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Report “Suicidio: lo stato attuale degli interventi di valutazione e trattamento”

Citazione Consigliata: Floridi, M. (2021). “Report ‘Suicidio: lo stato attuale degli interventi di valutazione e trattamento'” [Blog Post]. Retrieved from:  https://www.tagesonlus.org/2021/10/18/congresso-isspd/ 

 

Lo scorso Mercoledì 20 Ottobre si è tenuto un evento di formazione organizzato da McLean Hospital, in collaborazione con Stanford University – School of Medicine, sul tema del rischio e degli agiti suicidari.

L’incontro si è aperto con un’analisi dei dati relativa al tasso di suicidi negli ultimi anni.

È stato infatti mostrato che tra il 2001 e il 2018 si è riscontrato un aumento del tasso di suicidi a livello mondiale, mentre – al contrario – tra il 2019 e il 2020 è avvenuta una diminuzione di tale tasso.

Sarà compito ora dei ricercatori andare ad osservare e verificare se e come il tasso di suicidi sia cambiato alla luce di ciò che tutti noi abbiamo vissuto nell’ultimo anno e mezzo a causa della COVID-19.

 

Fin da subito è stato sottolineato come il suicidio sia la risultante di numerose cause e allo stesso modo i fattori di rischio appartengano ad aree tra loro differenti che interagiscono l’una con l’altro.

È stato spiegato infatti che i fattori di rischio possono essere biologici/genetici, psicologici e sociali/ambientali.

Questi fattori rappresentano una base che, interagendo poi con particolari eventi di vita stressanti o negativi, determinano il comportamento suicidario. Per questo è possibile affermare che il suicidio rappresenta un esito di salute complesso.

 

Nel lavoro clinico è quindi fondamentale la prevenzione e la valutazione dei particolari fattori di rischio che differiscono da persona a persona, al fine di ottenere un’analisi più dettagliata possibile del rischio suicidario del singolo.

Ugualmente importante è ciò che viene chiamata postvention, ovvero tutte quelle azioni che hanno il fine di ridurre il rischio dopo un suicidio o un tentato suicidio, e va quindi a rappresentare anch’essa una forma di prevenzione.

 

Dopo una panoramica generale sul fenomeno del suicidio e i suoi fattori di rischio e protettivi, l’incontro è proseguito con un intervento sul fenomeno del suicidio all’interno delle minoranze, nello specifico tra i giovani.

I dati, piuttosto allarmanti, mostrano come il suicidio sia la seconda causa di morte nei giovani tra i 10 e i 14 anni appartenenti a minoranze. Più nello specifico si assiste ad un aumento del tasso di suicidi nei giovani BIPOC (black, indigenous and people of color) e in coloro che appartengono alla comunità LGBTQ+, mentre c’è una riduzione del tasso nei giovani bianchi.

Non sono chiare ancora le motivazioni, che potrebbero aiutare a capire questi dati; si è ipotizzato che le persone facenti parte di una minoranza siano maggiormente esposte a quelle che vengono identificate come child adverse experiences (ACE) e quindi a vissuti traumatici precoci.

Un altro fattore che potrebbe spiegare i dati sopra riportati è proprio il razzismo; infatti le discriminazioni e le violenze subite sia direttamente che indirettamente determinano l’aumento dell’ideazione suicidaria e dei sintomi depressivi e post-traumatici. Diventa quindi essenziale pensare ad interventi di screening al fine di prevenire i tentativi di suicidio e aumentare il coinvolgimento delle famiglie, nonché la motivazione dei giovani a cercare aiuto.

 

Nella seconda parte ci si è focalizzati più sugli aspetti clinici e sono stati illustrati alcuni dei principali strumenti di assessment e di intervento utili a ridurre il rischio suicidario e prevenire gli agiti suicidari.

Uno dei primi strumenti di assessment presentati è stato il Suicide Assessment Five-step Evalutation and Triage (SAFE-T); in questo caso la valutazione del rischio suicidario si articola in cinque step:

 

  1. Identificazione dei fattori di rischio;
  2. Identificazione dei fattori protettivi;
  3. Indagine condotte e ideazione suicidaria;
  4. Determinazione del rischio suicidario;
  5. Implementazione di un piano per ridurre il rischio suicidario.

 

È stato sottolineato quanto sia importante considerare il rischio suicidario come un fattore dinamico e non statico, che quindi deve essere valutato ripetutamente nel corso del tempo al cambiare dei fattori ambientali e personali legati al paziente.

 

Per quanto riguarda invece gli interventi che possono essere attuati per ridurre il rischio di agiti suicidari, è stato presentato il Safety Planning Intervention (Stanley & Brown, 2012).

Esso consiste in una lista di strategie di coping e fonti di supporto, frutto della collaborazione tra clinico e paziente, che quest’ultimo può utilizzare prima o durante una crisi. Si caratterizza per la sua brevità e serve a ridurre il rischio suicidario e a promuovere la ricerca attiva di aiuto da parte del paziente.

 

In America ricoprono un ruolo importante nell’intervento per la riduzione del rischio suicidario anche le linee telefoniche di supporto.

È stato infatti mostrato come il livello di rischio diminuisca nel corso della telefonata; questo perché i consulenti sembrano essere più propensi a fare domande specifiche e dirette sull’ideazione e sul comportamento suicidario, promuovendo quindi la costruzione di un senso di fiducia in coloro che si rivolgono al supporto telefonico.

 

Infine tra le psicoterapie che intervengono sul rischio suicidario e sugli agiti suicidari, tra le principali presentate vi sono la Dialectical Behavior Therapy (DBT), la Cognitive Behavioral Therapy (CBT), la Cognitive Therapy for Suicide Prevention (CT-SP), la Brief Cognitive Behavior Therapy (BCBT) e il Collaborative Assessment and Management of Suicidality (CAMS; Jobes, 2012).

In particolare il professore David A. Jobes ha presentato il CAMS, da lui ideato, il quale rappresenta uno degli interventi evidence-based che ha come focus proprio i trigger del comportamento suicidario. L’intervento si basa su quattro principi fondamentali:

 

  1. empatia;
  2. collaborazione;
  3. onestà;
  4. focus sul suicidio.

 

E anche in questo intervento è di fondamentale importanza la costruzione di una relazione e collaborazione tra clinico e paziente in ogni step del percorso di assessment e trattamento.

 

Arrivati ai ringraziamenti e ai saluti finali, non posso che ritenermi soddisfatta da questa giornata di formazione. Il suicidio fin troppo spesso viene trattato come un argomento tabù perfino tra i professionisti della salute mentale, e avere degli strumenti utili e chiari da applicare al lavoro clinico penso sia essenziale, soprattutto quando si ha a che fare con situazioni di vita o di morte.

 

 

Dott.ssa Marta Floridi

PSICOLOGA

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Jobes, D. A. (2012). The Collaborative Assessment and Management of Suicidality (CAMS): An evolving evidence‐based clinical approach to suicidal risk. Suicide and LifeThreatening Behavior42(6), 640-653. https://doi.org/10.1111/j.1943-278X.2012.00119.x

 

Stanley, B., & Brown, G. K. (2012). Safety planning intervention: a brief intervention to mitigate suicide risk. Cognitive and behavioral practice19(2), 256-264. https://doi.org/10.1016/j.cbpra.2011.01.001

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