Quando il terapeuta va in vacanza. Riflessioni natalizie tra self-disclosure e mentalizzazione.

Citazione Consigliata: Cheli, S. (2018). Quando il terapeuta va in vacanza. Riflessioni natalizie tra self-disclosure e mentalizzazione. [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2018/12/22/quando-il-terapeuta-va-in-vacanza

All’approssimarsi di feste, weekend o vacanze i terapeuti vengono spesso assaliti da dubbi amletici ed anticipazioni catastrofiche. Lo spettro che si aggira nelle loro menti è quello delle domande personali da parte del paziente: “dottore lei va da qualche parte?”, “dottoressa festeggia in famiglia, lei ha figli?”, “scusi se glielo domando, ma lei è religioso?”. Ed ovviamente la domanda irrinunciabile, spesso implicita, a volte urgentemente espressa, se il terapeuta sia contattabile, reperibile, quantomeno recettivo nonostante il meritato riposo!

Per riportare tutte le teorizzazioni e declinazioni operative rispetto a tali domande presenti nella storia della psicoterapia dovremmo scrivere un libro (probabilmente diviso in più volumi). Se sfogliate i manuali presenti in una qualsiasi libreria od entrate negli studi presenti nella vostra città troverete tipi antropologici assai disparati. Dal terapeuta sfinge che sin dalle prime interazioni intimerà verbalmente e non con specifiche istruzioni e setting la non proferibilità di certe domande. Al terapeuta ciarliero che non disdegnerà intrattenersi sui suoi gusti personali e vi accoglierà in setting ben oltre il concetto dell’informale. Per chiarirsi: in psicoterapia potete finire stesi su un lettino senza mai veder negli occhi il vostro silente terapeuta od accovacciati a fianco dello stesso su un tappetino da yoga intenti in pratiche corporee!

Ed intanto il nostro più comune terapeuta attende incerto la fine dell’ultima sessione pre-natalizia chiedendosi se, tra il fissare in agenda il prossimo incontro e lo spazio-tempo fino alla porta, giungerà la fatidica domanda. Ed immancabilmente giunge! “Visto che il suo cognome è ebraico ma porta la fede immagino lei non festeggi il natale ma sarà di vacanza in famiglia e quindi posso contattarla! A proposito dove abita?”

Come ognuno dei colleghi con cui mi capita di confrontarmi ho nel corso degli anni sviluppato un mio personale stile nel gestire simili situazioni. E come molti ho successivamente formulato e testato posizioni diverse adattandole a  caratteristiche personali e riferimenti culturali preferiti. Pur all’interno della cornice del cognitivismo clinico, a cui mi ispiro primariamente, esistono infatti prospettive assai diverse. Se confrontiamo le posizioni più strettamente costruttiviste, in cui l’ambizione è di riuscire a canalizzare il meno possibile l’esperienza del paziente, con approcci fortemente bottom-up, orientati all’uso strategico della relazione e della leggibilità del terapeuta, ci troviamo di nuovo di fronte ad un pletora infinita di strategie. Non avendo risposte valide per tutti, o meglio, assumendo che le risposte stiano nel verificare operativamente la quadra tra i propri presupposti teorici e la specificità ed unicità della singola relazione terapeutica, mi limiterò a sintetizzare due riflessioni.

La prima concerne il costrutto di self-disclosure. Con questo termine ci riferiamo genericamente al processo di condivisione di aspetti personali nella relazione tra paziente e terapeuta, anche se solitamente ci si focalizza sulla dimensione più controversa, ovvero sulla disclosure da parte del terapeuta nei confronti del paziente. La questione attorno a cui ruota ogni dibattito è ponibile con una sola domanda: “quali elementi del nostro mondo privato mostreremo al mondo esterno?” (Farber, 2006, p.1). La scelta di usare una domanda così generica vuole evidenziare la trasversalità del tema e quindi, assumo, del processo sotteso a qualsiasi psicoterapia. Pur non esistendo molti dati a riguardo, si suppone che almeno il 90% dei terapeuti operino forme diverse di self-disclosure e che nella maggioranza dei casi questo processo avvenga in maniera poco o per niente consapevole (Henretty & Levitt, 2010; Knox, Hess, Petersen, & Hill, 1997). Al contempo, chiunque si interessi ai moderni sviluppi della psicoterapia può riconoscere come vi siano sempre più studi e suggerimenti a sviluppare un uso consapevole, finalizzato e ripetuto della self-disclosure (Kholer et al. 2017; Knox & Hill, 2003). Rimanendo nella cornice del cognitivismo clinico, abbiamo da un lato gli influssi del costrutto di negoziazione dell’alleanza terapeutica formulato da Safran (Safran & Muran, 2010; Safran & Segal, 1990) che hanno un ruolo rilevante tramite approcci fortemente incentrati sulla dimensione interpersonale (Carcione, Nicolò & Semerari 2016; Dimaggio, Montano, Popolo & Salvatore, 2013), dall’altro l’originale elaborazione delle teorie dell’attaccamento da parte di Liotti ha arricchito il costrutto di relazione terapeutica fornendo specifiche indicazioni sull’uso della self-disclosure (Liotti & Farina, 2011; Liotti & Monticelli, 2014). In breve, sembra innegabile (almeno a chi scrive!) l’impossibilità di non operare forme di disclosure e che quindi, vista la centralità della dimensione interpersonale nella moderna psicoterapia, la questione si sposti sull’uso efficace, contestualizzato e finalizzato della self-disclosure da parte del terapeuta. Il poter condividere esplicitamente come possiamo meta-comunicare sul bisogno del terapeuta di fare una settimana di ferie e sul bisogno del paziente di sentirsi preso in carico, non solo permette al primo di godersi le ferie (!), ma soprattutto permette al secondo di sperimentare in una relazione protetta uno degli homework più difficili da svolgere (leggasi la meta-comunicazione).

La seconda e conclusiva riflessione che mi sovviene dalla consapevolezza che lunedì prossimo non sarò in studio, ruota attorno al processo di mentalizzazione della singola relazione con il singolo paziente da parte del terapeuta. Questa lunga e ridondante frase mira solo a ricordarci il ruolo del vissuto dei pazienti nel nostro stesso vissuto personale. Nel riprendere in mano un testo a mio avviso cruciale nello sviluppo del cognitivismo clinico italiano, scritto ormai quasi 30 anni fa (Semerari, 1991), mi sono ri-imbattuto nella definizione che Semerari fa di neo-struttura. Con questo termini Semerari descrive in maniera articolata ed originale quel processo comune per cui “il paziente riferisce che in certe circostanze gli è venuto in mente il terapista e ha pensato che cosa egli avrebbe potuto dire in quelle cirscostanze” (Semerari, 1991, p. 111). L’immagine interiorizzata del terapeuta fornisce una sorta di ancoraggio per formulare e testare nuovi sistemi di significati che permetteranno poi di smerimentare nuove rappresentazioni di sè. Al solito questo processo si colloca nella centralità della relazione terapeutica e quindi, almeno in parte, su un uso consapevole della self-disclosure. Forse, coll’indulgenza delle ferie ormai iniziate, possiamo spingerci oltre e ricordarci come esista similmente una neo-struttura del terapetua, corrispondente alla sua mentalizzazione di cosa sperimenta nel conoscere e farsi conoscere dal paziente. E nell’operare un processo (spesso difficilissimo per i nostri pazienti) di integrazione tra dimensioni cognitive ed affettive di empatia (Baron-Cohen & Wheelwright, 2004), tra mentalizzazione di sè e dell’altro (Dimaggio, Lysaker, Carcione, Nicolò & Semerari, 2008), creiamo uno spazio in noi per favorire quei processi terapeutici su cui tanto riflettiamo. E ci disponiamo, in maniera forse implicita, procedurale, rilassata al prossimo incontro con il paziente, a partire dalle risposte che possiamo fornire a quella fatidica domanda: dottore come festeggerà il natale?

 

Simone Cheli

 

Bibliografia

Baron-Cohen, S. & Wheelwright, S. J(2004). The empathy quotient: an investigation of adults with Asperger syndrome or high functioning autism, and normal sex differences. Journal of Autism and Developmental Disorders, 34:163. doi: 10.1023/B:JADD.0000022607.19833.00

Carcione, A., Nicolò, G. & Semerari, A. (2016). Curare i Casi Complessi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità. Bari: Laterza.

Dimaggio, G., Lysaker, P.H., Carcione, A., Nicolò, G., & Semerari, A. (2008). Know yourself and you shall know the other… to a certain extent: Multiple paths of influence of self-reflection on mindreading. Consciousness and Cognition, 17(3): 778-789. doi: 10.1016/j.concog.2008.02.005.

Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., & Salvatore G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Farber, B.A. (2006). Self-Disclosure in Psychotherapy. New York: Guildford.

Henretty, J.R., & Levitt, H.M.(2010). The role of therapist self-disclosure in psychotherapy: A qualitative review. Clinical Psychology Review, 30(1): 63-77. doi: 10.1016/j.cpr.2009.09.004

Köhler, S., Guhn, A., Betzler, F., Stiglmayr, C., Brakemeier, E., Sterzer, P. (2017). Therapeutic Self-Disclosure within DBT, Schema Therapy, and CBASP: Opportunities and Challenges . Frontiers in Psychology, doi: 10.3389/fpsyg.2017.02073

Knox, S., Hess, S. A., Petersen, D. A., & Hill, C. E. (1997). A qualitative analysis of client perceptions of the effects of helpful therapist self-disclosure in long-term therapy. Journal of Counseling Psychology, 44(3), 274-283. doi: 10.1037/0022-0167.44.3.274

Knox, S. and Hill, C. E. (2003), Therapist self‐disclosure: Research‐based suggestions for practitioners. Journal of Clinical Psychology, 59: 529-539. doi: 10.1002/jclp.10157

Liotti, G., & Farina, B. (2011). Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Liotti, G., & Monticelli, F. (2008). Teoria e clinica  dell’alleanza terapeutica. Un approccio cognitivo-evoluzionista. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Safran, J.D. & Muran, j.C. (2000). Negotiating the therapeutic alliance. A relational treatment guide. New York: The Guildford Press.

Safran, J.D. & Segal, Z.V. (1990). Interpersonal Process in Cognitive Therapy. New York: Basic Books.

Semerari, A. (1991). I Processi Cognitivi nella Relazione Terapeutica. Roma: La Nuova Italia Scientifica.

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