (2017). Depressione e Senso di Colpa [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/03/depressione-e-senso-di-colpa/

 

Attualmente la depressione rappresenta secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la seconda causa di disabilità fra la popolazione dopo l’infarto. Ha infatti importanti conseguenze nella vita della persona che ne soffre e nei suoi cari, in quanto porta a una diminuzione dell’attività lavorativa o scolastica, diminuita concentrazione, ritiro sociale, scarsa scura di sé e molte altre difficoltà.

Fra i sintomi della depressione descritti nella quinta edizione “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali” (APA, 2013) si annoverano i “sentimenti auto-svalutativi o di colpa eccessivi”; infatti spesso le persone che soffrono di depressione vivono un eccessivo senso di colpa, percepito come autoriferito e stabile, che li porta ad esperire un profondo senso di inadeguatezza.

Il senso di colpa non deve essere automaticamente etichettato come un’emozione disadattiva, poiché invece può essere utile per migliorare le relazioni sociali e mettere in guardia dagli eventi. L’assenza del senso di colpa è di fatto un segno di importanti disturbi psichici, come ad esempio il disturbo antisociale, in cui l’individuo appare incapace di provare tale emozione.

Tuttavia cosa si intende per “eccessivo” senso di colpa? Come si stabilisce tale eccesso? Alcuni ricercatori concordano nel considerare che all’interno dell’ampia categoria del senso di colpa vi sia incluso il senso di responsabilità (O’Connor et al., 1999; Zahn-Waxler et al., 1990), suggerendo che il senso di colpa diventi disfunzionale o eccessivo nel momento in cui si prova un esagerato senso di responsabilità per eventi su cui si ha scarso o nullo controllo. Secondo Beck (1967) l’eccessiva assunzione di responsabilità per gli eventi negativi rappresenta uno dei bias cognitivi associati alla depressione.

Ma il senso di colpa di un adulto e di un bambino sono la stessa cosa? In realtà provare un eccessivo senso di colpa sembra essere funzionale durante una certa fase dell’infanzia, ma tale emozione tende a decrescere di pari passo con l’apprendimento da parte del bambino di più sofisticate abilità di ragionamento astratto e della capacità di mettersi nei panni dell’altro.

Infatti sembra che i bambini di età inferiore ai 10 anni riescano a identificare un unico singolo evento causale per ogni esito. Un esempio di ciò è rappresentato dalla situazione in cui un bambino attribuisce a se stesso la colpa della separazione dei genitori, basandosi sul fatto che ha combinato una marachella prima che il padre andasse via di casa. A questa età infatti il bambino fa fatica a rintracciare altre possibili cause e spiegazioni, come ad esempio alcuni problemi coniugali tra il padre e la madre pre-esistenti all’incidente domestico (Tilghman, Cole & Felton 2012).

Per tali ragioni si ritiene che i bias cognitivi che portano ad esperire un eccessivo senso di colpa siano più frequenti nei bambini piccoli, ma che al contempo la relazione tra bias cognitivi e depressione sia più forte nei bambini più grandi (Grave e Blisset, 2004). Per tali ragioni l’età del paziente sembra giocare un ruolo chiave per il trattamento dell’eccessivo senso di colpa.

Che dire dei figli dei pazienti depressi? I figli dei pazienti depressi con eccessivo senso di colpa, presentano una maggiore difficoltà nel distinguere i problemi di cui sono responsabili da quelli che sono al di fuori del loro controllo. Per tali ragioni, ci sarebbe una sorta di assunzione di iper-responsabilità nei confronti del benessere del genitore, che potrebbe aumentare la probabilità di futuri problemi di ansia e depressione nel bambino stesso (Rakow et al., 2009).

Come si induce il senso di colpa? Alcuni autori parlano di due tipi di induzione del senso di colpa adottati dai genitori depressi: la sollecitazione egoistica e la denigrazione (Donatelli et al., 2007). Per sollecitazione egoistica si intende un eccessivo sacrificio dei genitori nel periodo in cui il bambino sta cercando di muovere dei passi verso l’autonomia, mentre per denigrazione si intende il tentativo dei genitori di indurre una colpa quando il figlio non l’ha commessa e sembra che il secondo tipo faciliti lo sviluppo di problemi affettivi.

Ma allora nasce prima il senso di colpa o la depressione? La questione è ancora controversa nella letteratura scientifica di riferimento, tuttavia emerge chiaramente come nei pazienti depressi i criteri di giudizio adottati per valutare il proprio comportamento e quello altrui su una medesima questione non siano omogenei e tale esperienza si collega alla tendenza a ruminare. Tuttavia si può provare senso di colpa senza soffrire di depressione, così come si possono provare sentimenti di indegnità e bassa autostima in conseguenza a rifuti, abbandoni e fallimenti, anziché a causa del senso di colpa.

Dott.ssa Consuelo Enzo, PSICOLOGA

Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana, n° 6691

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: Author.

Beck, A. T. (1967). Depression: Clinical, experimental, and theoretical aspects. New York: International Universities Press.

Donatelli, J. L., Bybee, J. A., & Buka, S. L. (2007). What do mothers make adolescents feel guilty about? Incidents, reactions, and relation to depression. Journal of Child and Family Studies,16, 859–875.

Grave, J. & Blissett, J. (2004). Is cognitive behavior therapy developmentally appropriate for young children. Clinical Psychology Review, 24, 399–420.

O’Connor, L. E. , Berry, J. W. & Weiss, J. (1999). Interpersonal guilt, shame, and psychological problems. Journal of Social and Clinical Psychology. 18, 181–203.

Rakow, A., et al. (2009). The relation between parental guilt induction to child internalizing problems when a caregiver has a History of depression. Journal of Child and Family Studies, 18, 367-377.

Tilghman-Osborne, C., Cole, D. A. & Felton, J. W. (2012). Inappropriate and excessive guilt: instrument validation and developmental differences in relation to depression. Journal of Abnormal Child Psychology. 40 (4), 607-620.

Zahn-Waxler, C., Kochansk,a G., Krupnick, J. & McKnew, D. (1990). Patterns of guilt in children of depressed and well mothers. Developmental Psychology. 26, 51–59.

Il dilemma della diagnosi in psicologia

Citazione Consigliata: Tages Onlus (2017). Il Dilemma della Diagnosi in Psicologia [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/03/02/il-dilemma-della-diagnosi-in-psicologia/

 

Una delle problematiche più ricorrenti che incontra una persona nell’affrontare un percorso psicologico o psicoterapeutico è quello della diagnosi. Lo scegliere di recarsi in uno studio, il veder confermata o scoprire un’etichetta diagnostica, il percepire gli sguardi giudicanti degli altri, sembra aumentare esponenzialmente la nostra sofferenza. La diagnosi, che sappiamo essere un passo necessario, diventa un problema invece che una soluzione (Livingston & Boyd, 2010).

Al contempo, un bravo terapeuta, dedicherà molta attenzione nello scegliere e nel ponderare le parole con cui restituire una diagnosi, consapevole dell’effetto destabilizzante, a volte distruttivo, che questa può avere sul percorso terapeutico. Nel corso degli anni si sono alternati in psicologia clinica e psichiatria approcci diversi rispetto a questo tema. Da un lato infatti sembra impossibile, se non controproducente, abbandonare un linguaggio comune e condiviso nel parlare di problematiche psicologiche (Craddock & Mynors-Wallis, 2014). Dall’altro, la categoria diagnostica è necessariamente vincolata ad un sistema culturale e sociale nel quale si definisce e quindi sancisce cosa sia “sano” e cosa no (Szasz, 1961).

Recentemente la psicologia clinica e la psichiatria sembrano convergere su due approcci volti a bypassare questa dicotomia e gli effetti negativi che questa ha sul vissuto dei pazienti e sull’operato dei clinici. Per quanto concerne i pazienti ed  il loro ambiente sociale si cerca di promuovere interventi educativi volti a ridurre lo stigma legato alla diagnosi e far emergere la “normalità” del disagio psicologico: si veda la campagna europea Each of Us a cui ha aderito in Italia Tages Onlus (Mental Heal Europe, 2016). Per quanto concerne invece i recenti sviluppi professionali, sono sempre più in aumento gli approcci cosiddetti transdiagnostici (Harvey, Watkins, Mansell, Shafran, 2009), ovvero focalizzati su processi e meccanismi psicologici comuni a diversi cluster diagnositici e a diverse esperienze soggettive: si veda ad esempio il lavoro svolto dal Terzo Centro  di Psicoterapia Cognitiva di Roma sui disturbi di personalità (Carcione, Nicolò, Semerari, 2016).

 

Lo Staff di Tages Onlus

Bibliografia

Carcione A, Nicolò G, Semerari A (2016). Curare i casi complessi. La terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Bari: Laterza.

Craddock N & Mynors-Wallis L (2014). Psychiatric diagnosis: impersonal, imperfect and important. The British Journal of Psychiatry, 204 (2) 93-95; doi: 10.1192/bjp.bp.113.13309.

Harvey A, Watkins E, Mansell W, Shafran R (2009). Cognitive behavioural processes across psychological disorders. A transdiagnostic approach to research and treatment. Oxford: Oxford University Press.

Livingston JD & Boyd JE (2010). Correlates and consequences of internalized stigma for people living with mental illness: a systematic review and meta-analysis. Social Science & Medicine: 71(12):2150-61. doi: 10.1016/j.socscimed.2010.09.030.

Mental Health Europe (2016). Tages Onlus develops mental health prevention programes in schools. Retrieved from: http://us11.campaign-archive1.com/?u=b7677abe7e07f34e813c15eef&id=9549bdf22c

Szasz, T (1961). The myth of mental illness: foundations of a theory of personal conduct. New York: Harper & Row.