I Pionieri: Jackson e l’Omeostasi Familiare

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Chiunque lavori nell’ambito della psicoterapia e si sia confrontato con gli studi della Scuola di Palo Alto, con la Terapia Sistemica Familiare, con i costrutti di double bind od omeostasi familiare, con l’opera di Gregory Bateson, Paul Watzlawik o Mara Selvini Palazzoli, avrà notato in bibliografia il nome di Donald DeAvila Jackson, solitamente abbreviato in Don D. Jackson (28 Gennaio 1920 – 29 Gennaio 1968). Per il ruolo pionieristico da lui svolto nella psicoterapia, per la brevità della sua carriera e per la trasversalità delle sue intuizioni appare però oggi come una sorta di figura sbiadita nel tempo di cui difficilmente se ne comprende la grandezza.

La traiettoria professionale di Don D. Jackson dura appena 20 anni ed è forse suddivisibile in tre fasi i cui confini temporali sono almeno in parte sovrapponibili. La prima fase rappresenta quella della sua formazione. Dopo essersi laureato in medicina alla Standford Medical School nel 1944, si specializza in neurologia nella U.S. Army e dal 1947 al 1951 inizia la carriera di psichiatra, prima al Chesnut Lodge nel Maryland e poi alla Washington School of Psychiatry sotto la supervisione di Harry Stuck Sullivan (Tages Onlus, 2017). Per Jackson l’incontro con Sullivan, con la sua Teoria Interpersonale della Psichiatria e con il suo modo di fare formazione diviene un punto di non-ritorno (Sullivan, 1934; 1946). Da quel momento e per molti anni non esitò mai a definirsi un “sullivaniano” (Haley, 2006), ovvero un terapeuta che riconosce come la sua “competenza è mostrare se stessa, ovvero nell’atto di disvelare i processi all’opera nelle relazioni del paziente con gli altri” (Sullivan, 1946, p. 46) usando la relazione terapeutica stessa come cartina tornasole. La sua produzione scientifica in questi anni ruota attorno a 3 temi principali: alcuni case-studies di psicosomatica volti a sottolineare la rilevanza se non eziologica quantomeno prognostica dei fattori e degli interventi psicoterapeutici nella medicina in genere (Jackson, 1946); una rilettura delle teorie psicoanalitiche secondo la formulazione dell’ansia “sullivaniana” come originata inter-personalmente e non intra-personalmente (Jackson, 1954a); un’analisi del ruolo e della funzione del vissuto del terapeuta nel comprendere il senso e l’efficacia della terapia (Jackson, 1952; 1954b; 1955). Quest’ultimo tema è indubbiamente il più rilevante sia in termini di modernità che di implicazioni per lo sviluppo del pensiero di Jackson. Nel confrontarsi con i pazienti in particolare dello spettro schizofrenico Jackson delinea una serie di principi e di “tipi” di personalità (del terapeuta) che ancora oggi possono essere di enorme attualità. Se noi assumiamo (seppur lassamente) un fattore interpersonale nell’insorgenza e nel mantenimento della psicopatologia ed anche nell’attuazione della psicoterapia, il terapeuta deve sobbarcarsi una rilevante responsabilità nel modo con cui gestisce la relazione col paziente. Da questo presupposto Jackson deriva tre implicazioni fondamentali: (i) il terapeuta, in particolare con poca esperienza, tenderà a sperimentare sensi di colpa e/o vergogna nel relazionarsi al paziente, in particolare laddove questo mostri bizzarrie e comportamenti difficilmente inquadrabili; (ii) a secondo della struttura di personalità del terapeuta si origineranno diversi tipi di posizionamento di questo nel rapportarsi al paziente e alla sua sofferenza; (iii) per quanto fonte di iniziale ansia, l’errore del terapeuta se condiviso in un setting di supervisione rappresenta un’opportunità cruciale di crescita. In un paper ancora oggi attuale Jackson (1955) descrive nel dettaglio i posizionamenti relazionali più comuni e le sottese caratteristiche di personalità (es. il terapeuta che “deve” mascherare l’ansia; il terapeuta competitivo; etc.) sottolineando come le uniche vie di scampo risiedano nella riflessività del terapeuta e nella presenza di un’équipe di supervisione. Inoltre, nel passaggio dall’attività ospedaliera svolta con Sullivan all’inizio della sua pratica ambulatoriale, Jackson realizza sempre più come quest’ultimo setting da un lato esacerbi le difficoltà interpersonali del terapeuta, dall’altro favorisca il riorientare gli obiettivi verso una “efficace ricostruzione della dimensione sociale” (Jackson, 1954, p. 263) che necessariamente deve includere il contesto familiare nel suo range di azione.

In parallelo a queste riflessioni teoriche e cliniche Jackson entra a far parte all’inizio del 1954 del team di ricerca coordinato dal noto antropologo Gregory Bateson. Il gruppo di ricerca, successivamente denominato The Bateson Project, orienta le riflessioni di intellettuali quali John Weakland, Jay Haley, Don D. Jackson e William Fry verso lo sviluppo di una nuova teoria del comportamento umano, che a partire dai principi di logica formulati da Whitehead e Russell (1962), si focalizzasse sempre più sui processi comunicativi direttamente esperibili e sui loro contesti applicativi. Una delle componenti teoriche e pratiche cruciali del progetto diventerà la rilettura della teoria sullivaniana sviluppata da Jackson. O meglio di quella che sarebbe poi stata definita come la Interactional Theory of Human Behavior, ovvero la Teoria Interazionale del Comportamento Umano (Ray, 2006). Tale teoria postula, in breve, che: (i) la terapia può solo operare su variabili osservabili che hanno luogo nel presente tra il paziente ed i membri del suo contesto sociale di appartenenza; (ii) l’ambito di apprendimento più importante per una persona è la famiglia, pertanto quel che chiamiamo sintomi, strategie di coping, personalità sono meglio concettualizzabili nei termini di sistema di interazioni soggettive del paziente in risposta ad un particolare contesto interpersonale; (iii) tutte le forme di comportamento sono comunicazione e quindi non sono separabili dal contesto nel quale tale comunicazione avviene; (iv) ogni credenza condivisa dai membri di un gruppo rappresenta la realtà per il gruppo stesso e nello stare in relazione cercheranno costantemente di definire la natura di tale relazione; (v) al passare del tempo le interazioni definiranno un set di comportamenti accettabili che saranno mantenuti e di inaccettabili che saranno esclusi e tanto più queste regole sanzionatorie saranno rigide tanto meno il gruppo o famiglia sarà adattativo. Nel delinerare questo modello all’interno del Bateson Project emergeranno due strumenti conoscitivi fondametali. Da un lato i processi comunicativi (si veda i punti i-v della Teoria Interazionale sopra riportati) di un contesto familiare farà sì che questo, al perdurare delle interazioni tenderà a definire una sorta di omeostasi comportamentale e relazionale: “le interazioni familiari descrivono un sistema informativo chiuso nel quale le variazioni negli output o nel comportamento sono assimilate al fine di correggere la risposta del sistema” (Jackson, 1957, p. 80) e quindi ogni variazione, compresi i cambiamenti benefici apportati dalla terapia, saranno percepiti come perturbativi. Dall’altro lato la natura stessa della comunicazione e dell’omeostasi familiare farà sì che vengano attuate interazioni paradosse corrispondenti a forme di controllo senza coercizione come il noto double bind, ovvero contesti comunicativi in cui la persona “non può scegliere l’alternativa che lo aiuterebbe a scoprire cosa le persone stanno dicendo” (Bateson, Jackson, Haley & Weakland, 1956, p. 258).

Il Bateson Project consacrò definitivamente il lavoro di Jackson ed il suo ruolo nella costruzione di quella che oggi genericamente definiamo la Scuola di Palo Alto. Nel 1958 fonda infatti, divenendone il primo direttore, il Mental Research Institute (MRI) con l’obiettivo di creare l’istituto formativo della Palo Alto Medical Research Foundation. Il MRI diviene sin da subito una delle “capitali” della moderna psicoterapia, rappresentando il centro di irradiazione del modello interazionale di Jackson, della terapia familiare, della terapia breve strategica e dell’applicazione delle teorie comunicative in ambito psicopatologico (Weakland & Watzlawick, 1979). Numerosi sono gli autori oggi forse maggiormente noti di Jackson stesso che si formano e collaborano con lui: Paul Watzlawick, Salvador Minuchin, Ronald D. Laing, Irvin D. Yalom, e tanti altri ancora. Dalla florida produzione degli ultimi anni di vita e di carriera di Jackson non possiamo non citare i tre volumi sulla terapia familiare (Jackson, 1968a; 1968b; Lederer & Jackson, 1968) in cui la Teoria Interazionale trova una sua estensiva formulazione con in particolare la definizione delle tecniche, dei principi e delle procedure di intervento clinico a partire dalla cosiddetta “Conjoint Family Therapy” (ovvero il setting di co-terapia familiare o di coppia) ed il lavoro non limitatamente clinico sulla pragmatica della comunicazione umana (Watzlawick, Beavin & Jackson, 1967). Ed è così in un susseguirsi continuo di pubblicazioni, ricerche e riconoscimenti che la storia personale e professionale di Don D. Jackson si interrompe bruscamente il 26 gennaio 1968, il giorno successivo al suo quarantottesimo compleanno. Nel racconto dei suoi colleghi, la sua morte fu al contempo inattessa ed attesa. Le voci su una sua malattia erano note ai più prossimi, ma al contempo la sua continua vitalità, il fervore con cui trascinava se stesso e gli atri nei progetti e nelle iniziative del MRI furono uno ottimo diversivo (Ackerman, 1970).  Alla conferenza commemorativa tenutasi alcuni mesi dopo la sua morte parteciparono molte figure di spicco della psicoterapia mondiale, tutti evidenziando il ruolo cruciale svolto da Donald DeAvila Jackson nello sviluppo di questa disciplina a prescindere dagli approcci e dai contesti di riferimento. Ed in molti dichiararono di essersi formati ascoltando le sue parole ed osservando il suo stile relazionale.

“L’aver visto Jackson lavorare con casi così complessi, mi fece comprendere chiaramente che la sua prospettiva era che non vi fosse niente di sbagliato in una persona con diagnosi di schizofrenia. Infatti il suo far terapia era basato su una sorta di naturalezza il più possibile immediata, piuttosto che sull’enfatizzare costantemente la psicopatologia” (Haley, 2006, p. xii).

 

Lo Staff di Tages Onlus

 

 

Bibliografia

Ackerman, N.A. (1970). The Don D. Jackson Memorial Conference. Family Process, 9(2):117-121).

Bateson, G., Jackson, D., Haley, J., & Weakland, J.H. (1956). Toward a theory of schizophrenia. Behavioral Science, 1(4): 251-264.

Haley, J. (2006). Foreword. In W.A. Ray, Don D. Jackson: Selected Essays at the Dawn of an Era (pp. ix-xiv). Phoenix, AZ: Zeig, Tucker & Theisen.

Jackson, D.D. (1946). The psychosomatic factors in ulcerative colitis: A case report. Psychosomatic Medicine, 8(4): 278-280.

Jackson, D. (1952). The relationship of the referring physician to the psychiatrist. California Medicine, 76(6), 391–394.

Jackson, D. (1954a). Some factors influencing the Oedipus Complex. Psychoanalytic Quarterly, 23; 566-581.

Jackson, D. (1954b). Office treatment of ambulatory schizophrenics. California Medicine, 81(4):263-7.

Jackson, D. (1955). The therapists personality in the psychotherapy of schizophrenia. AMA Archives of General Psychiatry, 74, 292-299.

Jackson, D. (1957). The question of family homeostasis. The Psychiatric Quarterly Supplement, 31(1): 79-90.

Jackson, D. (Ed.). (1968a). Communication, Family and Marriage (Human communication, volume 1). Palo Alto, CA: Science & Behavior Books.

Jackson, D. (Ed.). (1968b). Therapy, Communication and Change (Human communication, volume 2). Palo Alto, CA: Science & Behavior Books.

Lederer, W. & Jackson, D. (1968). Mirages of Marriage. New York: W.W. Norton & Co.

Ray, W.A. (2006). Don D. Jackson: Selected Essays at the Dawn of an Era. Phoenix, AZ: Zeig, Tucker & Theisen.

Sullivan, H.S. (1934). Psychiatric training as a prerequisite to psychoanalytic practice. American Journal of Psychiatry, 91(5):117-1126.

Sullivan, H.S. (1946). Conceptions of Modern Psychiatry. The First William Alanson White Memorial Lectures. New York, NY: Norton & Company.

Tages Onlus (2017). I Pionieri: Sullivan e le Relazioni Interpersonali [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2017/06/03/i-pioneri-sullivan-e-le-relazioni-interpersonali/

Watzlawick, P., Beavin, J., & Jackson, D. (1967). Pragmatics of Human Communication: A Study of Interactional Patterns, Pathologies & Paradoxes. New York, NY: Norton & Company.

Weakland, J., & Watzlawick, P. (Eds.) (1979). The Interactional View: Studies at the Mental Research Institute, Palo Alto, 1965–1974. Palo Alto, CA: Science & Behavior Books.

Whitehead, A. N. & Russell, B. (1962). Principia Mathematica to *56. Cambridge: Cambridge University Press.

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