Violenza Domestica: Il Dilemma del Cambiamento

Citazione Consigliata: Soldevilla Alberti, J.M. (2017). Violenza Domestica: Il Dilemma del Cambiamento [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/09/06/violenza-domestica/

 

I recenti fatti di cronaca e l’attuale dibattito politico hanno posto al centro dell’attenzione dei media il tema della violenza sulle donne. Vista l’importanza di questo tema, abbiamo chiesto a Joan Miquel Soldevilla Alberti, docente dell’Università di Barcellona e membro del Comitato Scientifico di Tages Onlus, di scrivere un suo contributo a riguardo. Il prof. Soldevilla da anni studia il tema della “intimate partner violence” evidenziando in particolare come il vivere in un ambiente familiare violento abbia pervasive implicazioni per la valutazione diagnostica e l’impostazione di un intervento psicologico di supporto alle vittime.
E’ bene infatti ricordare come questo fenomeno sia tanto rilevante quanto sottaciuto. In Italia ogni giorno vengono commessi 11 stupri e ogni tre giorni 1 donna viene uccisa. Ma quel che maggiormente dovrebbe preoccuparci e distoglierci da sommarie semplificazioni a fini di campagna politica è che l’80% degli atti di violenza subiti dalle donne avvengono nella propria casa ed assai raramente vengono denunciati. Speriamo che il lavoro del prof. Soldevilla e di molti altri validi colleghi tenga alta l’attenzone su questo tema una volta spentesi le luci dei media.

Parlando di “Violenza di Coppia” (o Intimate Partner Violence) ci si riferisce alla presenza, all’interno di una coppia, di atti violenti reiterati da parte di un partner contro l’altro, utilizzati come modo per esercitare potere, controllo ed autorità. Va sottolineato però che questo tipo di violenza, seppur prevalentemente noto nel caso del partner maschile verso quello femminile, può avvenire anche a parti inverse o tra persone dello stesso stesso e riguarda anche i rapporti tra adolescenti (Dating Violence).
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2013 ha condotto uno studio esteso a diverse nazioni  dal quale emerge una prevalenza media globale di violenza di coppia contro le donne pari al 30%. Questo significa che 1 donna su 3 ha subito almeno una volta nella sua vita qualche violenza dal suo partner. La percentuale diventa ancor più spaventosa se si pensa che lo studio ha preso in considerazione solo le violenze di tipo fisico o sessuale tralasciando tutte le altre forme (ad esempio quella psicologica) e che non tutte le donne ammettono di aver subito una violenza per vergogna o per paura delle conseguenze. Alcune di esse, seppure vittime di violenze, non etichettano come ‘maltrattamenti’ azioni quali le condotte possessive, le squalifiche, le minacce, l’isolamento forzato dal contesto sociale o familiare, la rottura di oggetti, il ricatto emotivo o la coercizione economica. Molte donne denunciano il partner solo dopo aver subìto delle aggressioni fisiche e quelle di tipo sessuale a volte non sono neanche viste come tali poiché accadono all’interno di un rapporto di coppia. 

Per fare chiarezza il “Council of Europe – Ad Hoc Committee on preventing and combating violence against women and domestic violence” (CAHVIO, 2011) ha così definito le diverse forme di abuso:

  • La violenza fisica, che comprende tutti i tipi di aggressione corporea; 
  • La violenza sessuale, che comprende ogni attività sessuale non consensuale (ad esempio la visualizzazione di materiale pornografico o il coinvolgimento in attività affini, il sesso forzato, il traffico e lo sfruttamento nell’industria del sesso, etc.);
  • La violenza psicologica, un concetto ampio che riguarda molteplici forme di aggressioni intellettuali o morali, incluse forme di controllo, induzione del senso di colpa e ricatto emotivo;
  • La violenza economica, intesa come l’accesso inequo alle risorse condivise (ad esempio negare l’utilizzo del denaro, impedire l’accesso all’istruzione, etc.);
  • La violenza strutturale, strettamente legata a quella economica, è un tipo di violenza di natura sociale, invisibile e intangibile che impedisce la realizzazione e lo sviluppo nella società; 
  • La violenza spirituale, che comprende i comportamenti volti a costringere un’altra persona ad accettare un sistema culturale o religioso e quelli diretti ad erodere o distruggere le credenze degli altri attraverso la punizione o la ridicolizzazione;

Tutte queste forme di abuso costituiscono violenze. Ed hanno effetti negativi sulle vittime. Infatti, la donna vittima di abuso o maltrattata ricorre ai servizi sanitari (senza necessariamente denunciarne la causa) con una frequenza maggiore rispetto alle donne non maltrattate. A livello generale, si è dimostrato che l’abuso fisico o psicologico è correlato ad effetti negativi sulla salute fisica (ad esempio fibromialgia, dolori alla schiena, contusioni, problemi intestinali). È stato inoltre evidenziato il loro impatto negativo sulla gestione di malattie croniche come asma, AIDS, diabete o ipertensione. Le donne che subiscono violenza hanno un rischio tre volte maggiore di sviluppare problemi ginecologici come infertilità, dolore pelvico cronico, mestruazioni dolorose o disfunzioni sessuali. La violenza di coppia è anche legata a conseguenze sulla salute mentale quali depressione, disturbo da stress post-traumatico, disturbi psicosomatici, abuso di droghe, ansia e ideazione suicidaria.

La tradizione medica, soprattutto quella occidentale, è per sua definizione maggiormente centrata sulla patologia e sul deficit piuttosto che sul potenziale (in termini di abilità e risorse) della persona malata. Secondo questa chiave di lettura il professionista sanitario dovrebbe essere un tecnico esperto che indica al suo paziente cosa deve fare, dando poca importanza all’aderenza al trattamento e ancor meno alla congruenza del proprio intervento con l’identità del paziente. Ma questo approccio può ridurre l’efficacia del trattamento. O almeno di solito è così con le vittime di violenza. Ci può stupire infatti come alcune donne maltrattate non riescano a denunciare il partner, oppure che dopo averlo fatto vadano a ritirare la denuncia faticosamente stilata. Possiamo avere difficoltà a comprendere come sia possibile che una persona dapprima capace di avviare la separazione dal partner violento, in seguito cambi idea. Allo stesso modo, ci sembra assurdo che una donna ormai salva dal suo abusatore, lasci un rifugio sicuro per tornare da lui. Ecco ciò che ci sfugge: le persone sono pronte al cambiamento quando questo nasce dall’interno, quando sentiamo il bisogno di farlo. Per questa ragione gli operatori devono parlare lo stesso linguaggio dei pazienti, rispettando i loro contenuti. Sono molti gli aspetti di cui tener conto. Da alcune ricerche emerge che le donne vittime di violenza di coppia usino più attribuzioni morali rispetto alle donne non abusate. Ci sono poi gli aspetti identitari, quelli cioè legati al ruolo nella famiglia, allo status sociale o alla fede religiosa, che possono bloccare ogni azione di cambiamento. Inoltre alcune persone maltrattate non identificano sé stesse come quello che è socialmente considerato “una vittima”, oppure hanno ormai normalizzato il maltrattamento, magari perché sono cresciute in famiglie in cui la violenza accompagnava regolarmente le loro giornate. 

Pertanto, spesso ci sono degli elementi di “coerenza” con il proprio sé che non permettono di avviare il cambiamento verso la direzione che agli osservatori sembra, con una certa ovvietà, quella verso cui tendere. Quindi si deve tener presente che l’attore principale del cambiamento è la persona coinvolta e che ha bisogno di aiuto per farlo. Gli operatori devono dunque essere in grado di stabilire un rapporto di fiducia e confidenza, in un clima di sicurezza e collaborazione, mantenendo un interesse genuino nei confronti della persona (questo è particolarmente necessario nel caso di vittime di violenza) e devono chiedere alla persona se sta subendo una situazione di violenza quando ne hanno il sospetto, provvedendo subito ad attivare un’adeguata assistenza. Chi lavora con le vittime di maltrattamenti deve accettare anche che dopo aver stabilito un rapporto di fiducia con loro, possono esserci poca costanza verso il trattamento o dei veri e propri periodi di allontanamento. In questi casi si tende a pensare ad un problema di resistenza da parte della paziente verso l’intervento, ma per le ragioni sopra illustrate è più giusto parlare di “coerenza” con se stessi e quindi di difficoltà a pensarsi in maniera diversa.

Infine, dobbiamo ricordarci che viviamo all’interno di un sistema sociale e culturale costituito da specifiche regole, implicite ed esplicite, che ci condizionano fortemente sia a livello interpersonale che economico. Per questo il sistema politico, con servizi specializzati in grado offrire un supporto di tipo medico, legale, lavorativo e psicologico, dovrebbe controbilanciare l’effetto distruttivo che spesso ha il sistema sociale e culturale. E ciò è tanto più importante alla luce dell’aumentato rischio di subire attacchi gravi,  inclusi quelli letali, quando la donna denuncia il partner o avvia il processo di separazione. 

La violenza di coppia è un problema rilevante a livello sociale e sanitario ed ha un grande impatto sulla qualità di vita e la dignità delle persone, siano esse donne, uomini, ragazzi o ragazze. Una sfida per tutti i membri della società per la quale c’è ancora molto lavoro da fare.

 

Joan Miquel Soldevilla Alberti

Departemento de Personalidad, Evaluación y Tratamiento Psicológico

Universitat de Barcelona

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