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Report dal Congresso Europeo di Terapia Cognitiva (EABCT)

Citazione Consigliata: Cheli, S. (2022). “Report dal Congresso Europeo di Terapia Cognitiva (EABCT)” [Blog Post]. Retrieved from:  https://www.tagesonlus.org/2022/09/12/eabct-2022/

 

Si è concluso sabato scorso il congresso della EABCT, ovvero la European Association of Behavioral and Cognitive Therapy. L’evento si è tenuto presso l’Università Pompeu Fabra di Barcellona e rappresenta il ritrovo annuale delle società scientifiche di terapia cognitivo-comportamentale in Europa.

Personalmente è la terza volta che partecipo a tale evento e devo dire tra pregi e difetti resta un interessante ed importante occasione per aggiornarsi sugli sviluppi della CBT. Chi ha partecipato ha potuto apprezzare quelli che sono i punti di forza e di debolezza di tale approccio. Tra le numerose sessioni parallele, mi sento di evidenziare alcune specifiche aree di indagini, che rispetto al passato ricevono sempre più attenzione.

Innanzitutto, il tema dei meccanismi o processi transdiagnostici è sicuramente l’area che maggiormente ha attratto i partecipanti. Vi erano certo numerosi simposi sul trattamento di sintomi e disturbi ansiosi, depressivi e ossessivo-compulsivi, ma la ricerca di metodi di concettualizzazione e trattamento in grado di superare le categorie diagnostiche ha incuriosito tutti.

Paul Sakolvski (Direttore del dipartimento di psicologia sperimentale di Oxford) ha mantenuto il suo ruolo di strenue difensore di un modello classicistico della terapia e della diagnosi basato su categorie e protocolli per esse specifiche, ma quella che è emersa è forse più la sua capacità retorica nel tenere la posizione iniziale. Negare l’utilità di approcci in grado di superare il trait d’union di ogni caso visto da clinici, ovvero la comorbilità tra diagnosi e la babele di sintomi e tratti che caratterizzano i nostri clienti, sempre una posizione assai poco sostenibile sul lungo periodo. Tanto più se gli opponenti nel dibattito non negano l’utilità di studi e trattamenti su singole e specifiche sintomatologie.

All’interno dell’avanguardia “transdiagnotica” grande spazio e interesse ha suscitato il Protocollo Unificato (UP – Unified Protocol) per il trattamento dei disturbi emotivi sviluppato da David Barlow, Todd Farchione e colleghi. Farchione ha preso più volte la scena tramite workshop, simposi e keynote. Essendomi formato personalmente con lui e avendo Tages Onlus e Centri Clinici Tages direttamente contribuito alla diffusione dello UP in Italia tutto questo non può che farmi piacere. Veronica Cavalletti ha infatti personalmente tradotto i due manuali ed ha recentemente concluso un single case su paziente con patologia di personalità (sotto la supervisione dello stesso Farchione).

Lo UP, al di là delle mie simpatie, ha dalla sua alcuni innegabili vantaggi rispetto ad altri approcci transdiagnostici. È infatti estremamente flessibile e valorizza piuttosto che negare quanto sapevamo già sulla CBT e sui singoli disturbi. Ascoltando Farchione penso sia evidente a tutti che in primis è un clinico, interessato a fare clinica. Molti altri approcci sembrano spesso focalizzarsi più su una irraggiungibile coerenza epistemologica o su un’esattezza metodologica che non esiste al di fuori dei laboratori di psicologia sperimentale. Il Network Approach olandese, ad esempio, per quanto basato sulle solide basi scientifiche di Eiko Fried e colleghi, sembra difficilmente applicabile dal clinico. Presuppone una coincidenza tra un modello ideale matematico di assesment e un modello pratico di trattamento che è ecologicamente insensata.

Tralasciando l’immancabile dibattito su fattori comuni e specifici in terapia, su cui penso si sia detto e scritto di tutto, ritengo utile sottolineare un ulteriore tema ricorrente tra relazioni e relatori: ovvero l’uso (ragionato e motivato) di tecniche e interventi esperienziali per targetizzare (di nuovo) processi o meccanismi transdiagnostici. Emily Holmes, ha meritamente dominato questo tema, con una keynote seguitissima ed un simposio da lei coordinato sull’imagery. La Holmes (il cui manuale uscirà prossimamente in italiano per Fioriti Editore) rappresenta un ottimo esempio di integrazione tra ricerca e clinica, avendo formulato e testato tutte le sue idee a riguardo delle procedure di imagery rescripting.

Aggiungo infine una nota sul mio personale contributo al tema delle tecniche esperienziali in chiave transdiagnostica attraverso una clinical skills class che ho tenuto nell’ultimo giorno di congresso. Obiettivo di questo miniworkshop è stato duplice: da un lato motivare la possibilità di guardare ai disturbi di personalità del Cluster a (paranoide, schizoide, schizotipico) in chiave dimensionale e transdiagnostica, dall’altro suggerire un’integrazione tra tecniche esperienziali e dialogiche nel targetizzare una specifica dimensione. La skills class ha infatti presentato in anteprima i risultati di un trial randomizzato controllato e alcune delle tecniche utilizzate per promuovere il cambiamento nei pazienti arruolati.

 

Simone Cheli

Fondatore e Presidente di Tages Onlus

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