Tre lezioni (per niente) facili dalle neuroscienze alla psicoterapia

Citazione Consigliata: Cheli, S. (2020). “Tre lezioni (per niente) facili dalle neuroscienze alla psicoterapia” [Blog Post]. Retrieved from: https://www.tagesonlus.org/2020/08/13/neuroscienze-e-psicoterapia

Sarà il caldo che parla, ma la psicoterapia mi sembra ricorrentemente chiudersi in dibattiti ben poco utili a chi ogni giorno la pratica. Tra bottom-up e top-down, emozioni e cognizioni, tratti e dimensioni, ognuno sembra offrire la pietra filosofale, mentre ad oggi le incertezze restano molte. Nel 2015 Brian Nosek riportò in auge un dibattito mai sopito, rimarcando come le scienze psicologiche mostrino dati sconfortanti quando si tentano repliche: stimarono un drastico passaggio da un 97% di risultati significativi a un ben misero 36% (Open Science Collaboration, 2015). Se da un lato questo è un potenziale segnale di frammentazione idiosincratica, può anche essere un indicatore positivo di una crescente complessità. Ma pur ammettendo tale lettura positiva, si deve poi fare i conti con la drammatica frattura esistente tra studi sperimentali e clinici. Ad esempio autori del calibro di Hopwood, Pincus e Wright (2019) hanno recentemente rimarcato come quello che i dati ci stanno dicendo sulla comprensione della personalità è ben lungi dalle concettualizzazioni degli autori di riferimento della clinica.

E torniamo al caldo e al dubbio che sempre mi resta da fiorentino cresciuto a guelfi e ghibellini se tutto questo sia un gioco in cui si scopre la superiorità dell’uno sull’altro a fasi alterne, salvo poi sconfiggere i ghibellini e crear guelfi bianchi e neri. Purtroppo a partire dalle letture di George A. Kelly sui costrutti dicotomici sino alla dialettica più moderna di Marsha Linehan, il mio pensiero è sempre e solo: maledetto sia Cartesio!

Sì, perché uno dei nodi è sempre quella che a ragione Richard J. Bernstein (1983) definì ansia cartesiana (senza rancore per il povero Renè): una smania di dividere, contrastare pensando che poi questo aiuti. O ancor più chiaramente, presi dal bisogno di adunare folle dalla nostra parte cerchiamo di rendere quadrato quel che è tondo, lineare quel che è complesso. E di fronte a simili dubbi preferisco guardare a quel che non so piuttosto che a quel che so. Dunque senza alcuna pretesa di completezza vorrei provare a riassumere tre lezioni (per niente semplici) che recenti pubblicazioni delle neuroscienze sembrano offrire alla psicoterapia. O almeno quello che ne ho parzialmente compreso!

 

1. Il bottom-up non esiste, nè tanto meno il top-down!

Possiamo per comodità distinguere neocorteccia e sistema limbico, cognizione ed emozione, processi inibitori discendenti e memoria procedurale, ma sempre un cervello abbiamo! Quel che geni delle neuroscienze come Luiz Pessoa (2013), frequentatore di menti quali Damasio, Varela e Thompson, ci dicono è che la distinzione tra cervello emotivo e cognitivo semplicemente non esiste!

Quel che definisce l’unicità neurobiologica umana è una raggiunta complessità nel far interagire e poi integrare tutte le presunte parti o componenti. Per quanto sia consolante raccogliere dati tanto su interventi su singole funzioni, quanto su tecniche corporee o cognitivo-verbali il risultato sarà sempre drammaticamente parziale. Conviene piuttosto ragionare in termini di reti dinamiche, dove “emozione e cognizione possono essere usate come etichette nel contesto di specifici comportamenti, ma non corrisponderanno mai ad una mappatura chiara relativa a porzioni compartimentalizzate del nostro cervello” (Pessoa, 2013, p. 259).

Dunque, con quale sfida si deve confrontare la psicoterapia per definirsi realmente moderna? Deve essere estremamente cauta e circostanziata nell’usare termini e protocolli che discriminano nettamente tra emozione e cognizione. Deve ricordarsi che qualsiasi tecnica cognitiva o corporea è tale solo perché noi la definiamo così, ma non sarà mai vissuta tale dai pazienti. Deve accettare, con umiltà e pazienza, che la gran parte di noi psicoterapeuti (io per primo) ben poco sappiamo di neuroscienze. E deve magari studiare quel che esperti di tali ambiti hanno da dirci nel loro insieme, piuttosto che ricercare le singole evidenze che confermano una teoria o un’altra a noi cara.

 

2. I dettagli si nascondono lungo il tempo, non nelle teorie

Sempre più studi su sintomatologie, tratti di personalità e dimensioni intellettive sembrano sempre più concentrarsi su prospettive temporali e dinamiche che non su meccanismi statici. Per fare un esempio, se la personalità è stata studiata spesso in termini di strutture stabili nel tempo e i disturbi definiti per la loro stabilità temporale, oggi sempre più ricercatori si interessano alle fluttuazioni addirittura (eresia!) giornaliere (Horstaman & Ziegler, 2020). In recenti studi di neuroimaging hanno confrontato un’usuale analisi a “fotogrammi” scelti e costruiti per predire al meglio il comportamento psicologico e neuronale successivo con analisi dinamiche naturalistiche (Venkatesh eet al., 2020). I soggetti erano analizzati mentre guardavano film e corti scelti per i loro specifici contenuti. E i risultati confermano le ipotesi dei ricercatori. Modelli dinamici a rete sono ben più accurati nel predire comportamenti e tratti di personalità rispetto a valutazioni statiche di specifiche attivazioni neuronali. Quel che emerge è che per comprendere il comportamento naturalistico degli esseri umani e dei loro sistemi neurobiologici serve una visione complessa (Schwaba et al., 2020). I meccanismi lineari e facilmente ripetibili che tanto piacciono a noi clinici difficilmente sono attendibili. Servono modelli in cui indaghiamo come una traiettoria temporale data da forme diverse di integrazione tra componenti/tratti predice il comportamento. Le metafore a cui penso sempre sono due. Da un lato per capire una traiettoria e trovare un equilibrio una bici deve essere in movimento. Non mi interessa esclusivamente se il cliente disregola, mi interessa come integra e si relaziona nel tempo a tale disregolazione. Dall’altro per quanto abbia studiato l’arte culinaria e conosca me stesso, per sapere cosa mangerò un’occhiata a cosa vi è in frigo non guasta. Tratti e dimensioni sono degli ingredienti centrali per capire come le mie dinamiche si dipaneranno nel tempo.

 

3.  Non esiste un modello vincente

La personalità è uno degli ambiti clinici in cui è più evidente l’assenza di un modello incontrovertibile. Personalmente sapere di avere un nevroticismo di tratto più o meno alto, o specifiche facets non mi turba, nè lo percepisco come sminuire chi io sia. E quando cerco di capire chi ho davanti, devo poter ammettere la mia assoluta incompletezza per essere un buon clinico. Dunque unire modelli di inquadramento diversi orientati dalle ricerche psicometriche come il Big Five, dalle neuroscienze come gli affetti primari, da modelli clinici categoriali (SCID-5-PD) e dimensionali (AMPD), da prospettive cliniche applicative come la metacognizione, la mentalizzazione o la compassion, è l’unica via possibile. E per i più dubbiosi questo non significa sostituire ed escludere l’esperienza clinica, significa riconoscere la nostra limitata conoscenza.

Tornando alle neuroscienze, mi preme sottolineare come recentemente alcuni articoli abbiamo fatto una sana iniezione di umiltà a tutti noi. In una review che sta rimbalzando su tutti i profili social di clinici e ricercatori una nota neuroscienziata ha ribadito che quel che definiamo senza batter ciglio segnale di interesse negli studi è in realtà ben lungi dall’esser chiaro (Uddin, 2020). Separare quel che categorizziamo come rumore di fondo dal vero e proprio segnale è impresa assai ardua, e come ha sottolineato Allen Frances quel che è segnale per un soggetto potrebbe essere rumore di fondo per un altro! L’altro studio ancora più disorientante è uscito da poche settimane su Nature e ha coinvolto ben 70 team di ricerca in giro per il mondo (Botvinik-Nezer et al., 2020). Il disegno di ricerca è apparentemente banale: dare a tutti i team lo stesso dataset di neuroimaging e chiedere di analizzarlo. I problemi sono venuti a galla al momento dei confronti! Sono emerse differenze significative e nessuno (dico nessuno) ha seguito lo stesso flowchart di lavoro. Dato interessante e confortante però è che una review meta-analitica dei dati ha fatto emergere un solido risultato comune. Non oso immaginare cosa ne salterebbe fuori se applicassero lo stesso rigore a team di clinici. Non dico nel confrontare approcci diversi, ma proprio nel fare fare le medesime cose.

 

Conclusioni parziali

Se vogliamo che la psicoterapia sia basata sulle evidenze è bene ricordare due principi. Il primo del sempre travisato Paul K. Feyerabend (1975), che non inneggiava alla distruzione della scienza, ma semplicemente notava che quel che noi amiamo della scienza passata è il suo esser stata di base scomoda, sempre in controtendenza. Ogniqualvolta iniziamo a pensare di aver capito, rischiamo di essere in un campo che è altro dalla scienza. La scienza prevede di saper di non sapere, affannarsi e non arrendersi! Il secondo principio (o meglio monito) è invece quello espresso dal premio Nobel per l’economia Ronald H. Chose (1981): “se torturi abbastanza a lungo i dati, questi finiranno per confessare qualsiasi cosa”! E dunque la replicabilità, non certo intesa come burocratizzazione e disumanizzazione della psicologia, quanto come definizione procedurale dettagliata e sempre aperta alla revisione è la base della psicoterapia. Il gap esistente tra teoria e pratica è forse incolmabile, ma negli ultimi anni stiamo rischiando di scavare un solco troppo profondo (Fried, 2020). Abbiamo bisogno di modelli complessi che ad oggi non siamo in grado di formulare. Dunque diffidiamo, sanamente e scientificamente, di noi e stessi e degli altri quando pensiamo di averli formulati!

 

If you walk hard enough, you probably don’t need any god.

Bruce Chatwin

 

 

Simone Cheli

 

 

Bibliografia

Bernstein, R.J. (1983). Beyond Objectivism and Relativism: Science, Hermeneutics, and Praxis. University of Pennsylvania Press.

Botvinik-Nezer, R., Holzmeister, F., Camerer, C.F. et al. (2020). Variability in the analysis of a single neuroimaging dataset by many teams. Nature, 58284–88. https://doi.org/10.1038/s41586-020-2314-9

Coase, R.H. (1981). How Should Economists Choose? (Warren Nutter Lecture). American Enterprise Institute.

Feyerabend, P.K. (1975). Against Method: Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge. University of Minnesota Press.

Fried (2020). Lack of theory building and testing impedes progress in the factor and network literature. Psychological Inquiry. (Preprint).

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