I Pionieri: Kelly e le Anticipazioni Personali

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George Alexander Kelly (1905-1967) rappresenta uno di quegli autori che sembra risvegliare giudizi e prese di posizioni assai disparate. Abbiamo, oltre agli irrinunciabili ‘chi era costui?’ che affollano le aule e gli studi di psicologia, una nutritissima schiera dei ‘certo che lo conosco ma non nel dettaglio’. Questa categoria di conoscitori di Kelly lo considera uno dei Founding Fathers della moderna psicologia, che non puoi non conoscere, ma che comunque si colloca in un tempo ed in uno spazio troppo distante per esser pienamente compreso. Vi è poi una accanitissima minoranza di ‘Kelly è il mio maestro’ che ne parla come colui che unico e solo abbia disvelato i segreti della mente umana (o meglio dell’esperienza umana, poichè mente apparirebbe ad un Kelliano D.O.C.G. un termine fortemente dualista e quindi visceralmente deprecabile).

Fortunatamente vi sono anche autori e semplici praticanti della psicologia che considerano George A. Kelly una tappa fondamentale non solo della storia, ma anche del pensare la propria disciplina, a prescindere da quanto e in che misura abbiano fatto proprio il pensiero del padre della Personal Construct Psychology (PCP). In questa via media, si è incamminato, ad insaputa della maggioranza dei ‘certo che lo conosco ma non nel dettaglio’ e dei ‘Kelly è il mio maestro’, lo stesso Aaron Temkin Beck che più volte, nel narrare la storia della Cognitive Behavioral Therapy (CBT) da lui fondata, ha rinosciuto a Kelly il ruolo di fore-runner e all’approccio credulo kelliano l’ispiratore del collaborative empiricism CBT (Beck & Weishaar, 2010). Al contempo, pur criticandone vari aspetti teorici e clinici, sia Carl Rogers che Jerome Bruner (Bruner & Rogers, 1970) hanno avvicinato Kelly al proprio modello considerando la sua PCP una variatio rispettivamente della psicologia umanistica o cognitivista.

Ma chi era George A. Kelly? Nel cercare di rispondere a tale domanda si incorre nella peculiarità delle fonti bibliografiche con cui ci si confronta sempre con autori di nicchia. Il materiale scientifico è limitato e solitamente affidato a prospettive se non agiografiche quanto meno fortemente benevole nei confronti del maestro in questione. Abbiamo alcuni brevi riflessioni storiografiche all’interno di articoli e capitoli di allievi e collaboratori dello stesso Kelly (e.g. Hinkle, 2003; Katkovsky, 2009) e fondamentalmente un unico libro scritto da colei che assieme a Donald Bannister ha introdotto e diffuso la PCP in Europa: Fay Fransella (1995). Inoltre, dobbiamo confrontarci con una paralizzante scarsità di fonti dirette (leggasi citazioni e riferimenti bibliografici) nella produzione scientifica di Kelly, che sia i suoi contemporanei (Bruner, 1956, p. 357) che gli attuali storici (Benjafield, 2008, p. 239) gli rinfacciano da sempre. Possiamo quindi districarci da questo insieme di impasses solo ricollocando Kelly e la sua opera nel tempo in cui è vissuto e assumendo che non debba sostenere per noi il peso del nostro bisogno di semplificazione o affiliazione.

E, magari, possiamo seguire il consiglio delle stesso Kelly nel comprendere il vissuto soggettivo di ogni persona. Kelly assume che ogni uomo sia uno scienziato constantemente e naturalmente impegnato a “predire e controllare il corso degli eventi con cui si confronta” (Kelly, 1955, p. 5). Uno scienziato moderno, che non indulga al positivismo, ma che bensì consideri come le sue teorie del mondo diano senso al mondo stesso. Lo scienziato kelliano è uno scienziato falsificazionista (Mancini & Semerari, 1985) che crede che “tutta la vita sia risolvere problemi” (Popper, 1999, p. 7) confrontandosi rigorosamente con le proprie ipotesi ed esperimenti. Il cosiddetto postulato fondamentale della PCP assume infatti che “i processi di una persona sono psicologicamente canalizzati dal modo con cui questa anticipa gli eventi” (Kelly, 1955, p. 46) ovvero dal modo con cui “costruisce delle repliche” (Kelly, 1955, p.50) degli eventi stessi e le mette a verifica, come farebbe appunto uno scienziato. Così il concetto di anticipazione diviene sufficientemente operativo e in-definito da esser di volta in volta interconnesso ai concetti di costrutto, costruzione ed esperienza: noi siamo il nostro tentativo fallibile, irrinunciabile e incessante di dare senso a noi stessi e al nostro mondo.

Se applichiamo questi principi a Kelly stesso possiamo forse più facilmente districarci tra semplificazioni e affiliazioni e considerlo uno scienziato del suo tempo con le sue fallibili, irrinunciabili ed incessanti anticipazioni. Innanzitutto non possiamo non considerare il ruolo fondamentale  che ha avuto la scienza (in senso di hard science) nella sua formazione personale e professionale. Kelly inizia la sua carriera universitaria nell’ambito dell’ingegneria riconoscendo alla matematica una funzione costitutiva nella comprensione dell’esperienza umana al punto da dedicarle un capitolo intero nel suo opus magnum e, non a caso, il capitolo relativo alla teoria dell’assessment costruttivista (Kelly, 1955, pp. 267-318). Per una serie di interessi personali e casualità pratiche Kelly si trova a dover intervallare i propri studi ingegneristici con l’insegnamento, scoprendo come utilizzare, o meglio utilizzando costruttivamente, le proprie conoscenze matematiche nella comprensione/anticipazione del suo ruolo educativo. Tutte queste diverse istanze trovano infine uno spazio condiviso nel momento in cui si candida e vince una borsa per un Bachelor of Education all’Università di Edinburgo con Sir Godfrey Hilton Thomson, ovvero colui che tra i primi fromalizzò l’utilizzo di un modello matematico-statistico (analisi fattoriale) nello studio delle variabili psicologiche (intelligenza).

Pur scusandoci per questa lunga digressione introduttiva, riteniamo possa essere d’aiuto nello sfatare il mito del genio solitario introdotto da Bannister (Fransella, 1995, p. 5) e ricollocare il pensiero di Kelly nel suo tempo. Prendiamo ad esempio i concetti di costrutto e griglia di repertorio probabilmente noti anche ai non aficionados della PCP. Ebbene, questi due concetti sono tanto centrali in Kelly, quanto ancorati al suo tempo. Il lemma costrutto è un lemma tecnico della matematica e della statistica a partire almeno dagli anni 30′: l’astrazione volutamente creata da uno scienziato al fine di concettualizzare delle variabili latenti che, una volta individuate, dovrebbero aiutarci a comprendere una matrice di dati. Kelly traspone questa prospettiva al vissuto soggettivo di una persona. Il costrutto, la matrice di dati, le variabili latenti divengono caratteristiche personali di un soggettivo spazio psicologico. La mia esperienza è comprensibile ed inquadrabile considerandola una matrice di costruzioni con una struttura assai simile a quella di una matrice matematica. Se io voglio comprendere rigorosamente l’esperienza soggettiva devo pertanto definire quali siano i dati da prendere in considerazione e poi analizzarli coerentemente. La griglia di repertorio è il metodo inventato da Kelly per trasporre il vissuto soggettivo in una matrice di dati numerici su cui poi applicare l’analisi fattoriale ed individuare le variabili latenti, verificando quindi i costrutti ipotizzati (tanto dal paziente-scienziato che dal terapeuta-scienziato).

Questo approccio matematico e scientifico è del tutto (!) coerente con la cosiddetta epoca d’oro della psicologia americana in cui Kelly visse (Evans, Sexton & Cadwallader, 1992). Da un lato il modello educativo e pratico su cui la psicologia decide di convergere (e sancito dalla Boulder Conference del 1949) propugna una continuità, se non identità, tra il clinico ed il ricercatore ed una centralità dell’approccio scientifico alla diagnosi e al trattamento (Baker & Ludy, 2000). Ed infatti Kelly formula, implementa e testa ben 5 diverse versioni del manuale interno di diagnosi e trattamento utilizzato nella sua clinica universitaria (Kelly, 1941), avvicinandosi sempre più al format definitivo delle griglie di repertorio e della PCP (Kelly, 1938). Dall’altro nonostante la reticenza (che poi tenteremo di spiegare) a riportare nel suo opus magnum (Kelly, 1955) le fonti bibliografiche non possiamo dimenticarci di due elementi apparentemente contraddittori rispetto a tale presunta aulica reticenza. Nei punti cruciali in cui Kelly formula i fondamenti della sua teoria non può non citare autori che, agli occhi dei contemporanei e nostri, tracciano chiaramente una rotta tra ciò che sta prima della PCP e ciò che la segue. Le anticipazioni dello scienziato Kelly si fondano su tre referenti intellettuali: (i) l’approccio credulo kelliano vuole sviluppare l’osservazione partecipe di Harry Stuck Sullivan (Kelly, 1955, p. 174) come unica via percorribile a co-costruire un percorso terapeutico col paziente; (ii) l’alternativismo costruttivo, ovvero il fondamento filosofico della PCP, è apertamente debitore della Semantica Generale di Alfred Korzybski nella convinzione che ogni costruzione personale sia altro da quel che chiamiamo realtà (Kelly, 1955, p. 360); (iii) quella che Kelly considerava il primus inter pares degli approcci psicoterapeutici della PCP, la cosiddetta terapia del ruolo fisso, nasce da ripensare come nell’opera di Jakob L. Moreno vengono concettualizzati ed applicati i costrutti di ruolo, incontro e relazione (Kelly, 1955, p. 361).

Giungiamo quindi a come la rotta kelliana sia proceduta dopo Kelly stesso all’interno (i Kelliani D.O.C.G. non ce ne vogliano) del moderno mainstream (Cheli, Gios, Soldevilla & Velicogna, 2016). E’ innegabile come la CBT standard, ovvero l’approccio oggi maggioritario, riconosca in Kelly uno dei suoi precursori nel ridefinire il ruolo della terapia (Semerari, 1990), sdoganando per sempre la percorribilità del tener assieme rigore scientifico del terapeta e soggettività del paziente. Al contempo quando Stephen C. Hayes conia il termine Terza Onda della CBT, rivendicando al suo e ad altri approcci un modo nuovo di intendere la terapia rispetto alla CBT standard, rimarca come una delle fonti ispiratrici di questo nuovo vento della psicoterapia sia stata la rinascita degli approcci costruttivisti degli anni 80′ (Hayes, 2004). Ed infatti possiamo rintracciare un iter evolutivo che fa di Kelly uno dei traghettatori in grado di interconnettere le intuizioni di Sullivan, Korzybski, Moreno e tanti altri ad alcuni moderni trend come: (i) il passaggio da modelli patologizzanti a processi trandiagnostici; (ii) il costante focus sulla dimensione ermeneutica e soggettiva del paziente; (iii) un approccio dimensionale-processuale alla diagnosi; (iv) una sorta di rinascita del tema della relazione sia all’interno del setting terapeutico tra paziente e terapeuta stesso, sia al di fuori nel vissuto quotidiano di ognuno di noi (Cheli, 2017).

Giungiamo quindi a formulare un’ipotesi della famigerata reticenza di Kelly alle citazioni e ai riferimenti bibliografici. Costruttivisticamente quel che proponiamo è un’ipotesi suscettibile a revisione che prende le mosse da considerare assai personale e nucleare l’asserzione di Kelly stesso per cui tale centralità della revisione “possa salvare lo scienziato da molta ansia, ricordandogli come convinzioni flessibili e rimpiazzabili siano in grado di dargli una sorta di indipendenza dalla propria stessa teoria” (Kelly, 1955, p. 31). Una persona fortemente impegnata a sviluppare una teoria falsificabile, con un brackground tanto idiosincratico e poco accademico, in un’era della psicologia così in fermento, si è forse trovata a suo agio a lasciarsi il più possibile aperte tutte le strade. I suoi allievi ricordano quanto fosse recalcitrante a pubblicare l’ormai famoso ‘manuale interno’ (Kelly, 1941) e lui stesso ha più volte ricordato come considerasse le sue e le altrui teorie formulazioni ben lungi dalla verità (Kelly, 1969). Infine, i giudizi dei contemporanei che cercavano di portarlo di volta in volta sul fronte cognitivista (Bruner, 1956) o su quello umanistico (Bruner & Rogers, 1970) devono aver delineato una via politica di salvezza nel minimalismo bibliografico e ideologico. Ciò non toglie, a smentita di un altro ricorrente stereotipo sul ‘solitario’ Kelly, che questi fosse ben presente e partecipe alla vita del suo tempo, al punto da esser eletto presidente della Clinical Division dell’American Psychological Association e presidente dell’American Board of Examiners in Professional Psychology.

Al di là delle nostre teorie, quel che è certo che sino alla fine del suo viaggio Kelly rimarcò come “la  verità  più importante che mai conosceremo nelle nostre vite è la verità delle relazioni umane ” (Hinkle, 2000 , p. 223 ) ed è nell’incontro con persone, non con testi e teorie accademiche, che noi siamo realmente terapeuti.

 

 

Tages Onlus Staff

 

Bibliografia

Baker, D. B. &  Ludy, B.T. (2000). The Affirmation of the Scientists-Practitioner: a Look Back at Boulder. American Psychologist. 55 (2): 241–247.

Beck, A.T., & Weishaar, M. (2000). Cognitive therapy. In R.J. Corsini & D. Wedding (Eds), Current psychotherapies, sixth edition, pp. 241-272. Itasca, IL: Peacock Publishers.

Benjafield, J.C. (2008). George Kelly: Cognitive Psychologist, Humanistic Psychologist, or Something Else Entirely? History of Psychology, 11(4): 239–262.

Bruner, J. S. (1956). A Cognitive Theory of Personality. [Review of the book The Psychology of Personal Constructs. Vol. I: A Theory of Personality. Vol. II: Clinical Diagnosis and Therapy. G. A. Kelly]. Contemporary Psychology, 1(12), 355-357.

Bruner, J.S., & Rogers, C.S. (1970). Two critical Comments on G. A. Kelly’s Psychology of Personal Constructs. In J. C. Mancuso (Ed.), Readings for a Cognitive Theory of Personality. New York: Holt, Rinehart and Winston.

Cheli, S., Gios, L., Soldevilla-Alberti, J.M., & Velicogna, F. (2016). Retour à Kelly: A historiographical tracing back, or rather on the future of constructivism in psychology. XIIIth European Personal Construct Association Conference, July 2016, Galzignano Terme, Padua, Italy.

Cheli, S. (2017). An Attempt to Epistemologically Ground Current Psychotherapy. On the Comergence of Human Complex Systems. Proceedings of the 61st Annual Meeting of the International Society of Systems Sciences (In press).

Evans, R.B., Sexton, V.S., & Cadwallader, T.C. (1992). The American Psychological Association: A Historical Perspective. Washington: APA Press.

Fransella, F. (1995). George Kelly. London: SAGE.

Hayes, S. C. (2004). Acceptance and commitment therapy, relational frame theory, and the third wave of behavioral and cognitive therapies. Behavior Therapy, 35(4):639-665.

Hinkle, D. (2000). Burning Point. Tajique, NM: Alamo Square Press.

Katkovsky, W. (2009). On George Kelly: A Perspective After Five Decades. In L.M. Leitner & J.C. Thomas (Eds.), Personal Constructivism: Theory and Applications. New York: Pace University Press.

Kelly, G. A. (1938). A method of diagnosing personality in the psychological clinic. Psychological Record, 2, 95-111.

Kelly, G. A. (1941). Handbook of Psychological Clinic Procedure (5th Ed.). Hays, KS: Fort Hays Kansas State College.

Kelly, G.A. (1955). The Psychology of Personal Constructs. New York, NY: Norton & Company.

Kelly, G.A. (1969). Man’s Construction of His Alternatives. In B. Maher (Ed.), Clinical Psychologya and Personality. The Selected Papers of George Kelly. New York: Wiley & Sons.

Mancini, F. & Semerari, A. (1985). Kelly e Popper: una teoria costruttivista della conoscenza. In F. Mancini & A. Semerari La Psicologia dei Costrutti Personali. Saggi sulla Teoria di G.A. Kelly. Milano: Franco Angeli.

Popper, K. (1999). All Life is Problem Solving. London: Routledge.

Semerari, A. (2000). Storia, Teorie e Tecniche della Psicoterapia Cognitiva. Bari: Laterza.

 

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