LA PSICOTERAPIA CON LE PERSONE SORDE: L’IMPORTANZA DELLA LINGUA DEI SEGNI

Citazione consigliata: Palombo, C. (2018). La psicoterapia con le persone sorde [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2018/03/07/la-psicoterapia-con-le-persone-sorde/

Iniziare una psicoterapia presuppone un contributo molto importante da parte del paziente: decidersi a telefonare per fissare il primo colloquio è spesso fonte di una certa ansia ed anche il primo colloquio stesso può essere vissuto con imbarazzo (Porter, 1999). Queste sensazioni di disagio possono essere ancora più accentuate nelle persone sorde, le quali, oltre alla difficoltà personale o relazionale, trovano difficoltà nel sostenere una comunicazione “libera”. Ogni individuo sordo in condizione di disagio va accolto e compreso, prescindendo dal frequente pregiudizio per cui, conoscendo la sordità, si è in grado di conoscere anche il sordo: egli è uno sconosciuto, negli stessi termini in cui lo è ogni persona che si rivolge ad uno psicoterapeuta (Bosco, 2015). Le persone sorde possono comunicare in modi diversi, che possiamo descrivere come un continuum i cui estremi sono rappresentati, da un lato, dall’uso esclusivo della lingua parlata e, dall’altro, dall’uso privilegiato della Lingua dei segni italiana (LIS) (Bosco, Mancini, D’Agosta, 2011); attraverso la parola o il segno, il paziente è invitato ad esplorare le problematiche emotive e relazionali fonti di sofferenza e messo di fronte ad una grande opportunità di crescita e di comprensione di sé e delle sue modalità di dare significato alla realtà (Porter, 1999).

Ma come creare un contesto comunicativo agevole per le persone sorde? Elemento fondamentale è che il team in cui opera il terapeuta sia in grado di comunicare agevolmente, utilizzando anche la LIS, dal momento che le persone sorde segnanti valutano positivamente l’uso dei segni da parte degli udenti, al di là della maggiore o minore fluenza nel segnare (Young, Ackerman, Kyle, 2000). Anche la disponibilità di tempo rappresenta un fattore fondamentale per costruire un ambiente in cui le persone sorde possano sentirsi a proprio agio, sia durante i primi contatti, sia negli incontri successivi. È necessario prevedere un lasso di tempo adeguato, più ampio rispetto ai 45-50 minuti solitamente dedicato ai pazienti udenti, ed è inoltre opportuno prevedere il tempo necessario per un report scritto, da stilare subito dopo l’incontro; è importante evitare di perdere il contatto visivo e di interrompere il segnato per prendere appunti (Glickman, 2009).

La scelta di usare il linguaggio preferito dalla persona sorda rappresenta la chiave per accedere alla relazione, indipendentemente dall’approccio terapeutico che si intende seguire: l’importanza di una modalità comunicativa adeguata è infatti dimostrata dalle testimonianze di errori di interpretazione, fraintendimenti e diagnosi erronee da parte di team non esperti nel relazionarsi con le persone sorde (Cole, Zdanowicz, 2010).

Per un corretto inquadramento diagnostico è fondamentale porre attenzione agli strumenti valutativi utilizzati. Gli Standards for Educational and Psychological Testing (American Psychological Association, 1985) mettono in guardia a proposito dell’affidabilità dei risultati ottenuti tramite test per i quali é necessaria al paziente sordo la dimostrazione delle proprie competenze in una lingua verbale: è quindi da preferire l’uso di test non verbali. Si considerano tali i test che riducono al minimo l’influenza della competenza linguistica sul contenuto ed in cui il linguaggio, al di là delle consegne necessarie, non rappresenta né lo stimolo né la risposta (Bosco, 2015). La maggior parte delle ricerche ha indagato l’appropriatezza delle Scale Wechsler: l’utilizzo di queste scale con le persone sorde ha condotto generalmente a risultati positivi; altri test cognitivi non-verbali, utilizzati con le persone sorde, sono le Matrici Progressive di Raven e la Leiter International Performance Scale-Revised.

Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI), ampiamente impiegato per la valutazione delle persone udenti, è stato giudicato da diversi autori come inappropriato per la popolazione sorda a causa del livello di competenza richiesto in lettura e l’inappropriatezza di alcuni specifici item. Una psicologa statunitense, Barbara Brauer, nel 1993, ha condotto uno studio per adattare lo strumento in questione al fine di ottenere una versione in lingua dei segni americana (ASL) del MMPI ma, nel nostro Paese, non è stato ancora compiuto nessun adattamento in LIS; per la valutazione della personalità possiamo fare affidamento anche sul test di Rorschach ed il Thematic Apperceprion Test (Kitson, Thacker, 2000).

Tornando alla diade paziente sordo-terapeuta, Porter (1999) parla di due soluzioni:

  • La prima soluzione, dove il terapeuta conosce la lingua dei segni e comunica direttamente con i pazienti.
  • La seconda soluzione, che prevede la presenza dell’interprete.

 

Secondo Bosco (2015), per il terapeuta è essenziale conoscere la LIS, non solo per essere in grado di comunicare direttamente con i sordi, ma anche per esperire direttamente la rilevanza dell’insieme di quei fattori che facilitano lo scambio con coloro che utilizzano di preferenza il linguaggio verbale, ed integrano la percezione uditiva con i dati derivanti dagli altri canali sensoriali, per arrivare ad una piena o comunque migliore comprensione del messaggio verbale e ad un maggior controllo dell’ambiente. Un terapeuta che non conosce la LIS, anche se riuscisse contemporaneamente ad ascoltare l’interprete ed a rivolgere l’attenzione visiva al segnante, non sarebbe in grado di apprezzare la componente non linguistica della LIS, né tanto meno di riconoscere lo stile linguistico, la ricchezza o povertà dei segni utilizzati, l’adeguatezza o meno delle configurazioni. Inoltre la postura del corpo, le espressioni del volto, l’emissione di sonorità non verbali possono assumere un significato sia linguistico che affettivo, impossibile da discriminare correttamente se non si possiede confidenza con la LIS.

Secondo De Bruin e Brugmans (2006), invece, l’interprete della lingua dei segni rappresenta un’opzione preziosa per ogni tipo di terapia, che sia individuale, sistemica o di gruppo poiché, quando terapeuta ed interprete lavorano in maniera ottimale, si può aumentare il potere terapeutico della sessione. Gli autori evidenziano inoltre che presso il PsyDon, divisione dell’Istituto per la salute mentale che si occupa della cura psicologica e psichiatrica delle persone sorde, tutto lo staff ha frequentato corsi della lingua dei segni focalizzati su tematiche di salute mentale.

Alla luce di quanto detto sopra si auspica una maggiore attenzione verso le specifiche esigenze di questi pazienti al fine di dare voce al meglio ai loro nodi di disagio e al loro benessere psicologico.

 

Dott.ssa Caterina Palombo

Tirocinante presso Tages Onlus

 

Bibliografia

 

Bosco, E. (2015). Psicoterapia con le persone sorde. Metodo e casi clinici. Roma: Carocci.

Bosco, E., Mancini, P., D’Agosta, L. (2011). Formal use of visual gestural channel in paediatric cochlear implant users: whys and whereforers. International Journal of Pediatric Otorhinolaringology, 75, p. 72.

Cole, P., Zdanowicz, N. (2010). Does It Exist? A Psychopathology of Deafness. Psychiatria Danubina, 22, pp. 114-6.

De Bruin, E., Brugmans, P. (2006). The Psychotherapist and the Sign Language Interpreter. Journal of Deaf Education, 11(3), pp. 360-8.

Glickman, N. (1986). Cultural Identity, Deafness and Mental Health. Journal of the Rehabilitation of the Deaf, 20(2), pp. 1-10.

Kitson, N., Thacker, A. (2000). Adult Psychiatry. Mental Health and Deafness, pp. 285-96.

Porter, A. (1999). Sign-Language Interpretation in Psychotherapy with Deaf Patients. American Journal of Psychotherapy, 53(2).

Young, A., Ackerman, J., Kyle, J. (2000). On Creating a Workable Signing Environment: Deaf and Hearing Perspective. Journal of Deaf Studies and Deaf Education, 5(2), pp. 186-95.

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