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“Mio fratello è figlio unico”. I fratelli in terapia familiare

Citazione Consigliata: Cosco, M. (2022). “Mio fratello è figlio unico. I fratelli in terapia familiare” [Blog Post]. Retrieved from:  https://www.tagesonlus.org/2022/02/13/fratelli-terapia-familiare

Durante un percorso di terapia familiare e nella tipica suddivisione funzionale in sotto-sistemi, quello dei fratelli rappresenta un ambito clinico che negli ultimi anni ha destato sempre più interesse. Può accadere infatti che per situazioni specifiche e contingenti il sistema genitoriale risulti poco accessibile,  e si rende quindi necessario, per la buona riuscita del lavoro terapeutico, l’attivazione di ulteriori risorse: i fratelli.

Per Minuchin (1976) il sottosistema dei fratelli è “il primo laboratorio sociale” dove i figli possono sperimentare la relazione tra coetanei. Apprendono a cooperare, negoziare e competere e nello stesso tempo portano all’esterno, in un contesto sociale più ampio quanto imparato attraverso la fratrìa. E’ uno scambio bidirezionale, aperto, che si influenza e viene a sua volta influenzato.

La relazione tra fratelli, se sufficientemente strutturata, ha nella sua intrinseca natura il compito primario di delineare e mantenere un confine netto rispetto al sottosistema genitoriale, favorendo lo sviluppo di un sistema protettivo rispetto ad esso e consentendo di conseguenza la nascita di nuove strategie relazionali e di adattamento.

I fratelli sono le “radici orizzontali”, e con molta probabilità saranno coloro che percorreranno più strada di vita insieme, anche quando i genitori non ci saranno più. Condividono quindi la storia della propria famiglia in modo unico e personale (de Bernart; Ferrara; Pecchioli, 1995).

Il legame fraterno non prescinde dalla specifica modalità relazionale familiare, ma porta con sé delle caratteristiche ben specifiche che dipendono da vari fattori come: genere, differenza di età, ordine di nascita, momento specifico del ciclo vitale della famiglia.

La natura e la consistenza di tale legame sono state analizzate da Bank e Kahn (1982) che suddividono i fratelli in due categorie specifiche. I fratelli a basso accesso emotivo hanno una notevole differenza di età (8-10 anni) e nella pratica hanno condiviso tra loro poco tempo e spazio. I fratelli ad alto accesso emotivo al contrario, mostrano un legame intensamente forte e leale e condividono tra loro molte esperienze sia intra-familiari che sociali esterne.

In generale, nel rapporto tra fratelli sono rilevate due dimensioni fondamentali: una amichevole-positiva (supporto, affetto e cooperazione) e un’altra negativa-ostile (conflitto, controllo e dominanza). Ogni figlio è assolutamente unico nell’esperienza che vive come membro di quella famiglia, e tale unicità riflette differenze sostanziali anche nel rapporto tra fratelli i quali, pur condividendo parte del patrimonio genetico, svolgono vite diverse sia all’interno che all’esterno della famiglia d’origine.

L’ambiente non condiviso è quindi quello che maggiormente differenzia i fratelli contribuendo a determinarne l’identità. (Dunn; Plomin, 1991).

Durante il ciclo di vita il rapporto tra fratelli può subire una trasformazione davanti ad eventi forti e imprevisti (lutto, malattia, separazione…). È bene sottolineare che nonostante la natura dello stesso, anche il legame fraterno non è esente da vissuti di gelosie e rivalità spesso accentuati da una categorizzazione rigida della funzione personale svolta all’interno del sistema famiglia.

Come vedremo in seguito, la rigidità  del ruolo e della funzione stessa di un membro di una  famiglia rappresenta una staticità dell’identità che nel tempo potrebbe gettare le basi per l’insorgenza di un sintomo. Cosa accade a questo punto nella dinamica relazionale fraterna?

Per Kahn e Lewis (1992) il sintomo potrebbe avere una funzione di avvicinamento rispetto al fratello “sano”, ma anche di allontanamento relazionale, potrebbe altresì essere un tentativo di annullare le differenze e sentirsi “uguali”. Questo avviene in particolare quando il paziente si sente particolarmente in colpa per aver ricevuto atteggiamenti di favoritismo da parte dei genitori innescando quindi la gelosia dell’altro fratello.

Il ragionamento disfunzionale sotteso è “se sto male posso essere umanamente più accessibile all’altro (fratello)”. Il sintomo d’altro canto può avere una valenza protettiva. Accentrare le attenzioni genitoriali soffocanti su di sé consentendo quindi all’altro fratello maggior raggio d’azione. Nelle famiglie disfunzionali questo è un sacrificio ineluttabile ma necessario.

Oppure, il sintomo “distrae”, se i rapporti familiari sono deteriorati, il problema o la malattia di un fratello possono accentrare le attenzioni, e si può quindi rientrare in famiglia mantenendo nel contempo una certa distanza.

In conclusione, vista la natura profonda del rapporto tra fratelli appare fondamentale coinvolgerli durante un percorso di terapia familiare, utilizzandone al meglio le risorse e le possibilità.

Dott.ssa Marianna Cosco 

Psicologa Psicoterapeuta

Membro del Gruppo di lavoro TAGES KIDS

Bibliografia

Bank, S. P., & Kahn, M. D. (1982). The sibling Bond. New York, U.S.A: Basic Books.

– de Bernart, R., Ferrara, M., & Pecchioli, S. (1995). L’importanza di essere fratelli. Terapia Familiare, 38(38), 21-31.

– Dunn, J., & Plomin, R. (1991). Il significato delle differenze nell’esperienza dei fratelli all’interno della famiglia. Terapia Familiare, 37 (37), 5-20.

– Kahn, M. D., & Lewis, K. G. (1992). Fratelli in terapia. Milano, Italia: Raffaello Cortina Editore

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