covid-19 e psicoterapia

IL BUIO OLTRE LA SIEPE DELLA COVID-19: LETTERA APERTA SULLA SALUTE MENTALE

 

Citazione Consigliata: Cheli, S. (2020). IL BUIO OLTRE LA SIEPE DELLA COVID-19: LETTERA APERTA SULLA SALUTE MENTALE [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2020/03/27/covid19-salute-mentale

 

IL BUIO OLTRE LA SIEPE DELLA COVID-19: LETTERA APERTA SULLA SALUTE MENTALE

 

Uno dei padri della moderna immunologia, Sir Peter Medawar, era solito definire i virus “un pezzo di acido nucleico circondato da cattive notizie”. Questa affermazione ben descrive lo scenario di costante allerta e tensione psicologica nella quale stiamo vivendo tutti: cittadini, professionisti sanitari e politici.

Sembra impossibile pensare ad altro se non all’emergenza COVID-19 e agli aggiornamenti giornalieri rilasciati dall’Istituto Superiore di Sanità e dalla Protezione Civile.

Quel che colpisce e allarma tutti noi che lavoriamo in contesti sanitari è però anche la riflessione sull’impatto che questa emergenza (che ormai pare un’affermazione ossimorica vista la durata) ha sulla tenuta del sistema assistenziale pubblico e privato.

John Ioannidis, probabilmente il massimo esperto vivente di biostatistica, ha sottolineato come le decisioni che stiamo prendendo per fronteggiare la pandemia da coronavirus non sembrano assolutamente considerare i costi sulla sanità nel suo insieme e quindi le ricadute in termini di qualità assistenziale e forse di mortalità che avranno tali decisioni su tutti i pazienti non COVID-19.

La Società Italiana di Cardiologia ha ad esempio riportato come nella settimana centrale del mese di marzo i ricoveri in terapia intensiva cardiologica siano stati la metà di quelli registrati nel 2019.

Altro esempio drammatico di tutto questo sono i servizi di psicologia, psichiatria e in genere di salute mentale. Ovvero quella disciplina sanitaria che dovrebbe poter favorire un processo di adattamento ad una situazione di stress sostenuto e ricorrente e di incertezza sul nostro futuro.

Gli utenti e i professionisti riportano una sorta di vuoto assistenziale che spaventa, sia per le implicazioni immediate che per quelle di lungo corso legate alla COVID-19 (l’Accademia della Crusca ci invita all’uso del femminile in quanto malattia COVID-19). Le persone che frequentemente incorrono in episodi acuti e che in tempi normali potrebbero accedere ai servizi di emergenza si sentono rispondere di rivolgersi al proprio professionista.

Il professionista in questione è scoraggiato se non obbligato a non erogare servizi genericamente definiti “non essenziali” e quando si organizza per offrire interventi online la prima risposta è quella della burocrazia che considera le piattaforme di videochiamata una terra innominata in cui la privacy non può essere garantita.

Vi sono ancora USL in cui tali strumenti sono vietati, mentre in altre dopo settimane di rimostranze se ne è finalmente concesso l’uso.

Ioannidis ha utilizzato una metafora a dir poco sferzante per esporre i suoi dubbi. L’assenza di dati solidi su vantaggi e costi delle strategie che gli stati intraprendono nella gestione della pandemia ci espone alla scelta di un elefante che si getta da una scogliera per paura di un topolino.

Questo non significa che non si debba tutelare le persone a rischio e la popolazione nel suo insieme da un virus sino a pochi mesi fa sconosciuto. Significa che nell’impostare una strategie di lungo corso (perché di questo stiamo parlando) non si può non pensare alle ricadute di questa sul sistema sanitario nel suo insieme.

Se un follow-up oncologico, una visita per un paziente a rischio suicidario, un sospetto principio di infarto diventano agli occhi di molti utenti e operatori un intervento “non essenziale”, significa aver chiaro che per alcuni mesi i dati WHO per cui ogni 40 secondi una persona si suicida e per ogni suicida vi sono circa 20 tentati suicidi debbano passar in secondo piano.

Maurizio Pompili, rinomato esperto italiano di suicidologia, ha recentemente rimarcato come le condizioni di quarantena, la crisi economica che ne seguirà, i lutti e lo stress prolungato sono noti fattori di rischio suicidario che dovrebbero esser tenuti in considerazione.

E se andiamo oltre allargando il nostro sguardo e pensiamo a tutti i pazienti con forme gravi o ricorrenti di psicopatologia che vedono scomparire se non ridursi il senso di continuità assistenziale con i propri curanti, possiamo forse meglio comprendere il costo di non chiedersi quale sia il costo di tutto questo.

A partire dalla teoria politica di Aristotele sino alla teoria evoluzionistica di Darwin l’uomo è per sua millenaria natura un animale sociale. Il contesto di adattamento della nostra specie è e sempre sarà, sino a quando resteremo Homo sapiens sapiens, sociale.

Questo implica che una significativa e repentina alterazione delle nostre prassi interpersonali rappresenta uno sconvolgimento che mette a rischio le nostre strategie adattative di sopravvivenza. Numerosi studi evidenziano come l’isolamento interpersonale può causare alterazioni neurobiologiche che spaziano da forme difensive di ipoattivazione a forme aggressive di iperattivazione, tutte accomunate da un maggiore rischio di mortalità e comorbilità.

Paul Gilbert, uno dei padri della moderna psicologia evoluzionistica, sta rimarcando in questi giorni come sia cruciale gestire in termini psicologici e comunicativi la socializzazione delle restrizioni a cui stiamo andando incontro.

L’oscuramento della dimensione psicologica che emerge dalle ambiguità comunicative delle istituzioni politiche, dalla mancanza di coordinamento dei servizi e delle società di salute mentale sembra ingenerare dei rischi non necessari per la nostra specie. Potremo sopravvivere ad un’era di mascherine e riduzione dei contatti, ma non potremo sopravvivere ad una mancata socializzazione di tali scelte.

Che fare dunque? Come professionisti della salute mentale possiamo e dobbiamo rispondere per quel che concerne le nostre competenze.

Tre linee d’azione sembrano prioritarie a partire da un coordinamento degli sforzi di enti e istituzioni della salute mentale: (i) supportare il servizio pubblico nell’adattamento tecnologico e operativo all’attuale emergenza; (ii) favorire un processo di integrazione tra pubblico e privato nella condivisione e applicazioni di linee guida e protocolli specifici e il più possibile evidence-based; (iii) sostenere e indirizzare la comunicazione sociale secondo conoscenze e competenze scientifiche.

Si deve purtroppo sottolineare come ad oggi queste linee d’azione nei confronti della COVID-19, che certo non eccellono in originalità, siano frequentemente disattese.

Il mondo della salute mentale sembra ben lontano da un riconoscimento di come la pandemia da coronavirus stia da un lato ledendo la capacità personale e lavorativa dei singoli professionisti di agire efficacemente, dall’altro evidenziando una drammatica domanda sanitaria quasi del tutto non corrisposta.

In quanto professionisti della salute mentale dovremmo essere i primi ad applicare su noi stessi i principi che sembriamo voler tanto convintamente passare ai nostri utenti. Non è possibile rispondere a questa emergenza ormai di lungo corso se non come comunità e non è possibile non prendersi cura di noi stessi se davvero vogliamo prenderci cura degli altri.

 

Dott. Simone Cheli

Psicologo Psicoterapeuta

Presidente di Tages Onlus

 

 

1 Comment
  • Lucia Zuliani

    29 Marzo, 2020 at 10:06 pm Rispondi

    Condivido ogni parola di questo articolo. Anche le criticità degli Servizi di Salute Mentale che non hanno risorse umane sufficienti per far fronte a questa reale emergenza. Questo come conseguenza di sconsiderati tagli al budget per i
    Che fare ora? Tentare una sinergia pubblico/ privato…forse possibile

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