Stop caccia

Contro natura: sulla relazione tra caccia, disastri ecologici e comportamenti antisociali

Citazione Consigliata: Cheli, S. (2026). “Contro natura: sulla relazione tra caccia, disastri ecologici e comportamenti antisociali” [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2026/09/06/contro-natura/

 

Per quanto i temi ambientali ed ecologici vengano solitamente trasmessi in fascia protetta o nascosti tra le notizie sulle pop-star e il calciomercato, qualcuno avrà notato un apparente paradosso tra alcuni titoli. Da un lato, quella che (per ora) rappresenta l’estate più calda da quando monitoriamo le temperature si è associata a oltre 35.000 morti umani in eccesso per caldo rispetto alle stime europee (la stima dell’ultimo decennio è di 30% di morti in più annui)1. Se ci addentriamo nel mondo animale l’aumento stimato di morti da calore di questa estate arriva al 70-80% per rondini e rondoni e al 50% per la fauna ittica2. Nel mondo vegetale i tassi non sono inferiori, attestandosi ad almeno un 50% di specie a rischio per aumento della mortalità3. 

Dall’altro lato, tutte le maggiori società scientifiche e NGO che si occupano di ambiente stanno chiedendo a gran voce di fermare se non del tutto, almeno temporaneamente la caccia che in questi giorni, con una regolarità che le ferrovie italiane le invidiano, sta per riniziare. Tra le società scientifiche e NGO si annoverano enti quali il WWF (la maggiore organizzazione ambientalista al mondo) e l’ISPRA (l’ente teoricamente governativo preposto a dare pareri scientifici sull’operato in materia di ambiente). È importante notare che questa condizione (che almeno io ritengo) paradossale tra crisi climatica e ripartenza della stagione venatoria è ulteriormente complicata da forti critiche di incostituzionalità (sia a livello italiano che europeo) rispetto al nuovo decreto legge legato alla caccia stessa4–5.

Nel cercare di motivare perché ritengo che vi sia un paradosso e che questo paradosso abbia implicazioni potenzialmente problematiche per noi umani e per l’ambiente, vorrei focalizzarmi su una premessa generale e due soli argomenti. La premessa è che le mie argomentazioni sono specifiche al contesto italiano ed europeo attuale e non sono generalizzabili ad ogni regione o era del mondo. Il primo argomento è ecologico e vuole indagare la relazione tra attività venatoria e disastri ambientali. Il secondo argomento è psicologico e si focalizza sulla relazione tra attività venatoria e comportamenti antisociali. 

 

Premessa: la scienza contestualizza

Tra i non molti documenti che testimoniano la risposta dei nativi americani all’arrivo degli europei, ne lessi alcuni assai interessanti. I nativi erano profondamente disorientati dal modo con cui gli europei si relazionavano a quello che possiamo definire ambiente6. I nuovi venuti uccidevano animali in un numero ben maggiore del necessario e, cosa ancor più inattesa, abbattevano intere foreste. Ai nativi questi comportamenti risultavano bizzarri, ma soprattutto insensati da un punto di vista pratico. Loro cacciavano e accendevano fuochi da migliaia di anni, quindi il tema per loro non era una sorta di ambientalismo militante. La loro sorpresa emergeva dal fatto che ritenevano che la pratica di ridare al fiume alcuni pesci pescati e tutelare il patrimonio boschivo del loro habitat andasse a loro vantaggio.

Questo paragrafo vuole ricordarci due principi assai utili quando si parla di scienza soprattutto di scienza ecologica. Il primo è che i comportamenti vanno sempre contestualizzati nell’ambiente e nel periodo in cui questi si manifestano. In questo articolo parlo di attività venatoria, non nei secoli, ma nel contesto europeo e italiano attuale. Il secondo è che se parliamo di scienza, allora dobbiamo motivare ogni affermazione con dei dati assai specifici, altrimenti ricadiamo nelle prese di posizione. Per non appesantire la lettura tutti i riferimenti bibliografici sono presenti in forma di note numeriche con link diretto alle fonti. Chi volesse verificare le mie affermazioni può dunque accedervi.

 

Argomento 1: caccia e disastri ambientali

Le motivazioni alla base del mantenimento della caccia nell’attuale contesto climatico e addirittura dell’allargamento delle specie e fasi temporali incluse nella legislazione italiana si posano su due affermazioni principali: la caccia tutela l’agricoltura e ha un ruolo di bioregolatore per l’ambiente nel suo insieme. Per quanto l’espressione usata di cacciatori come “bioregolatori” possa aprire a una facile ironia, cerchiamo di affidarci alle evidenze scientifiche.

Partiamo dunque dall’agricoltura. La narrativa proposta affermerebbe che i cacciatori agiscono da bioregolatori in quanto selettivamente eliminano specie dannose che compromettono i raccolti e quindi l’economia agro-alimentare (riduzione della produzione e delle entrate dei coltivatori). Questa narrativa è stata più volte smentita da numerosi dati scientifici pubblicati in primis da enti governativi e quindi preposti a supportare le scelte politiche. Sfortunatamente, i politici sembrano spesso evitare le evidenze scientifiche7. Una delle più recenti è stata condotta proprio in un paese europeo: ovvero la Francia7. La premessa è che ogni anno in Francia seguendo questa narrativa della cosiddetta caccia di selezione si abbattono 1.7 milioni di volpi, mustelidi e corvidi che si presuppone compromettano le attività agro-alimentari. Lo studio in questione, promosso da CNR francese, Università Sorbonne e Museo di Storia Naturale, ha analizzato quasi 10 anni di dati su costi e vantaggi economici della caccia per il settore agro-alimentare. I risultati sono assai chiari: il costo dei vertebrati cosiddetti infestanti è almeno 6 volte inferiore a quello della caccia (8-23 milioni di euro vs 103-123 milioni di euro). Quindi non solo la caccia non incide realmente sui danni all’agricoltura (restano invariati), ma addirittura genera ogni anno un costo enorme (oltre 100 milioni di euro per la sola Francia).

Questo dato economico è forse meglio comprensibile se lo inseriamo all’interno delle dinamiche ecologiche che spiegano gli effetti nocivi della caccia sulla capacità degli ecosistemi di autoregolarsi. Anticipando brevemente le conclusioni: la natura ha già i suoi bioregolatori! Un articolo recentissimo pubblicato da Science8 rimarca e riconferma due principi ecologici fondamentali. Primo, la biodiversità (e quindi la tutela della biodiversità) è la migliore garanzia sulla tenuta di un ecosistema. Secondo, competizione ed evoluzione interagiscono naturalmente tra di loro favorendo la sopravvivenza di tutte le specie coinvolte. Nello studio confrontavano proprio la differenza tra interazioni competitive naturali e quelle artificiali come la caccia. È la prima (e non la seconda) a tutelare gli ecosistemi e le singole specie. La cosiddetta caccia selettiva ha evidenziato praticamente tutto questo. L’ISPRA ha documentato come la caccia al cinghiale non riduca la diffusione di questa specie, ma anzi la favorisca9. Una pressione selettiva artificiale esterna (la caccia) spinge i cinghiali a riprodursi più velocemente. Similmente, l’abbattimento di lupi favorisce la frammentazione dei branchi e la dispersione dei singoli individui con l’effetto di aumentare (sic!) gli attacchi ai greggi che vivono in zona10. Per inciso non si riportano dal dopoguerra a oggi casi di umani uccisi dai temuti lupi, mentre solo negli ultimi 10 anni le persone uccise da cacciatori durante la caccia sono oltre 20011. L’impatto assai poco bioregolatore della caccia diviene ancora più evidente se si indagano gli effetti del piombo (contenuto nelle pallottole disperse durante le attività venatorie) su terreni agricoli e boschivi, includendo quindi il patrimonio agroalimentare e le falde acquifere12.

 

Argomento 2: caccia e comportamenti antisociali

Chi scrive è un clinico, con un focus specifico sulla valutazione e il trattamento dei disturbi di personalità. Capirete forse come una notizia uscita alcune settimane fa mi abbia assai sorpreso suggerendo un link su cui mi sono interrogato. La notizia era relativa a un reportage per cui alcuni membri della polizia provinciale hanno denunciato la presenza di forme di discriminazione a tema ambientale all’interno delle forze dell’ordine. Tutto era nato da alcuni concorsi pubblici in cui tra i criteri di selezione vi era esplicitamente il sentirsi a proprio agio nell’uccidere animali e il testo riportato nel questionario di valutazione era assai specifico e cruento. Il testo recitava infatti: “Sei in aperta campagna dopo avere eviscerato un animale. Sei sporco di sangue e resti biologici del contenuto stomacale. Ti accorgi di esserti dimenticato una tanica dell’acqua per poterti pulire e devi risalire in auto. Come pensi di fare?”13. Casting del nuovo Rambo? No, bando della polizia provinciale di Treviso!

Quando noi clinici indaghiamo la presenza di disturbi di personalità una delle aree è proprio relativa a chiedere se da giovane la persona “ha mai fatto del male o torturato intenzionalmente degli animali?”. E se la persona dice sì, si va a indagare “Cosa faceva esattamente? È successo più di una volta?”. L’abitudine a far del male intenzionalmente o torturare gli animali, se confermata nella sua stabilità nel tempo, è infatti uno dei criteri per la diagnosi di disturbo antisociale di personalità (condizione caratterizzata da un modello costante di disprezzo, violazione e inosservanza dei diritti e delle norme)14. Questo non significa che chiunque eserciti la caccia o abbia fatto del male a degli animali soddisfa i criteri per tale disturbo. Come premesso, dobbiamo evitare generalizzazioni e ancorarci alle evidenze. Sicuramente, da clinico mi hanno sorpreso le assonanze tra il bando e le domande che usiamo in salute mentale, dando per scontato un ruolo civico delle forze dell’ordine e non certo antisociale! E infatti, il mio dubbio sta proprio in questo: perché si è pensato di dare per scontato una funzione prosociale della caccia? Visto soprattutto che nel primo argomento di questo articolo si è evidenziato come sia difficile sostenerne oggi in Europa una sua reale utilità.

Evitando di indagare le istanze politiche e sociologiche che motivano i fautori delle attuali leggi sulla caccia, cerchiamo in questa parte finale di capire se vi siano delle spinte o comportamenti antisociali associate all’attività venatoria in contesti come quelli in cui viviamo (vedi premessa: siamo in Europa nel 2026, non nativi americani del 600’). Questo per ribadire come la scienza deve essere ancorata a evidenze specifiche. Alcuni studi suggeriscono addirittura che i criteri stessi che utilizziamo per valutare i tratti antisociali nelle popolazioni occidentali non sarebbero applicabili a quelle aborigine15.

Tra i molti studi disponibili riassumo i risultati di due condotti su campioni occidentali. Nel primo si evidenziò che persone che avevano più elevati tratti manipolativi, antagonistici e narcisistici avevano una maggiore tendenza alla crudeltà non solo verso i propri simili ma anche verso gli animali16. Nel secondo condotto su due diversi campioni si confermò che anche generici comportamenti antisociali (verso gli uomini) erano associati ad atteggiamenti e comportamenti negativi nei confronti degli animali17. In particolare tanto maggiori erano i comportamenti antisociali tanto maggiore era la probabilità che la persona praticasse o fosse a favore della caccia (e della pesca) e tanto minore la probabilità che fosse a favore dei diritti degli animali e della tutela dell’ambiente. È interessante notare che in entrambi questi studi gli autori evidenziano che gli atteggiamenti antisociali travalicano i confini tra le specie.

 

Conclusione

Non è solo una questione ecologista il ritenere che l’essere umano non risieda alla cima di una piramide e debba sottomettere a sé tutte le altre specie. È un’evidenza ben più ampia quella che suggerisce che chi è irrispettoso del valore della vita lo è a prescindere dalla specie in questione. E dunque la scienza attuale suggerisce che atteggiamenti e comportamenti di rispetto delle altre specie si associano a una maggiore probabilità di rispetto verso i propri conspecifici. Pertanto, vi è speranza! Dobbiamo ricordarci che questi atteggiamenti sono modificabili nei termini di una maggiore prosocialità e rispetto verso i propri conspecifici e i membri delle altre specie18. E interventi educativi e sociali possono orientare gli atteggiamenti verso l’altro, comunque vogliamo definire cosa sia quest’altro.

 

Simone Cheli, PhD

 

Note blibliografiche

1. Henley, J. (2026, August 25). At least 35,000 excess deaths recorded in Europe’s back-to-back heatwaves. The Guardian. https://www.theguardian.com/environment/2026/aug/25/at-least-35000-excess-deaths-europe-back-to-back-heatwaves

2. Pan-European Common Bird Monitoring Scheme. (2026). Report on the Pan-European Common Bird Monitoring Scheme (June 2026). https://pecbms.info/report-on-the-pan-european-common-bird-monitoring-scheme-june-2026/

3. Schneider, P., et al (2026). Rising tree mortality in France is associated with distinct seasonal climate anomalies. Nature Communications, 17, Article 74613. https://www.nature.com/articles/s41467-026-74613-9

4. Senato della Repubblica. (2026). Questione pregiudiziale n. QP2 al DDL n. 1552 recante modifiche in materia venatoria. https://www.senato.it/show-doc?leg=19&tipodoc=EMEND&id=1510394&idoggetto=1462229

5. Bonini, E. (2026, August 28). Hunting reform: Brussels warns and assists Italy, saying some aspects may breach EU rules. Eunews. https://www.eunews.it/en/2026/08/28/hunting-reform-brussels-warns-and-assists-italy-saying-some-aspects-may-breach-eu-rules/

6. Ferlan, C. (2025). Il lungo sentiero. La storia mai conclusa dei nativi nel Nordamerica. Il Mulino. https://www.google.it/books/edition/Il_lungo_sentiero/CuCA0QEACAAJ?hl=en

7. Greenpeace Italia. (2026). 7 falsità sul ddl caccia: analisi critica e dati sul settore agro-alimentare [Articolo di approfondimento e campagna istituzionale]. https://www.greenpeace.org/italy/storia/31475/7-falsita-sul-ddl-caccia/

7. Jiguet, F., et al. (2026). Ecological and economic assessments of native vertebrate pest control in France. Biological Conservation, 296, 111719. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0006320726000273

8. Leonard, S. J.et al. (2026). Eco-evolutionary feedback reshapes competitive dynamics in an orchard fly system. Science, 393(6812), eaee8723. https://www.science.org/doi/10.1126/science.aee8723

9. Parco Regionale dei Castelli Romani. (2026). Ente Parco Castelli Romani: Amministrazione e tutela ambientale [Sito istituzionale]. https://www.parcocastelliromani.it/s/content/92003020580/1663676620.4067

10. Wielgus, R. B., & Peebles, K. A. (2014). Effects of wolf mortality on livestock depredations. PLOS ONE, 9(12), e113505. https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0113505

11. Associazione Vittime della Caccia. (2026). Dossier statistico sulle vittime umane e gli incidenti legati all’attività venatoria in Italia [Rassegna stampa e dati osservatorio]. https://www.vittimedellacaccia.org/

12. Desforges, J. P., et al. (2021). Environmental pollution and toxicological impact of lead ammunition on ecosystems and groundwater. Chemosphere, 271, 129532. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0045653521038984

13. Alex, G. (2026). Polizia provinciale: assunto solo chi è a favore della caccia. Il Manifesto. https://ilmanifesto.it/polizia-provinciale-assunto-solo-chi-e-a-favore-della-caccia

14. American Psychiatric Association. (2026). Disturbo antisociale di personalità. In MSD Manuals (Edizione Professionale). https://www.msdmanuals.com/it/professionale/disturbi-psichiatrici/disturbi-della-personalit%C3%A0/disturbo-antisociale-di-personalit%C3%A0

15. Fullarton, I. M. (2023). The assessment of psychopathy in Indigenous and non-Indigenous Australian forensic populations: A systematic review and COSMIN evaluation of the PCL-R, PCL: SV, and PCL: YV [Master’s thesis, Murdoch University]. Murdoch University Research Portal. https://researchportal.murdoch.edu.au/esploro/outputs/graduate/The-assessment-of-psychopathy-in-Indigenous/991005693761407891

16. Kavanagh, P. S., et al. (2013). The Dark Triad and animal cruelty: Dark personalities, dark attitudes, and dark behaviors. Personality and Individual Differences, 55(6), 666–670. https://psycnet.apa.org/doi/10.1016/j.paid.2013.05.019

17. Hopwood, C. J., & Bleidorn, W. (2021). Antisocial personality traits transcend species. Personality Disorders: Theory, Research, and Treatment, 12(5), 448–455. https://doi.org/10.1037/per0000463

18. Cheli, S., & Brüne, M. (2026). The Ecological Turn in Psychotherapy: One Health Approach and Beyond. In M. Brüne & S. Cheli (Eds.), The Evolution of Psychotherapy: Applying Evolutionary Theory to Mental Health Care (pp. 385–402). Springer Nature. https://doi.org/10.1007/978-3-032-27009-2_18

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